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Dai segni della Liturgia Nuziale alle dinamiche della vita matrimoniale

Relazione di don Silvano Sirboni per la Settimana Liturgica Nazionale. Bari 28 agosto 2015

Una premessa a ripartire dal Concilio Vaticano II: la liturgia annuncia celebrando....

“La Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede” (DV 8). La celebrazione liturgica è deposito della fede celebrato e comunicato per mezzo di “segni sensibili” (SC 7). La liturgia comunica facendo, “per ritus et preces” (SC 48). Per questo i riti “splendano per nobile semplicità, siano chiari, adattati alla capacità di comprensione dei fedeli e non abbiano bisogno, generalmente, di molte spiegazioni” (SC 34). La liturgia è teologia celebrata “Accedit verbum ad elementum et fit sacramentum, etiam ipsum tamquam visibile verbum” (Agostino, In Joh. LXXX, 3; CCL 36, 529). Nella liturgia la parola diventa visibile. E’ con questa consapevolezza che la costituzione conciliare sulla liturgia (sviluppando un concetto già espresso da S. Pio X nel 1903 – cf. Tra le sollecitudini: AAS 36/1903, p 331) osa affermare che la celebrazione liturgica “è la prima e per di più necessaria sorgente dalla quale i fedeli possano attingere uno spirito veramente cristiano” (SC 14).  Queste affermazioni valgono per tutte le celebrazioni liturgiche e  particolarmente per quelle strettamente sacramentali, rito del matrimonio compreso. Pertanto, nel lontano 1975, i vescovi italiani scrivevano con convinzione che “la forma primaria con la quale la Chiesa evangelizza il matrimonio cristiano è la celebrazione liturgica che essa fa del sacramento” (Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 83). Giusto a 40 anni da quell’affermazione magisteriale, e in un momento di provvidenziale risveglio conciliare, grazie a Papa Francesco, è doveroso chiederci: “Sono le nostre celebrazioni nuziali in chiesa un corretto annuncio del matrimonio cristiano, della vocazione e missione della famiglia?”. Lascio a ciascuno la risposta secondo le diverse esperienze che non mancano certamente anche di giudizi positivi. Temo, tuttavia, che tante celebrazioni nuziali (come del resto tanti battesimi, cresime e prime comunioni che stanno alla radice di una prassi scorretta) rischiano sovente di essere una controtestimonianza.... Senza per questo pretendere la perfezione che non è di questo mondo. Anzi, con la consapevolezza che il rito stesso esprime l’inadeguatezza del segni liturgici e la fragilità umana. Noi custodiamo il mistero della nostra vita in Dio “in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio e non viene da noi” (2 Cor 4, 7). Il che non ci esenta dal fare tutto quello che è necessario per comunicare correttamente il disegno di Dio, pur nella consapevolezza di essere “servi inutili”, semplici strumenti della grazia divina (cf Lc 17, 10).

 

