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Da Nord a Sud, l'Italia va a «scuola» di omelie

Sono cinque le diocesi pilota dell’itinerario di confronto e formazione. Il coordinatore don Paolo Tomatis: all’aderenza al testo sacro e al contestoliturgico va accompagnato l’approfondimento del Mistero orientato alla vita

Su come preparare un’omelia si è soffermato il Papa nell’Evan­gelii Gaudium, poiché, ha scrit­to, «molti sono i reclami in relazione a questo importante ministero e non possiamo chiudere le orecchie». Una frase che suona come una parafrasi di una battuta diffusa sulle 'prediche' lunghe, noiose o malriuscite: oggi il ve­ro sacrificio della Messa è l’omelia… Ma già prima del richiamo pontificio, a partire dall’Anno della fede e dal Sino­do dei vescovi sulla nuova evangelizza­zione, l’Ufficio liturgico nazionale, in collaborazione con quello Catechisti­co e quello per le Comunicazioni so­ciali, aveva pensato di avviare 'Proget­tOmelia', itinerario di formazione ri­volto ai sacerdoti e ai seminaristi per migliorarne l’arte omiletica. È partito a gennaio in alcune diocesi pilota - Vi­cenza, Cagliari, Taranto, Torino, Siracu­sa - con l’idea, una volta testato, di e­stenderlo a tutte le diocesi italiane. A coordinarlo, insieme a Simona Borello, è don Paolo Tomatis, docente di litur­gia alla Facoltà teologica di Torino e di­rettore dell’Ufficio liturgico dell’arci­diocesi subalpina. «L’idea di questo corso è nata dalla con­sapevolezza crescente della comples­sità del genere omiletico – spiega don Tomatis –, un’omelia deve essere capa­ce di comunicare con un linguaggio non verbale, deve essere attenta alla Pa­rola, al contesto liturgico, al popolo, con parole che fanno ardere il cuore come dice il Papa… È stato fatto un semina­rio di riflessione dalla Cei sul tema, do­ve si è verificato che nei corsi dei Semi­nari si fa troppo poco, troppo tardi e troppo in fretta». Don Tomatis ricorda che la Chiesa ha già compiuto un pas­saggio cruciale, ovvero «con il Concilio ha recuperato l’omelia come parte del­la liturgia, mentre nella logica del ser­mone di una volta questo poteva esse­re parallelo alla liturgia». Il problema è che nonostante questo input la Chiesa sconta un sensibile ritardo nella co­municazione dall’ambone rispetto al mondo, che nel frattempo ha cammi­nato in fretta. «Infatti una delle sfide è come fare tesoro di alcune delle intui­zioni del public speeching, del parlare in pubblico, proprie della comunicazio­ne più orientata al marketing – com­menta don Tomatis – senza assumerne l’idea di fondo, cioè ricercare un’effica­cia da venditori d’asta… intuizioni che vanno nella direzione di una certa sem­plificazione. Quando papa Francesco dice: un’idea, un’immagine e un senti­mento è entrato in questa visione».
Ci si può chiedere se sia mai stata quan­tificata la lunghezza ideale di un’ome­lia. La risposta è che non è possibile. «Le situazioni non si possono unifor­mare – continua don Tomatis – già fra nord e sud Italia c’è differenza.
Sicuramente un’omelia mal fat­ta annoia fin dal primo minuto, mentre se si è preparati e atten­ti, anche in un tempo molto li­mitato si può essere efficaci». Un altro problema frequente, no­nostante le indicazioni del Con­cilio, è il divagare sfruttando po­co l’omelia come momento di catechesi. «La Parola di Dio deve resta­re il riferimento – dice sempre don To­matis – da qui si può approfondire un tema piuttosto che un altro. La congre­gazione per il Clero e quella per il Cul­to divino e la disciplina dei sacramen­ti sono alle prese con un direttorio o­miletico, che senza forzare la mano vuole sottolineare l’importanza di far passare i contenuti della dottrina cat­tolica nell’arco del tempo liturgico. Il compito dell’omelia è di essere da una parte aderente alla Parola e al contesto della liturgia, quindi in un contesto o­rante non di spettacolo, dall’altra par­te di offrire un approfondimento del Mistero orientato alla vita. Le attenzio­ni da avere sono molte. E lo prova il fat­to che anche i migliori predicatori non sono sempre soddisfatti delle proprie omelia».

Andrea Galli

© Avvenire, 16 aprile 2014

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