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Ascensione del Signore

In qualunque parte della terra, in qualunque epoca, in qualunque ora, si radunano assieme due o più discepoli del Signore, egli sta in mezzo a loro. Da quel momento in poi la presenza di Gesù sarebbe stata ancor più larga nello spazio e nel tempo; per sempre avrebbe accompagnato i discepoli, dovunque e comunque. Di qui il motivo della grande gioia. Nessuno al mondo avrebbe ormai potuto allontanare Gesù dalla loro vita.

E' domenica dell'Ascensione. Gesù dopo aver dato le ultime istruzioni agli apostoli radunati nel cenacolo, esce con loro verso Betania e sale sino al monte degli ulivi. Giunto sulla cima, benedice i discepoli, si stacca da loro e sale verso il cielo. La narrazione si sviluppa in appena tre versetti, eppure questo episodio rappresenta un momento cruciale per la vita di Gesù e per la storia dei discepoli. Luca lo narra due volte. La prima per chiudere il suo Vangelo e la seconda per aprire il libro degli Atti degli Apostoli (è la prima lettura della santa liturgia di oggi). L'autore sembra voler dire che l'Ascensione, se da una parte indica la chiusura della vita pubblica di Gesù, dall'altra vuol significare una sua presenza più profonda nella vita dei discepoli tanto da essere l'inizio, quasi il fondamento, di tutta la storia seguente della Chiesa. "Salire al cielo" vuol dire andare più in alto della vita degli uomini, sino a giungere alla presenza di Dio. Nella Lettera agli Ebrei si descrive questo mistero: "Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d'uomo, ma nel cielo stesso, allo scopo di presentarsi ora al cospetto di Dio in nostro favore". L'ascesa al cielo non vuol dire che Gesù si sia allontanato dai discepoli. Significa piuttosto che egli ha raggiunto il Padre e che si è assiso accanto a lui nella gloria. Ascendere perciò vuol dire entrare in un rapporto definitivo con Dio, e avere una presenza forte e diffusa: come il cielo copre tutta la terra, così il Signore, ascendendo al cielo, comprende e avvolge tutti. Non è, quindi, un allontanarsi. Semmai è un avvicinarsi più profondo e coinvolgente. Se così non fosse non si comprenderebbe la gioia dei discepoli. Come è possibile gioire mentre il Signore si allontana? Eppure scrive Luca: "Dopo averlo adorato, i discepoli tornarono a Gerusalemme con grande gioia". Gli apostoli non solo non sono tristi per la separazione, addirittura sono pieni di gioia. Quel giorno i discepoli hanno sperimentato che il Signore era ormai definitivamente accanto a loro, con la sua Parola e il suo Spirito; una vicinanza certo più misteriosa ma ancora più reale di prima. Senza dubbio sono tornate loro in mente le parole che avevano sentite da Gesù: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18, 20). In quel giorno dell'ascensione le hanno comprese fino in fondo: in qualunque parte della terra, in qualunque epoca, in qualunque ora, si radunano assieme due o più discepoli del Signore, egli sta in mezzo a loro. Da quel momento in poi la presenza di Gesù sarebbe stata ancor più larga nello spazio e nel tempo; per sempre avrebbe accompagnato i discepoli, dovunque e comunque. Di qui il motivo della grande gioia. Nessuno al mondo avrebbe ormai potuto allontanare Gesù dalla loro vita. La gioia dei discepoli, ora è anche nostra, perché possiamo vivere quel che loro sperimentarono. I due angeli possiamo paragonarli alle Sante Scritture, all'Antico e al Nuovo Testamento. Esse ci vengono incontro mentre stiamo con la testa a fissare il cielo del nostro egoismo, delle nostre fantasie. No, non è questo il cielo che dobbiamo guardare. "Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?". Potremmo sentirci dire: "Uomini e donne di oggi, perché state a guardare il vostro cielo?". Quello di Gesù è più largo, è ampio come il mondo e profondo come il cuore degli uomini, avvolge il volto dei deboli, copre le terre martoriate dalla guerra, si stende sul letto dei malati, copre le piazze o le strade ove vivono i senza tetto. Questi e tanti altri sono i cieli che gli angeli ci invitano a contemplare.

Mons. Vincenzo Paglia

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