Una seconda premessa: il sacramento: celebrazione del “già” e del “non ancora

Quando nel 1973 entrò in vigore la prima traduzione italiana del Messale Romano (ed. lat. 1969) rinnovato secondo i principi della costituzione conciliare sulla liturgia, divenne prassi normale il segno di pace tra i fedeli (cf IGMR 56 b). Nella parrocchia dove ero viceparroco da ormai sei anni ci fu qualcuno che manifestò il suo disagio non per semplici motivi igienici, ma per ragioni più profonde. Diceva, infatti, che questo gesto era una falsità poiché noi non ci amiamo come il segno vorrebbe far credere. Dovetti spiegare che i segni sacramentali non esprimono una realtà compiuta, ma in divenire. I sacramenti celebrano una realtà presente, pienamente realizzata in Cristo (= ex opere operato), ma in noi ancora imperfetta, in costruzione, in divenire, in tensione verso un futuro per raggiungere “la misura della pienezza in Cristo” (Ef 4, 13). “Nella liturgia terrena  noi partecipiamo, pregustandola, a quella celeste che viene celebrata nella santa Gerusalemme, verso la quale noi tendiamo come pellegrini” (SC 8). L’apostolo Paolo esprime molto bene questa realtà quando presenta la nostra esistenza terrena come una delicata e impegnativa gestazione: “Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo” (Rm 8, 22-23). Le “primizie dello Spirito” che ci sono donate nei sacramenti non ci esentano dalla fatica del vivere quotidiano. A questa dinamica non sfugge  neppure il rito sacramentale del matrimonio che esprime e alimenta un ideale coniugale “alto” che deve essere portato a compimento attraverso una misteriosa collaborazione fra la nostra libera volontà e la misericordiosa pazienza di Dio che non cessa mai di sollecitare la nostra libera risposta attraverso l’azione dello Spirito santo. Un’azione che ci dona luce e forza, ma che non ci esenta dall’umana fragilità e quindi neppure dai fallimenti. La misericordia, continuamente richiamata da Papa Francesco, non è buonismo e tanto meno rinuncia alle esigenti condizioni per realizzare l’ideale evangelico del matrimonio, ma semplice e doverosa comprensione per l’umana fragilità. Fragilità che è già presente nella celebrazione stessa, tutt’altro priva di ambiguità attraverso riti non del tutto corretti e specialmente a causa dell’attuale situazione di post-cristianità dove l’aspetto, sociologico ha il sopravvento sulla dimensione di fede. Come la misericordia e il perdono per il peccatore non negano l’ideale da raggiungere, così il rito, in ogni situazione, non dovrebbe mai rinunciare ad essere corretto in vista di una corretta manifestazione e comunicazione della “bella notizia” sul matrimonio. Semmai il rito può essere adattato, ridotto secondo le circostanze (come la celebrazione del sacramento nuziale nella liturgia della parola), ma mai deve essere menomato nel messaggio che intende comunicare e realizzare.

 

IL RITO DEL MATRIMONIO

1 – UN SACRAMENTO “ANOMALO”

Mentre gli altri sei sacramenti esprimono un intervento del tutto originale nella vita dell’uomo, il sacramento del matrimonio si inserisce in una prassi già presente e comune nella storia dell’umanità. In altre parole, il matrimonio, sebbene in forme diverse, è un’istituzione che risale al progetto primordiale di Dio e che precede l’azione della Chiesa (cf FC 68; RM 1; RM. Presentazione  CEI 4). La realtà nuziale precede il sacramento della fede e pertanto merita sempre e comunque un grande rispetto come ricorda  la preghiera di benedizione sugli sposi: “O Dio, in te la donna e l’uomo si uniscono (nel testo precedente: “la donna si unisce all’uomo”!) e la prima comunità umana, la famiglia, riceve in dono quella benedizione che nulla poté cancellare, né la pena del peccato originale, né il castigo del diluvio”. Ogni autentica  unione coniugale, fondata cioè sull’amore, anche se non sacramentale, porta sempre con sé questa primordiale benedizione di Dio.  E’ con questa consapevolezza che l’Instrumentum Laboris (= IL) esprime e promuove rispetto per tutte le unioni coniugali fra un uomo e una donna che realizzano una vera e stabile comunione d’amore sebbene non perfetta (cf IL 39-40; 56-57; 60 e 109). Un’acquisizione forte che bisogna tenere ben presente per un rapporto corretto, rispettoso ed evangelizzante con le persone.

 

2 – SACRAMENTO DELLA FEDE

Ogni celebrazione liturgica è un atto di fede. I sette grandi sacramenti lo sono in modo del tutto speciale. Come tutti i sacramenti anche il sacramento del matrimonio presuppone la fede, la esprime e la irrobustisce (cf SC 59; RM 11). Ogni rito liturgico esprime la fede dall’inizio al termine; dal segno di croce al congedo.  Ogni celebrazione ha, tuttavia, momenti gesti specifici che esprimono la fede in rapporto al sacramento che celebrano. Facciamo riferimento soltanto ad alcuni momenti particolarmente significativi che nel rito nuziale manifestano la fede e mirano ad irrobustirla.

