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Dossier. Quando il gioco è una malattia

L'allarme del Censis: il 7% dei giocatori italiani è "a rischio", mentre i patologici sono il 2%, ma si sale al 12% tra i giovani. Il disturbo riconosciuto dall'Oms. Mappa degli aiuti.

1 Un settore sempre prospero, nonostante la crisi

 

In Italia esiste un settore che non conosce crisi. Anzi, proprio grazie alla crisi riesce a prosperare. Parliamo del gioco, un business milionario con incassi da capogiro, paragonabili a quelli di colossi industriali come Enel e Telecom. C'è chi ha tutto da guadagnarci e chi invece finisce sul lastrico. Tanti restano intrappolati nella rete: non più giocatori, ma malati. Dipendenti dal gioco, come da una droga. Satistiche alla mano, le categorie più esposte sono quelle più deboli.

Negli ultimi anni questo settore è cresciuto in maniera vorticosa, come dimostrano i dati Istat: nel 2000 ha incassato 14,3 miliardi di euro, nel 2005 la cifra è passata a 28,5 miliardi, che sono diventati 47,5 nel 2008 e ben 61,4 nel 2010. Secondo i dati diffusi dall’Aams (Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato), il volume di affari delle scommesse e dei giochi legali in Italia ha raggiunto i massimi livelli proprio nell'anno appena concluso: 76 milioni. In termini assoluti, gli incassi del 2011 sono cresciuti rispetto al 2010 di 15 miliardi, con un incremento percentuale del 24,3 per cento.

I dati sono in ogni caso impressionanti specialmente se si tiene conto della generale contrazione dei consumi familiari. Secondo l'Istat, nel 2010, al Nord e al Centro il 63,5% delle famiglie ha comprato meno cibo e bevande, il 13,6% ha anche diminuito la qualità dei prodotti acquistati. Insomma, si tira la cinghia su tutto, compresi i beni di prima necessità, ma per gratta e vinci, scommesse e slot machine non si bada a spese.

In questo quadro la crisi economica ha un ruolo rilevante: in tempi duri, il 'colpaccio' milionario diventa un sogno ricorrente, a volte un'ossessione. E tanti sono disposti a indebitarsi, inseguendo una chance per vivere "spensierati e sistemati", come dice il motto dell'ultima frontiera dell'azzardo sul web. Non è un caso se a spendere più soldi per il gioco sono proprio le persone che hanno un reddito basso. Secondo i dati Eurispes tentano la fortuna il 47% degli indigenti, il 56% degli appartenenti al ceto medio e il 66% dei disoccupati.

La composizione sociale del fenomeno sta cambiando. Ogni anno aumenta il numero di donne che si avvicinano al gioco d'azzardo e la passione che questa attività riscuote tra giovanissimi e anziani sta assumendo contorni preoccupanti: secondo l'Associazione Contribuenti Italiani, nell'ultimo anno il coinvolgimento di minorenni e pensionati è aumentato del 7,7%. Giocare  non è mai stato facile come oggi. Un'inchiesta condotta dalla Camera di Commercio milanese rivela che nel capoluogo lombardo il 2011 ha visto crescere del 21,6% le imprese specializzate nel settore, che sono passate da 245 a 298. Bar, tabaccherie, sale giochi, centri scommesse: ecco le mille case della dea bendata.

 

E ormai, nel gradimento collettivo, le proposte più vecchie come il lotto e il bingo sono state soppiantate dagli apparecchi tipo slot machine, che attirano il 55,6% dei giocatori. Poi ci sono le offerte della rete, dove per puntare basta un clic (molto gettonato, negli ultimi tempi, è il poker on-line): in teoria per accedervi bisogna essere maggiorenni, ma un reale controllo è praticamente impossibile. Nonostante la situazione sia già critica, i monopoli di Stato continuano a offrire giochi sempre nuovi e sempre più sofisticati. Ecco un esempio: nel 2009, dopo la tragedia del terremoto in Abruzzo, il Governo ha deciso di finanziare gli interventi di ricostruzione all'Aquila mettendo sul mercato nuove slot machine e nuovi meccanismi di gioco, come il Win for Life. Proposte accattivanti, apparentemente sicure proprio perché legali, ma in realtà non sempre innocue.

