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Domenica di Pentecoste anno A. Un solo spirito, un solo corpo

Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi,

ricevete lo Spirito Santo

Proviamo ad "entrare in rete" facendoci aiutare da un passo rapido e fulminante come un lampo: è un pensiero firmato da un grande padre della Chiesa - s. Gregorio, vescovo di Nissa - di norma così controllato nel suo linguaggio da passare per uno di quei teologi che spaccano letteralmente il capello in quattro. Diceva dunque il Nisseno: Se a Dio togliamo lo Spirito Santo, quello che resta non è più il Dio vivente, ma il suo cadavere". Facendo il verso a questa espressione "mozzafiato", verrebbe da dire che, a maggior ragione, se alla chiesa togliamo lo Spirito Santo, quello che resta non è più il santo popolo del Dio vivente, ma un cimitero di cadaveri, una valle sterminata di ossa calcinate, così come abbiamo letto ieri sera nel rotolo del profeta Ezechiele, durante la liturgia vigiliare. Ed è proprio sul rapporto Spirito-Chiesa che sembra opportuno riflettere, un rapporto caldo e tenerissimo, che nel libro dell'Apocalisse viene espresso con il binomio: lo Spirito e la Sposa.

1. Il racconto della Pentecoste, negli Atti degli Apostoli, si apre con un versetto che costituisce una sorta di password per entrare nel "programma" del secondo volume dedicato da Luca al nobile Teofilo: "Mentre il giorno di Pentecoste stava per compiersi, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo" (At 2,1). Tutti insieme: l'espressione fa eco ad un'altra analoga che ricorre qualche riga più su, nella pagina degli Atti dove, parlando degli apostoli riuniti con Maria nel cenacolo, dopo l'ascensione, s. Luca afferma che essi erano "assidui e concordi nella preghiera" (At 1,14). Il termine greco reso con "concordi" (homothumadon) ricorre anche nel libro dell'Esodo (19,8) dove si legge che ai piedi del Sinai, al momento della stipulazione dell'alleanza e della promulgazione della legge, "tutto il popolo rispose insieme" (gr. homothumadon), per impegnarsi a mettere in pratica le parole di Dio. La tradizione giudaica accentuava questo particolare: il targum vi accenna fin dall'inizio del racconto: "Israele si accampò di fronte alla montagna tutto unito di cuore" (Es 19,2). Il commento tannaita spiega che gli Israeliti al loro arrivo al Sinai erano "un cuore solo": si vuole dunque dire che l'unanimità della prima comunità cristiana al momento della Pentecoste corrisponde a quella dell'assemblea del Sinai, e che nell'uno e nell'altro caso l'unità è data non tanto dal trovarsi nello stesso luogo, gomito a gomito, ma dall'unione dei cuori.

Dopo aver descritto i segni sensibili del vento gagliardo e delle lingue di fuoco - gli stessi segni che avevano accompagnato la teofania del Sinai: Es 19,18 - s. Luca indica l'effetto vero e proprio espresso da questi fenomeni: Ed essi furono pieni di Spirito Santo (At 2,4) e registra un ulteriore segno che si produce, il parlare degli apostoli in altre lingue, ma l'aspetto più importante è il loro farsi intendere nella lingua di altri popoli.

Per capire il senso dell'evento e il messaggio dell'evangelista Luca, occorre leggere la sua pagina della Pentecoste in "parallelismo antitetico", ossia in accostamento-contrasto con la pagina genesiaca della torre di Babele. A Babele si parte dall'unità di lingua e si arriva drammaticamente alla dispersione; a Pentecoste si parte dalla varietà di "tutte le nazioni che sono sotto il cielo" (At 4,6) e dalla diversità delle rispettive lingue e si arriva all'unità dei cuori, nella comprensione dello stesso messaggio. Ma, ancora una volta, per capire la Pentecoste, occorre decifrare a fondo il "caso- Babele", e quindi ci domandiamo: perché a Babele Dio stesso si incarica di "confondere" la lingua in modo che "non comprendano più l'uno la lingua dell'altro" (Gen 11,7)? Perché - rispondiamo - l'unità di Babele è una unità "secondo la carne", perseguita con la chiara ambizione di "farsi un nome" (Venite, facciamoci un nome - essi dicono - per non disperderci su tutta la terra: Gen 11,4). È una unità - quella di Babele - decisa e programmata con la mira egemonica di assicurare l'unità tra gli uomini attraverso un dominio universale e con la non troppo malcelata strategia di un imperialismo politico-religioso. La conseguenza ineluttabile è la divisione. Commenta amaramente un midrash: Quando si rompeva un mattone, tutti piangevano; quando moriva un uomo, nessuno se ne dava pensiero.

A Pentecoste il dono dello Spirito ristabilisce l'unità delle lingue che era andata perduta a Babele e prefigura così la dimensione universale della missione degli apostoli. La Chiesa nasce una e universale, unita e "cattolica", con una identità precisa, ma aperta, che abbraccia il mondo ma non lo cattura, come il Bernini ha voluto esprimere con il colonnato di piazza s. Pietro: due grandi braccia materne che si aprono ad accogliere, ma non si richiudono per trattenere.

