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Dossier. Migranti, se chi soffre prova odio

I recenti eventi di Oslo e le agitazioni degli immigrati fanno riflettere: che cosa potrebbe accadere se gli animi si esasperano ancora di più? Il rischio per il nostro Paese

Una storia già vissuta: i personaggi

erano diversi, le motivazioni in parte simili

 

Oslo 22 luglio 2011: un criminale esaltato fa strage di 93 ragazzi. Tutti inizialmente hanno pensato che fosse opera di terroristi islamici, Al Qaeda forse. Quei giovani sono morti invece per mano di un altro giovane, norvegese come loro, che li ha uccisi per urlare al mondo che il mondo è diventato troppo tollerante nei confronti degli islamici, degli immigrati e di tutti i “diversi” che minacciano di “inquinare” l’Europa e la nostra civiltà.

Il criminale aveva annunciato la strage, le idee xenofobe scritte e raccontate sul blog personale erano visibili da chiunque in quel paese come nel mondo e forse, pure osservate, erano state considerate “ridicole”, delirio di un personaggio apparso grottesco nel suo costume di cavaliere templare. La farsa ha avuto un epilogo tragico ed oggi, quasi improvvisamente con un brusco risveglio, ci accorgiamo che vi sono molti adepti, molti simpatizzanti. Serpeggia in Europa e non solo un sentimento di rabbia e di odio che nutre un’ideologia estremista che ritiene “l’altro”, il “diverso” per colore, continente e religione, la causa di tutti i suoi mali.

Questa storia l’abbiamo già vissuta, i personaggi erano diversi, le motivazioni in parte simili; entrambe riconducibili alla paura che popoli, di diversa identità culturale e religiosa, si insinuassero nel nostro “territorio” e, oltre a rubarci il benessere economico, influenzassero il nostro modo di vivere, minassero le fondamenta del nostro mondo. Allora i nemici erano, in primo luogo, gli ebrei, e con essi tutti i “diversi” (gli slavi, i nomadi, gli omosessuali…), oggi sono gli islamici ed ancora una volta gli “altri”.

Allora Hitler raccoglieva i consensi di chi, frustrato dagli esiti della prima guerra mondiale, imputava la colpa della sconfitta al giudaismo internazionale “con la complicità della massoneria, del bolscevismo internazionale, del nomadismo fomentatore di disordini e del pacifismo propugnato dagli omosessuali e da vasti settori religiosi, tutti quanti sotto l'egida del Papa a Roma", così si leggeva nel “Mein Kampf” pubblicato nel 1926 quando ancora il dittatore non era asceso al potere.

Oggi Brevnik sembra raccogliere consensi fra chi fa sua la teoria dell’”Eurabia”, quella teoria che ritiene che l’eccessiva apertura agli immigrati “arabo-islamici” distruggerà i nostri valori e la nostra civiltà occidentale; e sul suo sito Brevnik, oggi come allora, fa riferimento al Papa, definito come un "codardo, incompetente e illegittimo", uno che non difende adeguatamente la cristianità e si manifesta debole nei confronti dei musulmani. Così si leggeva sul sito del criminale quando ancora non aveva compiuto la strage.

Oggi come allora siamo troppo “tolleranti” nei confronti di quelle idee. Allora l’abbiamo pagata con una terribile guerra; ma le guerre non risolvono i problemi, portano solo distruzioni, odi e massacri dei quali, il più delle volte, sono chiamati a risponderne soltanto i vinti. Certo tutti, indistintamente, condanniamo gli atti criminali che ne sono scaturiti ma, mentre riconosciamo con chiarezza che le stragi compiute dai terroristi islamici trovano il fondamento in distorte teorie estremiste e riteniamo che queste, alla base degli atti criminosi, siano da combattere con ogni mezzo, (finanche con la guerra), tendiamo invece a ritenere le stragi razziste e xenofobe, come quella di Oslo, esasperazioni isolate di un folle che ha reagito, in modo irragionevole e scomposto, ad un sentimento che purtroppo molti in Europa provano.

Un sentimento che nasce dalla paura di dover dividere con gli immigrati il benessere che tanto faticosamente abbiamo raggiunto e che, oggi, con l’attuale situazione economica, rischiamo di perdere; un sentimento, spesso alimentato dall’ignoranza, che induce ad aver paura delle moschee nelle nostre città, che fa ritenere che gli islamici siano tutti terroristi o potenziali tali... e nell’accanimento a voler difendere i valori della cristianità, li rinneghiano diventando in realtà sempre meno cristiani.

