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Domenica delle Palme. La croce, anzi il Crocifisso

Il cuore dell'evento drammatico non è tanto la croce, quanto piuttosto il Crocifisso. La croce da sola resta un segno che evoca certo dolore, sofferenza, morte, ma senza svelarcene immediatamente il significato. La croce senza il Crocifisso resta come per gli antichi romani un supplizio infamante o come per i nostri contemporanei un elemento osceno.

 

La passione del Signore


Tempo fa fu rinvenuta sul Palatino a Roma la figura scalfita di un crocifisso con la testa d'asino e l'iscrizione: "Alexamenos adora il suo Dio". In quegli anni - i primi verosimilmente dell'avventura cristiana - la croce non era ancora diventata il "segno nel quale si vince", il simbolo trionfale delle chiese, l'ornamento dei troni imperiali, il distintivo degli ordini e delle onorificenze, o - come accade banalmente oggi - una sorta di amuleto da esibire in qualsiasi contesto, anche inopportuno.

In quegli anni di feroce persecuzione la croce era un segno di contraddizione e di scandalo e molto spesso conduceva all'emarginazione e alla morte. Più vicino a noi, quando fu conferita ad Hegel per i suoi 60 anni una medaglia con su una civetta e una croce, l'amico Goethe reagì stizzito: "Non capisco perché dovrei amare la croce, per quanto io stesso debba portarla".

Recuperare lo scandalo e perfino la stizza rispetto alla croce è forse il primo atteggiamento da ritrovare dinanzi al lungo racconto della Passione, che secoli di consuetudine rischiano di aver addomesticato o all'occorrenza evirato. Per altro - come si intuisce dalla narrazione che ne fa Luca - il cuore dell'evento drammatico non è tanto la croce, quanto piuttosto il Crocifisso. La croce da sola resta un segno che evoca certo dolore, sofferenza, morte, ma senza svelarcene immediatamente il significato. La croce senza il Crocifisso resta come per gli antichi romani un supplizio infamante o come per i nostri contemporanei un elemento osceno. Guidati da Luca vogliamo dunque guardare non tanto alla croce, ma al Crocifisso.

1. "Quando fu l'ora, Gesù prese posto a tavola e gli apostoli con lui" (v. 14). La passione si apre con la rievocazione dell'ultima cena e la doppia menzione del calice, ma soprattutto con l'ombra inquietante del tradimento che si staglia ormai chiaramente. Non potrebbe esserci contrasto più stridente tra la donazione di Cristo spinta all'eccesso e l'ipocrisia di Giuda e, per altri versi, quella che non tarderà a manifestarsi nel misconoscimento di Pietro. Quanto a Giuda, Luca accenna, ma di fatto omette il momento del "bacio", perché troppo disgustoso ed equivoco sul piano affettivo e si dilunga invece sul parapiglia che ne segue e che porta al taglio dell'orecchio destro del servo del sommo sacerdote (cfr. v. 50). Solo il terzo evangelista annota che Gesù riattacca l'orecchio quasi a rimarcare l'esplicito rifiuto di ogni violenza soprattutto nei riguardi di quelle frange politicizzate ed estremistiche, a cui anche Giuda sembrerebbe non essere estraneo.

Quanto a Pietro, invece, è sempre emozionante rivedere la sua sequela "a distanza" del Maestro che è strattonato nella casa del sommo sacerdote (cfr. v. 54) e, dopo il canto del gallo, lo sguardo di Gesù che letteralmente ‘converte' l'incauto capo degli apostoli (cfr. v. 61). Così nel buio assoluto emerge una luce repentina. Non è Pietro che ci ripensa, ma è "il Signore (che) voltatosi guardò Pietro e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto" (v. 61).

2. Un altro squarcio lucano che rivela il Crocifisso è il doppio incontro con Pilato prima e poi con Erode, che sembra voler protestare, per bocca di estranei, la sua totale innocenza politica. Appare chiaro che l'intento oltre che apologetico, mira pure a smascherare la pretestuosità dell'attacco giudeo. Pilato infatti incalza: "Sei tu il re dei Giudei"? Ed ottiene come risposta da Gesù: "Tu lo dici" (v. 23,3), che sembra in realtà un modo per prendere le distanze, ma anche per rassicurare della potenziale pericolosità del suo messianismo. E così Erode, intrigato da tempo dal profeta, per un verso lo prende in giro rivestendolo di una splendida veste (cfr. v. 11), ma in cuor suo presagisce che in fondo si tratta di un innocente. La cosa più sorprendente è che a contatto con l'uomo che gli sta davanti sia Pilato che Erode finiscono involontariamente per dichiararne la vera identità. Come Pilato che si lascia sfuggire: "Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte" (v. 15). Ma alla fine prevale la forza della piazza che grida a favore di Barabba (v. 18). Quasi a suggerire il fatto che la "banalità" del male si costruisce sull'insipienza di alcuni e sulla codardia di altri. In ogni caso sulla "stupidità" di tutti (H. Arendt).

3. Infine la rivelazione estrema del Crocifisso si ha sulla croce, che non è solitaria, ma è caratterizzata dalla presenza di altri due crocifissi. A prima vista tale compresenza sembrerebbe l'ennesimo sacrilegio di una vita violentata. In realtà la chiave di volta dell'intera scena è: "Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno" (v. 34). Nel perdono che include tutti, nessuno escluso, in primis i giudei, c'è il volto autentico di chi è veramente il Salvatore. Colui che non si salva da sé, che non scende dalla croce, ma rimane inchiodato. Proprio la sua impotenza finisce per svelarne il segreto. Non è un caso che uno dei due malfattori gli dice: "Gesù, ricordati di me" (v. 42). È la dichiarazione ormai non di un disperato, ma di un credente. La morte di Gesù, anzi il suo amore crocifisso segnerà anche il cambiamento del centurione pagano e della gente comune che se ne andrà attonita "percuotendosi il petto" (v. 48). Per tutti quello sguardo Crocifisso attira a sé.

Come scrive in Cristiani e pagani, il martire D. Bonhoeffer: "Gli uomini vanno da Dio nella loro tribolazione, chiedono aiuto, invocano felicità e pane, redenzione dalla malattia, dalla colpa e dalla morte. Fan tutti così, cristiani e pagani: non c'è differenza. Gli uomini vanno da Dio nella Sua tribolazione, lo trovano povero, ingiuriato, senza tetto né pane, lo vedono debole, percosso dai peccati e dalla morte. I cristiani stanno presso Dio nella Sua sofferenza. Dio va da tutti gli uomini nella loro tribolazione, ne sazia l'anima e il corpo col Suo pane, sulla croce per i cristiani e i pagani trova la morte, a entrambi dona perdono e benevolenza".

 

mons. Domenico Pompili

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