2. Mettiamo a fuoco il movimento unitivo dell'opera dello Spirito Santo, servendoci di un'immagine cara a s. Agostino che sarà poi ripresa dal Vaticano II: l'immagine di ciò che fa l'anima nel corpo umano: "Ciò che è l'anima per il corpo umano - egli scrive - lo Spirito Santo lo è per il corpo di Cristo che è la Chiesa. Lo Spirito Santo opera in tutta la Chiesa ciò che opera l'anima in tutte le membra di un unico corpo. Ma ecco ciò che dovete evitare, ecco da che cosa dovete guardarvi, ecco ciò che dovete temere. Può accadere che nel corpo umano, anzi dal corpo umano, venga reciso qualche membro: una mano, un dito, un piede. Forse che l'anima segue il membro amputato? Quando questo era attaccato al corpo viveva; amputato, perde la vita. Così una persona è cristiana cattolica finché vive nel corpo, ma una volta staccata da esso, diventa eretica e lo Spirito Santo non segue il membro amputato. Se dunque volete vivere dello Spirito Santo, conservate la carità, amate la verità, desiderate l'unità e raggiungerete l'eternità".

S. Agostino tiene presente qui il passo di s. Paolo: un solo Spirito, un solo corpo (cfr. 1Cor 12,13), ma ascoltando s. Ireneo potremmo dire: un solo Spirito, dunque un solo coro: "Luca narra che questo Spirito, dopo l'ascensione del Signore, venne sui discepoli nella Pentecoste con la volontà e il potere di introdurre tutte le nazioni alla vita e alla rivelazione del Nuovo Testamento. Sarebbero così diventate un mirabile coro per intonare l'inno di lode a Dio in perfetto accordo, perché lo Spirito Santo avrebbe annullato le distanze, eliminato le stonature e trasformato il consesso dei popoli in una primizia da offrire a Dio. Perciò il Signore promise di mandare lui stesso il Paraclito per renderci graditi a Dio. Infatti come la farina non si amalgama in un'unica massa pastosa né diventa un unico pane senza l'acqua, così neppure noi, moltitudine disunita, potevamo diventare un'unica Chiesa in Cristo Gesù senza l''Acqua' che scende dal cielo".

Riprendendo questi spunti così suggestivi, proviamo a "smontare" l'immagine del coro per leggervi gli elementi strutturali e gli aspetti costitutivamente indispensabili perché si possa parlare di una autentica esperienza di "popolo di Dio". In sintesi, come l'immagine del coro implica tre fattori essenziali e ineliminabili che costituiscono l'identità di quella cosa che è propriamente un "coro", e cioè uno spartito, un maestro e una corale, così si possono evocare ed evidenziare i tre elementi "corali" della chiesa: lo "spartito" è il vangelo, la "corale" è la santa assemblea del popolo di Dio, il "maestro" è il vescovo.

La Chiesa non ha nel suo repertorio altri "pezzi" da eseguire all'infuori dell'unica "bella notizia", la parola del suo Signore. Non ha altra storia da cantare che la storia della salvezza. Non ha altri "libretti" da eseguire che i 73 libretti della sacra Scrittura. Ora, se è vero che la nostra società si è rifatta pagana, dobbiamo dar ragione a Giovanni Paolo II il quale è stato il primo a parlare di "nuova evangelizzazione" come dell'urgenza prioritaria e indifferibile dei nostri giorni. Certo, la liturgia resta l'espressione più alta dell'agire della Chiesa, è elemento essenziale nella vita del popolo di Dio, ma viene dopo: come dice il concilio Vaticano II, prima che gli uomini possano accostarsi alla liturgia, è necessario che siano chiamati a credere e a convertirsi (SC 9).

La Chiesa - è il secondo elemento - è come una grande corale. Altrimenti si riduce ad una sorta di "Montecatini". L'immagine è di don Zeno Saltini, il fondatore di Nomadelfia: "Per alcuni la Chiesa è una specie di Montecatini, comoda divertente cura intestinale per lavare le budella dell'anima con qualche santa Messa, qualche pellegrinaggio ai piedi di un rovinato poverello di Assisi, un qualche Anno Santo... E poi non manca mai l'occasione di respirare un effluvio d'incenso, al tintinnio del campanello della benedizione eucaristica e al suono dolce di un organo a tre tastiere. Culto e prediche. Tutto il resto, che c'entra?".

Oggi sta ritornando la sindrome del campanile, nel senso degenere di campanilismo, voglio dire, delle chiesuole, dei partitini, delle leghe, dei rioni. Sia chiaro: non si tratta di abolire i campanili, fuor di metafora, non si tratta di cancellare le parrocchie. Si tratta piuttosto di suonare insieme le nostre campane. Non possiamo dire: noi stiamo bene col nostro parroco e la nostra chiesetta. Degli altri non ce ne importa.

Infine, il "maestro" del coro ecclesiale è il vescovo. Quando ci raduniamo nella chiesa-cattedrale tutti insieme componiamo l'unica Chiesa particolare: siamo tanti, di diverse comunità, ma con il battesimo abbiamo ricevuto lo stesso "DNA", quello del Dio-Trinità; e perciò ci ritroviamo qui fusi ma non confusi, distinti, ma non distanti, uguali ma diversi, e diversi ma uniti. In questo coro il vescovo ha il compito non di cantare extra o supra chorum, ma di far cantare la sua Chiesa. Egli, infatti, non ha la sintesi dei ministeri, ma il ministero della sintesi. Il pastore della Diocesi non è un feudatario che distribuisce fette di potere, né un super-manager che controlla dalla sua poltrona di boss irraggiungibile l'andamento generale dell'azienda, ma appunto un maestro di coro che aiuta la comunità affidatagli ad eseguire lo "spartito" del vangelo e a cantare con voci diverse, ma all'unisono, con un solo cuore e un solo Spirito, la bella notizia che "in nessun altro nome sotto il cielo c'è salvezza" all'infuori del nome benedetto di Gesù (cfr. At 4,12).

Concludiamo, scambiandoci un augurio con le parole di s. Paolo ai Romani: "Il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo (homothumadon) e una sola voce rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo" (Rm 15,5-6). Amen.

 

Commento di mons. Francesco Lambiasi

tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi"
Ave, Roma 2007

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