La strage xenofoba è avvenuta in Norvegia, Paese dove il benessere economico si coniuga con l’elevato senso civico dei suoi cittadini, dove la disoccupazione è minima, le strutture pubbliche efficienti, la diseguaglianza sociale è ridotta. Un paese dove, con commossa compostezza dopo la strage, il primo ministro ha dichiarato “reagiremo con più apertura, più democrazia”.

 

Italia, un Paese così è pronto a scoppiare

 

E in Italia? Siamo immuni da tale follia? L’Italia dove la disoccupazione giovanile ha superato il 25%, le famiglie “medie” ormai faticano ad arrivare a fine mese, le strutture pubbliche sono pesantemente inefficienti e dove la diseguaglianza sociale si sta incrementando ogni giorno di più. Un paese che ha scritto una tra le più belle Costituzioni del mondo che ci troviamo a dover difendere, incredibilmente, proprio da una certa parte del mondo politico che vede in essa l’impedimento al raggiungimento dei propri scopi personali… Un bell’esempio di democrazia!

Può un paese così accogliere i “barconi” pieni di gente disperata? E chi sono costoro che approdano nel nostro Paese? “Immigrati clandestini” da ricacciare indietro secondo alcuni, “profughi” da aiutare secondo altri; da cristiani diremmo semplicemente persone ai margini della disperazione. E da dove vengono tutte queste persone? Per lo più da vaste aree del territorio arabo-africano, grosso modo le medesime che i cosiddetti paesi colonizzatori, cioè noi europei, hanno occupato in un passato ancora recente. Sono i discendenti di coloro ai quali abbiamo rubato risorse, depredato ricchezze, a cui abbiamo condizionato lo sviluppo sociale e la stessa capacità di autogoverno.

E non ci siamo realmente fermati nel perpetrare questo scempio. I governi occidentali, anche al di là degli interessi economici che ancora li legano a questi paesi, hanno finanziato “missioni umanitarie” ed approntato programmi di aiuti, che spesso hanno finito per foraggiare dittatori e gruppi di potere locali oltre che i soliti gruppi di potere economici occidentali.

E cosa fanno da secoli i popoli affamati che non trovano futuro nel proprio paese? Emigrano! Con ogni mezzo, per raggiungere la meravigliosa realtà mostrata dai nostri mezzi di comunicazione, con immagini patinate che sono virtuali, ma che ci sforziamo di far sembrare a tutti i costi vere; sfidano così ogni pericolo pur di raggiungere ciò che credono sia “l’Eldorado”.

Ma quando arrivano si scontrano con una realtà ben diversa. Non vengono accolti come pensavano, non trovano lavoro né un posto decente dove dormire; vengono guardati con sospetto, ritenuti criminali “a priori”, e purtroppo in certi casi lo diventano. Molti di loro più che essere musulmani sono di cultura musulmana, non sono affatto integralisti spesso neppure praticanti; tuttavia in tale situazione di isolamento e ghettizzazione trovano nei gruppi religiosi dei loro paesi di origine aggregazione, conforto e in qualche caso l’unico ausilio.

E noi che abbiamo lottato ed ancora lottiamo in molte parti del mondo affinchè la libertà religiosa, nel rispetto delle leggi delle nazioni, sia garantita a tutti, giustifichiamo chi vuol negarla ai fedeli di altre religioni. Io da uomo che ha conoscenza delle forze dell’ordine asserisco che, peraltro, al di là del principio etico sono più controllabili le moschee alla luce del sole, che i sottoscala dove le riunioni sono rese clandestine. Nella medesima società coesistono e si incrementano i sentimenti di rabbia di queste masse di “delusi” relegati ai margini della collettività, ed i sentimenti di ribellione di chi ha ormai perso fiducia nella democrazia e intravede nella rivolta violenta l’unico mezzo per contrastare le ingiustizie sociali; ed a questi si contrappongono, e nel contempo si sommano, le ideologie di tanti latenti Brevnik.

