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Corti: la mia Via Crucis per il Colosseo

Dieci anni dopo aver guidato gli esercizi spirituali per la Curia Romana, monsignor Renato Corti, vescovo emerito di Novara, è stato chiamato dal Papa a comporre i testi per la Via Crucis al Colosseo il 3 aprile, Venerdì Santo.

Un impegno nel quale l’hanno ispirato le parole del Papa su san Giuseppe, nella Messa d’inizio pontificato, «perché era il giorno di san Giuseppe e ne ha parlato come il custode di Maria e di Gesù – spiega parlando alla Radio Vaticana –. Ho preso una frase nella quale afferma che la Croce è il vertice luminoso dell’amore di Dio che ci custodisce. Mi sembra che siamo chiamati a essere anche noi custodi per amore nei confronti dell’uomo».

La custodia di Dio secondo Corti passa per «la Parola», «l’Eucaristia», «il perdono», «la speranza». All’opera oggi c’è anche «la negazione del custodire» col «male che si può fare ai giovani, l’abbandono dei poveri, il dimenticare i pilastri della pace che già Papa Giovanni XXIII ricordava: la verità, la giustizia, la libertà, l’amore».

Nei testi di Corti riferimenti all’attualità, con «punti caldi» come la «pena di morte che va abolita», la «tortura che va cancellata», la «disumanità nei confronti degli innocenti, di gente che viene uccisa barbaramente», i «bambini soldato», la «vendita delle persone». La parte positiva riguarda «esperienze bellissime di chi nel mondo porta speranza: penso alle suore missionarie che raccolgono i bambini abbandonati o i bambini che hanno fatto il soldato e li recuperano ridanno loro il senso della loro dignità», tutti «segni del Regno di Dio che viene».

Inevitabile nella Via Crucis anche l’eco dei tanti cristiani perseguitati nel mondo: «Questa situazione internazionale così difficile e oscura per il futuro – spiega monsignor Corti –conduce a comprendere con maggiore chiarezza da parte di noi cristiani che il Vangelo è il meglio per l’uomo e che non c’è nulla che lo difende così tanto, e che l’avere incontrato il Signore Gesù Cristo è una grande fortuna».
Dal punto di vista dell’impronta spirituale che segnerà le stazioni, Corti sottolinea di essersi posto a «contemplare Gesù mentre fa il percorso» cercando «di indovinare cosa potrebbe pensare e quindi tento di esprimere Lui, dando a Lui la parola», cercando di dare alle meditazioni un tono «empatico, coinvolgente», e non «descrittivo».

© Avvenire, 7 marzo 2015

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