a) La memoria del Battesimo

E’ per evidenziare la dimensione della fede che il rituale italiano ha posto all’inizio della celebrazione nuziale la memoria del Battesimo (cf RM 51-56). Non è un rito facoltativo e non intende affatto essere una diversa forma di semplice atto penitenziale. “La memoria del Battesimo, collocata subito dopo il saluto, evidenzia il fondamento teologico dell’atto del consenso, elemento costitutivo del sacramento” RM. Presentazione CEI, 5). Si tratta di una novità rituale, propria all’edizione italiana, per esplicitare come lo stato matrimoniale sia il modo peculiare con il quale gli sposi cristiani sono chiamati a sviluppare la grazia del Battesimo accogliendo “il dono del matrimonio, nuova via della loro santificazione” (RM 56). La vita coniugale, in tutti i suoi aspetti, è per gli sposi il luogo primario per testimoniare la propria fedeltà al Vangelo. La specificità di questo rito è evidenziata dal fatto che, se possibile, ha luogo presso il fonte battesimale (cf RM 55). Per evitare che questo rito venga percepito come una delle tante benedizioni con aspersione, sarebbe opportuno, soprattutto se il rito non ha luogo presso il fonte, che gli sposi si segnassero intingendo la mano o nella vasca del fonte o, nel secondo caso, in un apposito e dignitoso recipiente, riservando l’abituale aspersione solo per l’assemblea. Modalità non prevista dal rituale, ma che non sembra affatto costituire un abuso, anzi...

b) La liturgia della parola

Altro elemento particolare che evidenzia la fede è l’ascolto e l’accoglienza della parola. Se è vero che gli sposi possono anche scegliere i testi scritturistici, è altrettanto vero che ciò presuppone un minimo di formazione biblica. Formazione che, se non viene data durante gli itinerari di preparazione, nella maggioranza dei casi i nubendi non hanno. Essi vanno comunque  guidati. In ogni caso, i testi scritturistici della domenica dovrebbero essere rispettati per un minimo senso di ecclesialità pur tenendo presente che la norma permette di scegliere “una delle letture  tra quelle previste per la celebrazione del matrimonio” (RM 34). Soprattutto, sebbene  non esplicitamente proibito, non è affatto previsto da alcuna norma che gli sposi facciano le letture (RM. Pres. CEI 8). In questa circostanza essi sono, infatti, i destinatari della proclamazione della parola. L’atteggiamento dell’ascolto non è così marginale come potrebbe sembrare, Solo in seguito, a partire dal rito “e con la grazia di Cristo”, essi sono chiamati ad esserne annunciatori. “L’annuncio della parola, accolta nella fede e celebrata nella liturgia, sfocia nella vita nuova secondo lo Spirito di Cristo, che costituisce non solo un culto spirituale gradito a Dio (cf Rm 12, 1), ma anche un Vangelo vissuto e testimoniato” (CEI, Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 102; IL 80). E’ invece previsto che gli sposi possano manifestare la fede nella parola ascoltata e l’impegno che ne deriva con l’eventuale bacio dell’Evangeliario (cf RM 63). L’annuncio e l’ascolto della parola di Dio è fondamentale in ogni celebrazione liturgica (cf CCC 1122). Il rito sacramentale del matrimonio, può esserci anche senza la messa, nel rispetto delle diverse situazioni dei nubendi e della verità del sacramento eucaristico, ma non senza la proclamazione della parola (cf RM 29; 36-37).

