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Il Bimbo di Betlemme

Il nostro è un Dio che ama e a nostro esclusivo vantaggio opera lo scambio tra la sua divinità e la nostra umanità, offrendo la giusta risposta alla innata esigenza dell’uomo di essere come Dio.

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Dio invisibile si è reso visibile in Gesù, nel Bimbo di Betlemme, che si è fatto uomo, come uno di noi. Così facendo, si è dato una immagine e ha rivelato a noi la nostra dignità di figli suoi.
Il Concilio Vaticano II insegna che “con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo: ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo; nascendo da Maria, Egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato”.
Sembra quasi che Dio stesso abbia rinunciato al divieto di riprodurre immagini e abbia superato la difficoltà che le immagini presentano nel manifestare la somiglianza tra Lui e le sue creature: si fa bambino e noi possiamo dargli del “tu”.
E’ questa la meravigliosa realtà del Natale: Dio si è fatto uomo perché noi diventassimo dei, cioè partecipi della natura divina; si fa uomo per donarci la sua divinità.
Tornano alla mente i tanti miti dell’antichità che raccontano dei tentativi da parte dell’uomo di diventare come Dio. Ricordiamo tutti l’inganno subìto da Adamo ed Eva ad opera del serpente (“diventerete come Dio”) e la risposta dello stesso Dio che ci rende “divini”, così come l’uomo aveva inutilmente tentato.
Il nostro è un Dio che ama e a nostro esclusivo vantaggio opera lo scambio tra la sua divinità e la nostra umanità, offrendo la giusta risposta alla innata esigenza dell’uomo di essere come Dio.
Gesù è il dono di Dio all’umanità; anzi Dio dona se stesso; non ci dà qualche cosa di creato, ma se stesso per amore e nell’amore.
Ci si potrebbe chiedere a cosa serve tutto questo, visto che non sempre ricordiamo la nostra dignità di figli di Dio, come attestano i tanti Natali vissuti e il male che ci circonda.
Vorrei non dare spazio allo scoraggiamento. Andiamo “oltre”, come i pastori “che andarono sino a Betlemme” (noi dinanzi al presepe o all’albero), e sostiamo per ascoltare il silenzio dalla cattedra di un Bambino: cogliamo l’essenziale, spesso invisibile al nostro sguardo superficiale.
Risentiamo forte in noi l’esigenza di cercare la verità, anche se l’atmosfera natalizia che ci circonda (luci, negozi, pubblicità, regali, preparativi frettolosi, forse lo stesso presepe o lo stesso albero) non agevola la crescita della nostra dimensione interiore capace di collegare l’esterno con la nostra interiorità e le emozioni interiori con gli eventi esterni.
Sarà possibile così cogliere l’essenziale anche nelle cose presenti a Natale, anche nella tradizione delle luci e dei doni.

Sì, anche le luci, che, abbondanti, sfolgorano nelle strade e nelle nostre case, possono diventare segni della luce che è Gesù e farci conoscere il senso della vita e della eterna battaglia tra la luce e le tenebre, tra il bene e il male, che si conclude con la vittoria del bene e con il trionfo dell’amore che supera l’odio e della vita che sconfigge la morte. Sta a noi non lasciarci abbagliare dal luccichio delle luci sino al punto di dimenticare quella dell’avvenimento della nascita dell’umile Dio.
La stessa cosa può dirsi della preoccupazione di scambiarsi i doni in occasione delle feste di Natale: i doni sono segni dei beni che ci si vuole reciprocamente donare, sull’esempio di Dio “che ha tanto amato il mondo da donare il suo proprio Figlio”.
Il Bimbo di Betlemme, con il suo esempio, a questo ci conduce.
Non vorrei che per me e per voi si realizzasse la metafora di un racconto, in cui un bimbo piange, perché giocando a nascondino con un suo compagno, questi non va a cercarlo quando per gioco si nasconde. Il nonno, al quale il bimbo racconta questo nel pianto, lo conforta dicendo che “anche Dio si nasconde e nessuno vuole cercarlo”.
Il mio augurio di Natale diventa perciò quello di ricercare il Bimbo di Betlemme, di contemplare in Lui la divinità nascosta, donata anche a ciascuno di noi.

don Giacinto Ardito
 

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