Paradossalmente lo Stato ha cercato di far fronte a un'emergenza sociale con un'azione che può avere ricadute pesanti, proprio sul piano sociale. Infatti,aumentando a dismisura il numero dei giocatori, aumenta anche il numero di quelli che perdono il controllo. Ci sono persone per cui il gioco smette di essere un divertimento e diventa una malattia con conseguenze devastanti, paragonabili a quelle delle dipendenze da sostanze stupefacenti. Recentemente il Censis ha lanciato l'allarme: secondo le statistiche il 7% dei giocatori italiani è da definirsi a rischio, mentre i patologici sono il 2%, ma la percentuale sale fino al 12% tra i più giovani. A prima vista possono parere numeri contenuti. In realtà è sufficiente rapportarli alle singole regioni per capire quanto il fenomeno sia esteso. In Emilia Romagna, ad esempio, si stima che i giocatori problematici siano 176mila, mentre più di 50mila sarebbero i patologici.

Esiste un mondo semisommerso, fatto di storie drammaticamente simili. Si comincia con l'euforia per qualche vincita, magari piccola, ma ritenuta comunque importante. E nell'immaginazione il gioco diventa la soluzione dei problemi, una scorciatoia per la fortuna. Ben presto però il quadro cambia: i soldi cominciano ad andarsene. Tanti e in fretta. Allora bisogna inseguirli, giocare di più, alzare la posta, nella speranza di riconquistare almeno il denaro perduto. Si crea così quel buco nero in breve tempo finisce per mangiarsi tutto: i risparmi di una vita, il lavoro, a volte perfino la casa, ma anche le amicizie e gli affetti familiari. Nonostante la vastità del fenomeno, nel nostro Paese la dipendenza da gioco è ancora un argomento tabù.

Di solito viene sottovalutata e per definirla si usano termini impropri, come eccesso o vizio. In realtà il g.a.p (gioco d'azzardo patologico), riconosciuto anche dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, è una malattia a tutti gli effetti e come tale va trattata. A differenza di quanto avviene in altri Stati, dalla Francia alla Spagna, dalla Germania agli Usa, in Italia questo disturbo non è inserito nei Lea (Livelli essenziali di assistenza): ciò significa che i giocatori patologici non hanno diritto a cure e trattamenti gratuiti.   

 

2 Curarsi si può, ecco dove e come

 

La cura per il gioco patologico esiste, ma nel nostro Paese è una storia ancora tutta da scrivere: solo in tempi recenti, e non senza fatica, alcune regioni, come Piemonte, Toscana ed Emilia Romagna, hanno avviato percorsi riabilitativi sperimentali. Ma le prime realtà che con coraggio hanno affrontato il problema sono state le associazioni di volontariato, soprattutto quelle che avevano alle spalle esperienza nel trattamento di altre dipendenze.

A Torino, ad esempio, opera da anni il Gruppo Abele di don Luigi Ciotti, conosciuto soprattutto per la sua attività di recupero delle persone tossicodipendenti. «Abbiamo iniziato a occuparci di gioco d'azzardo nella seconda metà degli anni '90 – spiega Leopoldo Grosso, vicepresidente Gruppo Abele – Inizialmente le richieste d'aiuto riguardavano soprattutto i pensionati, che rischiavano di rovinarsi col lotto o le scommesse. Oggi c'è una realtà diversa: arrivano genitori di adolescenti, allarmati perché i loro figli continuano a chiedere soldi per giocare alle slot machine. Basta fare un giro in alcuni quartieri per avere un'idea del problema: come non notare un legame tra il proliferare delle sale da gioco e la crescente diffusione dei negozi 'Compro Oro'? Evidentemente il gioco d'azzardo è una tassazione sulla povertà».