c) La benedizione nuziale

L’altro elemento liturgico forte, anzi il più antico, che si richiama alla memoria del Battesimo, e quindi a quella fede che accoglie il dono e la missione, è la benedizione nuziale. La collocazione di questa preghiera nel contesto della messa nuziale è stata oggetto di lunghe trattazioni. Alla fine si è giunti al compromesso di lasciare come prima opzione quella dell’antico messale romano, cioè dopo il Padre nostro, ma senza impedire la possibilità di collocare più armonicamente questa solenne preghiera di benedizione nel contesto del rito propriamente nuziale, cioè subito dopo lo scambio degli anelli. Del resto questa è  anche la struttura del rito delle ordinazioni. D’altra parte la benedizione nuziale, fatte le debite proporzioni, non è forse la “consacrazione” degli sposi affinché possano svolgere la loro missione sacerdotale, profetica e regale come coniugi, come genitori e come testimoni dell’amore di Cristo-Sposo per la Chiesa sua sposa (cf CCC 1657)? Non senza ragione questa solenne benedizione prevede l’imposizione delle mani e in qualche modo sintetizza la loro missione: “... perché segnati con il fuoco dello Spirito, diventino Vangelo vivo tra gli uomini. Siano guide sagge e forti dei figli che allieteranno la loro famiglia e la  comunità. Siano lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità. Non rendano a nessuno male per male, benedicano e non maledicano, vivano a lungo e in pace con tutti. Il loro amore, Padre, sia seme del tuo regno. Custodiscano nel cuore una profonda nostalgia di te fino al giorno in cui potranno, con i loro cari, lodare in eterno il tuo nome. Amen” (RM 88).

Di fronte a questo traguardo alto e impegnativo fondato sulla fede sorge immediatamente anche in noi l’interrogativo che nel 1998 l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede J. Ratzinger si poneva con la profondità del grande teologo: “Ulteriori studi approfonditi esige la questione se cristiani non credenti – battezzati che non hanno mai creduto o non credono più in Dio – possano contrarre veramente un matrimonio sacramentale. In altre parole, si dovrebbe chiarire se veramente ogni matrimonio fra due battezzati è ipso facto un matrimonio sacramentale. Di fatto anche il codice afferma che solo il contratto matrimoniale <<valido>> fra due battezzati è allo stesso tempo sacramento (cf CIC 1055 § 2). All’essenza del sacramento appartiene la fede; resta da chiarire la questione giuridica  circa quale evidenza di non fede  abbia come conseguenza che un sacramento non si realizzi” (Congr. per la dottrina della fede, Sulla pastorale dei divorziati risposati, pp. 27-28).

 

3 – SACRAMENTO DELLA CHIESA

a) Nella comunità e nella celebrazione eucaristica

Le premesse generali prevedono che di norma il matrimonio sia celebrato “nella parrocchia di uno dei due fidanzati, oppure altrove con la licenza del proprio ordinario o del parroco” (RM 27). Le norma presuppone una situazione “normale”, cioè di credenti e praticanti che normalmente fanno riferimento ad una concreta comunità cristiana. A partire da questo presupposto ideale il rituale propone come prassi più significativa il matrimonio nel contesto dell’assemblea eucaristica domenicale. Sono previsti addirittura più matrimoni celebrati insieme (cf RM 28). Queste norme sembrano trasferirci in un altro pianeta...  I fidanzati che sentono di appartenere ad una comunità non cercano in genere altre chiese... Ma quanti sono i fidanzati che sentono di appartenere ad una comunità cristiana? Per chi frequenta abitualmente la celebrazione eucaristica domenicale in parrocchia, questo diventa spontaneamente il contesto normale dove porre il sigillo dello Spirito sull’amore coniugale che si mette al servizio del Vangelo...  Non perdiamo di vista che i sacramenti non sono principalmente per la salvezza del singolo. La salvezza di Dio non è legata ai sacramenti (cf CCC 1257). I sacramenti esprimono la partecipazione  a quella missione di Cristo che dà pienezza di senso alla nostra esistenza terrena (cf CCC 1118). Il sacramento del matrimonio, infatti, non rinchiude i due sposi in un semplice rapporto intimistico, ma li impegna a fondare una piccola Chiesa con tutte le caratteristiche di fede e di vita che sono proprie di un’autentica comunità cristiana. Per quanto riguarda il contesto celebrativo, a prescindere dalla formazione e dalle buone intenzioni degli sposi, resta sempre l’incognita degli invitati, fra i quali non mancano persone che vengono in chiesa non per il sacramento del matrimonio, ma per la “cerimonia”. Persone che, sebbene battezzate, cresimate e che hanno fatto “la prima comunione”, ignorano il significato della liturgia e, sovente, non conoscono neppure le fondamentali norme di educazione... non senza qualche rischio per un corretto accostamento alla mensa eucaristica. L’inserimento del rito nuziale nell’assemblea eucaristica domenicale resta comunque un ideale da non accantonare; da fare presente ai fidanzati durante gli itinerari di preparazione; precisando però a quali condizioni, senza offendere le singole coppie. Dovremmo forse attendere che si riducano sensibilmente e siano più qualificati  ed evangelicamente più motivati coloro che chiedono di sposarsi non solo in chiesa, ma nella Chiesa?

