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Durban e noi

Se è vero che in gioco c'è la sopravvivenza stessa dell'umanità, come mai questo tema non viene mai alla luce quando noi cattolici parliamo di difesa della vita?

Il segretario generale dell'ONU Ban Ki-moon ha accolto con sollievo la decisione presa da parte della Convenzione sul cambiamento climatico - che si è conclusa in questi giorni a Durban in Sud Africa - di estendere gli sforzi previsti dal Protocollo di Kyoto.

Il Protocollo, ratificato da 37 paesi, era in scadenza nel 2012 e, dopo il fallimento della Conferenza di Copenhagen, le speranze che i leader mondiali trovassero un accordo erano appese ad un filo. E invece qualcosa è stato raggiunto. Troppo poco, dicono le organizzazioni ambientaliste, ma, visti gli enormi interessi in gioco di un'economia già in crisi, i politici sono soddisfatti. Come Todd Stern, a guida della delegazione degli Stati Uniti, o il britannico Chris Hume: "Per la prima volta c'è un pacchetto di misure credibili, approvate anche da Cina, India e Brasile".

"L'Italia - a detta del nostro ministro dell'ambiente, Corrado Clini - è nel gruppo di testa dei Paesi che hanno voluto l'accordo di Durban, ed ora siamo impegnati a dargli seguito nelle politiche nazionali, nella nostra partecipazione alle decisioni europee". Un passo che dovrebbe essere accolto con favore da tutti i nostri concittadini, in particolare i cattolici che pronunciano "ambiente", pensando a "creato".

"Non c'è un futuro buono per l'umanità sulla terra se non ci educhiamo tutti ad uno stile di vita più responsabile nei confronti del creato". È il cuore del discorso rivolto da papa Benedetto XVI ai giovani membri della Fondazione di matrice francescana "Sorella natura", ricevuti in udienza lo scorso 28 novembre. "Se il santo patrono d'Italia è anche il patrono dell'ecologia - ha continuato riferendosi a Francesco d'Assisi - mi pare giusto che i giovani italiani abbiano una speciale sensibilità per 'sorella natura', e si diano da fare concretamente perla sua difesa". Un bell'impegno in particolare per i credenti, giovani e adulti, in quanto "la Chiesa, considerando con apprezzamento le più importanti ricerche e scoperte scientifiche, non ha mai smesso di ricordare che rispettando l'impronta del Creatore in tutto il creato, si comprende meglio la nostra vera e profonda identità umana". Di qui l'invito ai giovani di farsene promotori: "sono convinto di trovare in voi degli alleati, dei veri custodi della vita e del creato".

L'accenno finale ai disastri ambientali provocati dall'uomo che "fa violenza al creato", suona quasi un rimprovero del papa alla scarsa sensibilizzazione dei cattolici su questi temi.

È di venerdì scorso la pubblicazione negli Stati Uniti dell'esito dell'annuale sondaggio del Catholic News Service sugli argomenti che hanno "tirato" di più a livello di redazioni: ai primi tre posti si collocano l'introduzione della Nuova Traduzione inglese del Messale Romano, l'economia e la primavera araba, al decimo posto i disastri naturali. E questo è l'unico accenno all'ambiente che si ritrova: come dire, non c'è da farsi illusioni.

Sempre oltreoceano la rivista dei gesuiti, America, pubblicava la settimana scorsa un pezzo a firma della teologa Elisabeth Groppe, Climate Change: A Life Issue (cambiamento climatico: una questione di vita). "Anche se i cattolici non sono soliti pensare alla salvaguardia dell'ambiente e del clima come un problema di vita, appare sempre più evidente come tutelare la vita non significhi solo lavorare per la diminuzione degli aborti o l'abolizione della pena di morte, ma anche adoperarsi per la difesa del clima della terra e della biosfera in genere".

Se è vero che in gioco sta la sopravvivenza stessa dell'umanità, come mai questo tema non viene mai alla luce quando si parla in ambito cattolico di "difesa della vita"? Perché siamo così restii a diffondere dati che dovrebbero diventare patrimonio comune?