Trovare la forza di chiedere aiuto è ancora molto difficile: nonostante le statistiche rivelino un fenomeno imponente, su circa mille persone accolte ogni anno dal gruppo Abele solo una trentina ha problemi di gioco patologico. «Di solito a lanciare l'allarme non sono i diretti interessati, che tendono a minimizzare la realtà, ma i loro familiari. Il primo passo, quindi, è cercare di stabilire un contatto con i malati». Il gruppo Abele opera su vari fronti. Da un lato collabora col Sert (Servizio Tossicodipendenze) dell'Asl, ma ha anche un proprio punto di accoglienza, dove lavorano specialisti e volontari. «Spesso i giocatori faticano ad avvicinarsi al Sert – spiega Grosso – proprio perché non accettano di definire il loro problema come una dipendenza. Da qui l'idea di portare avanti un percorso parallelo».

La cura richiede tempi lunghi. «Questo tipo di patologie», puntualizza ancora Leopoldo Grosso, «si affronta con una terapia cognitivo-comportamentale. Bisogna lavorare sul sintomo, il gioco in sé, ma anche scavare più a fondo, cercare il disagio che sta dietro. Infatti quasi sempre il gioco è uno sfogo improprio, un modo per allentare una forte tensione emotiva, legata a situazioni lavorative o familiari pesanti. Il nostro percorso prevede anche una terapia di gruppo. Infatti tra gli effetti più devastanti del gioco c'è l'isolamento: improvvisamente il malato si ritrova ripiegato su se stesso, chiuso nel suo mondo. Noi cerchiamo di aiutarlo a ricostruire dei legami".

 

Anche in altre parti d'Italia sono nati progetti coraggiosi. A Reggio Emilia, ad esempio, lavorano i pionieri del Centro Sociale Papa Giovanni XXIII, fondato nel '77 da don Ercole Artoni come punto di riferimento per gli ultimi, inizialmente soprattutto carcerati, malati psichiatrici e tossicodipendenti. Da undici anni il Centro affronta il problema del gioco patologico: con cinque gruppi di aiuto, finora ha preso in carico oltre 500 persone. L'ultima sfida, partita il 6 novembre scorso grazie ai finanziamenti della Regione, si chiama Pluto (come il dio greco della ricchezza, che, distribuendo denaro un po' a caso tra gli uomini, finiva per renderli avidi e infelici). E' un percorso di cura intensivo: per 21 giorni i malati vivono insieme in una casa immersa nel verde della campagna emiliana: in questo modo è possibile concentrare in un periodo ristretto un trattamento che diversamente richiederebbe circa 6 mesi.

«Un percorso del genere non basta per risolvere il problema – spiega Umberto Caroni, responsabile del progetto Pluto – Serve poi una terapia protratta nel tempo, anche perché il rischio di ricadute è altissimo. Però può essere un ottimo inizio». Ogni malato si porta dentro il suo bagaglio di dolori e illusioni. «Ciascuno ha un gioco preferito – racconta Caroni – Questo è il primo indizio per far emergere i problemi che stanno alla radice. Ad esempio chi predilige le scommesse di solito ripone una fiducia sconfinata nella propria abilità. Chi invece si lascia attirare da giochi numerici come il lotto fa riferimento al pensiero magico, nella convinzione che esista un segreto legame tra  eventi della propria vita e particolari combinazioni di cifre. Noi proviamo a smontare questi falsi miti, riportando il malato sul piano della realtà».

In un contesto sociale ed economico difficile, secondo Caroni «i giochi andrebbero rimessi al loro posto, proprio come il dio Pluto che, nel finale di una commedia di Aristofane, viene messo a guardia del tesoro del tempio, una posizione che lo rende utile alla società impedendogli di fare danni. Tutti i governi dal '90 a oggi, indipendentemente dall'appartenenza politica, hanno incentivato il gioco d'azzardo. E' ora che si cominci a prendere qualche provvedimento, riducendo l'offerta e le possibilità di accesso. Troppe persone e troppe famiglie stanno pagando il prezzo di questa realtà».