(Recentemente nella mia comunità parrocchiale due membri del gruppo giovanile – Elena e Paolo,  che fanno anche parte del coro che anima le celebrazioni domenicali – hanno celebrato il loro matrimonio restando nel gruppo dei cantori e salendo all’altare solo per il rito nuziale. Un gesto che ha manifestato l’ecclesialità del sacramento più di tante catechesi verbali)

b) La presentazione dei doni

L’esasperazione e la banalizzazione del concetto di partecipazione attiva conduce talvolta ad una prassi deviante di questo momento rituale, e non solo durante la messa nuziale. La presentazione dei doni costituisce un significativo momento di ecclesialità attraverso una vera condivisione dei beni. Opportunamente la rubrica recita: “alla presentazione dei doni lo sposo e la sposa possono portare all’altare il pane e il vino e si possono raccogliere le offerte per particolari situazioni di povertà” (RM 82). Il rito dell’offertorio non dovrebbe ridurre gli sposi al rango di “chierichetti”. Né dovrebbe ridursi a portare oggetti “simbolici”(?) – chiavi di casa, mattoni e quant’altro – sovente anche di cattivo gusto.  Insieme ai soli segni simbolici del pane e del vino ci dovrebbero essere, come prevedono le norme, i segni concreti di quella carità verso i poveri che costituisce un gesto programmatico per la nuova famiglia cristiana. “La celebrazione del sacramento non può essere scambiata in cerimonia folcloristica o trasformata, più o meno gravemente, in uno spettacolo profano. La rinuncia ad un lusso che contraddice alla povertà di tanti fratelli deve fare del momento delle nozze un’occasione di carità più largamente diffusa per i fratelli poveri e più abbandonati. Anche mediante questi concreti gesti di carità gli sposi cristiani diventano segno credibile di quell’amore di donazione cui il Signore li chiama nell’incontro sacramentale” (CEI, Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 89). Grazie a Dio si sta diffondendo la prassi di rinunciare a bomboniere e persino a regali proponendo in sostituzione un contributo per qualche attività caritativa, specie missionaria.

c) Un rito che esprima e alimenti il superamento di ogni individualismo

Come in tutta la società anche nella famiglia “si riscontra il diffondersi di un individualismo estremo che mette al centro la soddisfazione di desideri che non portano alla piena realizzazione della persona” (IL 7). Un individualismo che, per la particolare dimensione sociale del matrimonio, ha segnato le celebrazioni nuziali anche in passato, ma che nella società del benessere ha assunto aspetti esasperati. Il matrimonio non è mai una faccenda privata e tanto meno per il cristiano che dell’amore coniugale fa un sacramento (= manifestazione) della Chiesa (cf RM. Presentazione CEI, 5) Il rito postconciliare del matrimonio (specie la seconda edizione italiana – 2004), con la consapevolezza che la liturgia è “luogo educativo e rivelativo” della fede (cf CVMC 49), è strutturato in modo tale da essere speciale “iniziazione” al superamento dell’individualismo; sempre che esso sia celebrato correttamente, nel rispetto di quelle norme e di quei suggerimenti pastorali che sembrano marginali, ma che incidono profondamente sull’identità e l’efficacia pastorale del sacramento. Ad esempio, non è lecito usare la chiesa come un salotto privato; essa è la casa di tutti. Pertanto l’addobbo, che manifesta opportunamente il carattere festivo della celebrazione, dovrebbe, secondo le norme, “evitare distinzioni di persone private o di condizioni sociali” (RM 31). L’addobbo dovrebbe evidenziare i luoghi significativi della celebrazione (altare, ambone, croce...) e non un semplice ornamento estetico per riempire gli occhi ed esaltare il ceto sociale di appartenenza.