Tra il 1980 e il 2008 l'aumento delle temperature - di evidente origine antropica a detta della stragrande maggioranza dei fisici dell'atmosfera - ha portato alla riduzione mondiale della produzione di grano del 5,5%. Alcune proiezioni danno per il 2020 un rendimento per alcuni paesi africani ridotto del 50%. Il Gruppo di lavoro della Pontificia Accademia delle Scienze ha pubblicato nel mese di maggio uno studio sulla riduzione dei ghiacciai a livello mondiale, e conseguente perdita di sorgenti d'acqua: sarebbe interessante vedere quante riviste cattoliche, settimanali diocesani e quant'altro ne hanno parlato o almeno hanno diffuso l'appello accorato dei membri del Gruppo, che sono poi i più grossi esperti mondiali del settore.

Se solo pensassimo alle conseguenze che ci attendono - e di alcune abbiamo già le avvisaglie - come l'innalzamento del livello dei mari e relativa inondazione di città costiere o intere isole o l'aumento del numero e dell'intensità degli uragani o l'estinzione di alcune specie (per san Tommaso la biodiversità era un assaggio della gloria di Dio ...), ma soprattutto a quanti ne sopporterebbero i danni più gravi, vale a dire ancora una volta le popolazioni più povere del pianeta, la correlazione con il tema della vita balzerebbe subito agli occhi. Ma purtroppo non è così. E continuiamo tutti quanti, anche i paesi con larga percentuale di cristiani, a comportarci come se nulla fosse, senza alcuna distinzione che faccia pensare che noi crediamo ad un Creatore.

"Bisogna agire prima che sia troppo tardi", ammonivano dalla Pontificia Accademia delle Scienze, prima che si arrivi ad un cambiamento climatico "fuori controllo". Abbiamo interferito con tutti i singolari processi che hanno reso la terra l'unico pianeta abitabile del nostro sistema: e ora si sta quasi chiudendo quell'unica finestra di possibilità di invertire le cose.

"A differenza di aborto o eutanasia, il mancato impegno contro il cambiamento climatico non comporta un atto intenzionale che preclude la vita ad un altro essere umano - scrive la teologa Groppe - ma è il risultato non intenzionale di determinati processi industriali e agricoli che hanno accompagnato lo sviluppo economico dell'occidente. Tuttavia, da quando fin dagli anni '80 gli scienziati ci hanno spiegato le cose, per la nostra omissione, produce già oggi la perdita di vite umane per calamità che chiamiamo naturali, ma che avrebbero potuto essere evitate (pensiamo solo all'uragano Katrina). Oggi il cambiamento climatico è responsabile di almeno 300 mila morti/anno e la sofferenza di 325 milioni di persone. Nei prossimi decenni assisteremo a micidiali carestie, migrazioni bibliche di intere popolazioni alla ricerca di una terra dove sopravvivere: se non si tratta di un problema di vita ... Ed è soprattutto un problema di salvaguardia della sopravvivenza stessa delle generazioni future".

"Il nostro pianeta in pericolo ha bisogno della testimonianza pasquale che caratterizza le comunità cattoliche nel mondo", conclude la Groppe richiamando la "capacità di speranza" invocata dal papa come responsabilità di ogni cristiano nella società di oggi. "Ricomporre un mondo frantumato" titola il recente documento dei gesuiti che segna una svolta di impegno radicale in senso ecologico a partire dalla spiritualità ignaziana. E sempre Benedetto XVI si esprimeva così nell'incontro coi giovani: "il rispetto per l'essere umano e il rispetto per la natura sono un tutt'uno, ma entrambi possono crescere ed avere la loro giusta misura se rispettiamo nella creatura umana e nella natura il Creatore e la sua creazione". Più chiaro di così. Ma ancora parole dimenticate.

Maria Teresa Pontara Pederiva

© www.vinonuovo.it, 14 dicembre 2011

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