 

Una miscela esplosiva che può avere

effetti più deflagranti di quelli norvegesi

 

Quando i dissenzienti costituiscono masse è sempre più difficile fronteggiare le loro azioni e il loro dissenso. La storia lo insegna. Sarà bene non intervenire troppo tardi. Che abbiamo fatto fino ad ora per disinnescare questo pericolosissimo ordigno? Dal punto di vista politico molto poco mi sembra. Sul piano interno nessun intervento per ridurre le diseguaglianze sociali, anzi mi sembra sia stato profuso un discreto impegno, e con successo purtroppo, per far si che il ceto medio si impoverisse sempre di più ed i ricchi diventassero sempre più ricchi.

E sul fronte immigrazione? Non possiamo accoglierli tutti! E’ vero, su questo sono d’accordo. Ma come fermare la marea umana che dall’Africa si riversa sulle nostre coste, territorialmente le più vicine nell’area del Mediterraneo, con le navi militari ferme ai limiti delle nostre acque territoriali? E che dovrebbero fare, sparare sulle “carrette” del mare con la coscienza di uccidere degli innocenti? I nostri governi ci hanno provato a trovare una soluzione.

Si sono inventati ad esempio il reato di clandestinità, (le nostri carceri avevano giusto bisogno di qualche detenuto in più), oppure hanno fatto accordi con i governi nordafricani, primo fra tutti quello di Gheddafi che, in cambio di concessioni economiche e politiche al regime, si era impegnato a controllare le coste per impedire le partenze di barconi dalla zona nord del Paese. Insomma, pagavamo purché restassero lì, e poco ci importava in verità di quanto umanamente erano trattati.

Non voglio censurare quello che è stato fatto, la situazione è davvero complessa e la soluzione difficile da trovare, ma non posso fare a meno di rilevare che fino ad oggi siamo intervenuti come un medico, che cura la febbre alta e si accontenta di farla scendere di qualche grado, ma non cerca di estirpare la malattia nel profondo. Al di là delle soluzioni “tampone”, che pure nelle emergenze possono essere necessarie, l’unica maniera per fermarli è aiutarli concretamente a creare e sviluppare condizioni di vita accettabili nei loro paesi. Non c’è alternativa, e peraltro glielo dobbiamo, è il pagamento del nostro debito con la storia.

E’ un processo lungo, forse costoso, per il quale siamo già clamorosamente in ritardo, e che necessita gioco forza del coinvolgimento di tutta l’Europa. E’ una soluzione che è resa complessa dalla presenza, in molti di quei Paesi, di regimi totalitari, ma è l’unica soluzione perseguibile; e dobbiamo guardare con attenzione a quei movimenti di rivolta democratica, portati avanti per lo più da giovani con un livello culturale superiore a quello dei loro padri, e che certamente faranno la rinascita politica ed economica di quei paesi e noi abbiamo il dovere di contribuire a tale rinascita. E consentitemi di far notare che quei giovani che chiedono giustizia e libertà nel loro Paese sono musulmani; non mi risulta che abbiano bruciato bandiere occidentali o inneggiato alla guerra santa, e fra di loro ci sono ragazze… e non indossano il burka.

E noi, cosa possiamo fare noi da cittadini con tutti gli “stranieri” che sono già nel nostro paese. Abbiamo tanto timore di essere “colonizzati”, di perdere la nostra identità, le nostre radici, ed allora rafforziamola questa identità. Siamo cristiani, cattolici, e comportiamoci come tali! E’ questo che ci chiede il Papa. La cristianità non è difesa negando il diritto di esistere ad altre religioni, la difendiamo vivendo da cristiani e come cristiani siamo stati educati alla solidarietà verso tutti, senza distinzioni neppure di religione. Dobbiamo fare ogni sforzo per inserirli gradualmente nelle nostre comunità e nel nostro sistema del lavoro, pretendendo però il pieno rispetto delle nostre leggi.

Ma siamo ancora capaci di essere cristiani? Grazie a Dio si. Nella storia è ormai scritta la terribile data della strage di Oslo ma voglio ricordare un’altra data ed un altro luogo. Lampedusa 8 maggio 2011: una carretta del mare con a bordo circa 300 persone si è incagliata a pochi metri dall’ingresso del porto. Sono tutti salvi perché si è formata una “catena umana” fatta da forze dell’ordine, pescatori, giornalisti, marinai e quanti potevano dare una mano. E nessuno di loro in quei momenti si è chiesto chi fossero quegli uomini, quelle donne e quei bambini che cercavano di salvare, erano tutti figli del nostro stesso Dio.

Dossier a cura di Roberto Jucci

© Famiglia Cristiana, 4 agosto 2011

 

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