La comune  e gratuita partecipazione alla salvezza di Dio chiede che, nel suo svolgimento esteriore, il rito sia dignitoso ed eguale per tutte le coppie di sposi, perché maggiormente appaia il carattere comunitario della celebrazione e sia affermata la medesima dignità di tutti i fedeli” (CEI, ESM, 88; cf anche IL 73). La musica e gli eventuali canti non devono essere lasciati solo alla discrezione degli sposi, amici e familiari (sovente a partire da motivazioni intimistiche e personalissime che nulla hanno da vedere con il mistero cristiano che si celebra). Musica e canti devono esprimere la fede della Chiesa e sostenere la preghiera non solo degli sposi, ma anche dell’assemblea, per quanto possibile. Si può ottenere questo spiegandone amabilmente le ragioni e soprattutto con tanta carità.

d) Un rito che trova nell’Eucaristia la sua sorgente e il suo compimento

Il rituale del matrimonio prevede che i nubendi manifestino il loro consenso in piedi, rivolti l’uno verso l’altro e a voce alta in modo che tutti possano vedere e udire (cf  RM 66 e 70). Si tratta, infatti, di impegnarsi a mettere il proprio amore a disposizione del Vangelo di Dio e della sua Chiesa in modo da costituire la propria famiglia come “Chiesa domestica”; microcellula, immagine della comunità cristiana (cf IL 54). Proprio per questo il rito nuziale, che “consacra” la famiglia come chiesa domestica e fa degli sposi i ministri della liturgia familiare, trova il suo luogo celebrativo ideale nel contesto dell’assemblea eucaristica domenicale che è la prima e più significativa scuola di vita cristiana (cf SC 14). Infatti, l’assemblea eucaristica nella sua forma tipica che è quella domenicale (sempre a condizione che la celebrazione sia corretta!), costringe a tenere conto degli altri (puntualità compresa anche per gli sposi!); impegna a unire la propria voce a quella degli altri, a adeguare il proprio atteggiamento e i propri gesti a quelli degli altri, fino alla vertice della condivisione dello stesso pane e dello stesso calice... Gli sposi fanno parte dell’assemblea!... Sarebbe bello che ciò apparisse anche nella loro collocazione! Secondo un itinerario ideale di vita coniugale autenticamente cristiana, la messa domenicale (dove tutti siamo chiamati a fare memoria del nostro Battesimo, in modo particolare attraverso il Padre nostro che non a caso nel giorno del Battesimo ci è stato consegnato presso l’altare!) dovrebbe essere il luogo più significativo dove gli sposi cristiani (con i loro eventuali figli) fanno ogni otto giorni memoria anche del loro matrimonio nel Signore, particolare declinazione della loro vita battesimale (cf IL 51). La domenica: giorno del Signore, giorno della Chiesa, giorno nuziale per antonomasia dove Cristo-sposo si dona intimamente alla sua Chiesa-sposa, è quindi anche il giorno della famiglia, chiesa domestica. Il bacio, che nel giorno del matrimonio, anche se non previsto dal rituale, sigilla (talvolta accompagnato dall’applauso) la liturgia del sacramento; e ancor più il bacio di pace che prepara  la partecipazione alla mensa eucaristica, diventa per i coniugi cristiani, nel giorno del Signore, il segno sacramentale di quella pace di Cristo che sana tutte le ferite. Un segno, quindi (forse in modo più significativo che non una formale stretta di mano!), non solo per ribadire il proprio amore che impegna a donarsi reciprocamente, ma anche per fare di questo amore un’onda di carità che deborda dai muri della propria casa per investire di gioia e di speranza quanti hanno la fortuna di incontrare una famiglia secondo il Vangelo, secondo il disegno primordiale di Dio. Una famiglia segnata da un amore unico, fedele e indissolubile che incarna l’amore stesso di Cristo per la Chiesa sua sposa.

 

Silvano Sirboni

 

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(Papa Francesco)

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