 

3 La "terapia preventiva" del matematico e del fisico

 

A volte la vita è questione di prospettive: c'è chi lavora sulle conseguenze e chi invece gioca d'anticipo. L'elenco dei pionieri impegnati nella battaglia contro il gioco patologico include anche due giovani studiosi torinesi, un matematico e un fisico: Paolo Canova e Diego Rizzuto. Il loro modo di affrontare il problema è assolutamente inedito. In un certo senso si tratta di una 'terapia preventiva'. Quando, alcuni anni fa, hanno iniziato a lavorare insieme, di rischi, patologie e dipendenze non sapevano quasi nulla. Il loro obiettivo era un altro: volevano trovare un modo divertente per spiegare ai 'profani' che cos'è il calcolo della probabilità.

Il gioco d'azzardo pareva un ottimo spunto, senz'altro più accattivante di schemi e palline colorate disegnate sui libri di testo. Così hanno iniziato a studiare i vari giochi, a 'smontarli' per descriverne i meccanismi di funzionamento. Da questi esperimenti è nato il progetto "Fate il nostro gioco". Ben presto però la ricerca ha preso una direzione diversa. C'erano troppe incongruenze. Da un lato le leggi matematiche, in base alle quali, nel tempo, qualsiasi giocatore è destinato a perdere denaro e le perdite sono tanto più consistenti quanto più aumentano le giocate. Sul versante opposto la comunicazione martellante, che invita tutti a giocare, sbandierando vincite clamorose e grandi opportunità. "Noi non siamo assolutamente contrari al gioco  - spiega Canova – Semplicemente vorremmo che ci fosse un'informazione adeguata. Molte pubblicità, a cominciare proprio da quelle dei giochi di Stato, contengono messaggi ingannevoli".

"Fate il nostro gioco" è un progetto con tante facce. Nel 2010 è stata allestita una mostra itinerante, ospitata anche al Festival della Scienza di Genova: tra tavoli verdi, roulette e gratta e vinci, i visitatori hanno potuto toccare con mano i diversi giochi, imparare a osservarli con l'occhio dello scienziato, capirne gli ingranaggi, le piccole e le grandi trappole. Il successo di quell'esperienza ha suggerito di organizzare una serie di incontri per raccontare con un linguaggio semplice e a un pubblico sempre più vasto le leggi nascoste del gioco. "Ci siamo resi conto – spiega Canova – che c'è un enorme bisogno di informazione su questi temi". Oggi i due studiosi ricevono in media due o tre inviti ogni settimana da enti di ogni genere e arricchiscono con un contributo originale la riflessione sul gioco patologico.

Non solo: dal 2011 hanno intrapreso un prezioso lavoro nelle scuole superiori. La loro proposta, inserita nella lista del Ce.se.di (il Centro Servizi Didattici) della provincia di Torino, è al primo posto per numero di richieste. Merito anche di un approccio giovane e antiretorico. "Dire a un adolescente 'non devi fare qualcosa' è il modo migliore per indurlo a farla.  A quell'età i ragazzi vogliono andare contro il mondo, sfidare tutto e tutti. Quindi più che lanciare un messaggio allarmista sul gioco, cerchiamo di far riflettere partendo dalla realtà. Proponiamo anche alcune simulazioni: ogni studente fa una giocata e poi insieme commentiamo i risultati. Alla fine qualcuno ci dice: 'Ma allora c'è un solo modo per vincere: aprire un casinò'". Cioè mettersi dall'altra parte, stare con chi organizza il gioco e non con chi lo pratica. Conclusione paradossale, ma matematicamente fondata.

In questi anni Canova e Rizzuto hanno incontrato anche alcuni giocatori patologici. "Il nostro apporto – conclude Canova – non serve nel momento della crisi acuta, ma può tornare utile durante il periodo della riabilitazione, come strumento per valutare illusioni ed errori di prospettiva. Al termine dei nostri incontri, i giocatori provano rabbia, si sentono traditi, presi in giro da un sistema che li ha spinti nel baratro. E ci fanno una domanda ricorrente: 'Perché non siete venuti prima?'".

Lorenzo Montanaro

© Famiglia Cristiana, 2 gennaio 2012

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