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IV Domenica del Tempo Ordinario - La sorte del profeta

«Non è il figlio di Giuseppe?», si chiedono i suoi concittadini. Gesù è conosciuto in tutto e per tutto dentro una dimensione di assoluta ordinarietà, eppure attribuisce a se stesso una missione del tutto eccezionale.I suoi ascoltatori non sopportano il confronto tra l’attività, la missione, l’autorità che egli mostra di avere, o almeno rivendica, e le sue condizioni sociali e familiari, che sono umili e normali. I nazaretani non sono disposti ad accogliere lo straordinario in vesti povere, dentro un quotidiano del tutto feriale.

 

Il Vangelo di oggi è il seguito del brano che abbiamo letto domenica scorsa. Mentre la prima parte del racconto metteva in risalto la missione profetica di Gesù, oggi dalla seconda parte emerge soprattutto la «sorte» che tocca al profeta; il tema è integrato dal testo di Geremia: il profeta è un uomo scomodo e per questo viene rifiutato, ma Dio è con lui e lo salva.

 

1. Il rifiuto del «figlio di Giuseppe»

 

Gesù annuncia l’oggi di Dio (Lc 4,21), cioè il compimento del disegno divino di salvezza in quel preciso oggi, in cui egli sta parlando. Inizialmente le sue «parole di grazia» destano meraviglia, e gli ascoltatori «rendono testimonianza a Gesù»; ma poi, invece di giungere alla fede, quegli uomini si scandalizzano fino al punto di cadere in pieno urto e in diretto contrasto con lui. Quali sono le ragioni del loro rifiuto? Non si fa fatica a scorgerle nel testo stesso.

«Non è il figlio di Giuseppe?», si chiedono i suoi concittadini (v. 22). Gesù è conosciuto in tutto e per tutto dentro una dimensione di assoluta ordinarietà, eppure attribuisce a se stesso una missione del tutto eccezionale.

I suoi ascoltatori non sopportano il confronto tra l’attività, la missione, l’autorità che egli mostra di avere, o almeno rivendica, e le sue condizioni sociali e familiari, che sono umili e normali. I nazaretani non sono disposti ad accogliere lo straordinario in vesti povere, dentro un quotidiano del tutto feriale. Ora, l’insieme dell’attività di Gesù in parole (e per Luca presto anche in opere) rivendica un’autorità che va al di là dei suoi dati anagrafici e del suo ambiente di educazione e formazione: la sua sapienza è l’annuncio del Regno e il suo insegnamento postula l’adesione di fede, perché è la rivelazione del disegno di Dio.

I nazaretani non sono disposti a riconoscere tutto ciò nel «figlio di Giuseppe». Nell’ambiente di Gesù ogni uomo era identificato in riferimento alla paternità («figlio di ... »); quest’identificazione a volte veniva fatta anche solo in base al mestiere del padre, e Giuseppe era un semplice ed umile artigiano; forse aveva prestato la sua opera di carpentiere insieme a tanti altri anonimi operai nella costruzione di Tiberiade, fondata nel 20 d.C. Quest’identità, quest’immagine «paesana» di Gesù è troppo semplice e povera per sostenere la missione dell’inviato di Dio, concepita tra il popolo in veste trionfalistica. Inoltre è bene forse accennare a certe tipiche manifestazioni di mentalità paesana: essa non sopporta che uno sia diverso dagli altri, che emerga e si attribuisca particolari poteri; a volte vicino alla familiarità, al conoscersi e frequentarsi cordiale, c’è anche quel fattore assai comune di invidia e grettezza, che serpeggia in un inconscio semi‑latente. L’uomo allora fa fatica a recuperare e vivere tutta la sua libertà interiore, perché si sente controllato da una mentalità di pettegolezzo, che poco o niente indulge alla diversità. Gesù a Nazaret è vittima dei suoi compaesani per la loro mancata fede, ma forse anche un poco per le loro chiusure umane.

 

2. Le pretese umane e il dono di Dio

 

C’è un secondo motivo che spiega il rifiuto di Gesù. I suoi ascoltatori vogliono miracoli: «Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!» (v. 23). Chiedono lo straordinario nei fatti, anzi, quasi vorrebbero un trattamento di privilegio: è quasi d’obbligo che un uomo che possiede un potere fuori del comune realizzi qualcosa di particolare prima di tutto per il proprio paese; è la filosofia spicciola del «campanile». Per i nazaretani si tratta di qualcosa di più serio. A livello più profondo, ci troviamo di fronte alla mentalità comune a tutto Israele: la teologia dell’elezione aveva creato la convinzione di una priorità, che sconfinava spesso nell’esclusività: Dio aveva amato Israele, aveva scelto Giacobbe invece di Esaù, e questo fatto pian piano aveva snaturato i rapporti con Dio. Ciò che Dio aveva donato con amore gratuito era finito per esser recepito come un diritto; non era più Dio a dire «mio popolo», ma era il popolo a dire con senso di possesso «mio Dio»; il possesso sembrava postulare una rivendicazione e la rivendicazione poteva scivolare in una specie di arroganza e di esclusività.

Le due citazioni, che Gesù porta dalla vita di Elia (1Re 17,lss) e dalla vita di Eliseo (2Re 5,1ss), hanno questo significato: anche nei momenti in cui il bisogno di salvezza è più urgente, Israele non può vantare diritti davanti a Dio; il Signore manda i suoi profeti là dove la sua azione è accolta come un dono e non pretesa come un diritto. Per questo anche Gesù non soddisfa la richiesta dei nazaretani, che esigono dei segni mentre rifiutano la fede (Mt 12,38). Ciò che viene affermato qui è appunto il primato della fede: Dio è riscontrabile là dove l’uomo è disposto a riscontrarlo; Dio si fa vedere là dove l’uomo ha gli occhi aperti; Dio tace e si nasconde là dove è messo a tacere o viene ignorato.

Con questo richiamo alla fede Gesù chiarisce la giusta direzione, la giusta strada per il Regno: la gratuità del Padre, la sua misericordiosa benevolenza si rivelano soltanto a contatto con l’umile accoglienza dell’uomo. Chi invece pretende una specie di confronto con Dio, esigendo da lui l’esibizione di credenziali del tutto probanti (in questo caso il miracolo) è fuori della strada del Regno. Si vorrebbe fare della fede una sorta di investimento basato su una specie di calcolo di probabilità; ma il Regno è fiducia in Dio senz’alcuna riserva (Lc 1,20). Gesù chiede questo ai suoi ascoltatori, e lascia capire che l’elezione da parte di Dio e tutte le promesse profetiche legano il popolo al suo Signore, ma senza diritti particolari, se non quello che l’annuncio del Regno sia fatto in primo luogo ad Israele, cioè che l’oggi di Dio sia rivelato là dove la Parola aveva trovato la sua prima risonanza umana. Israele era stato amato per primo, ma questo amore rimane libero, e muore non appena si tenta di catturarlo: l’accaparramento indebito vanifica la consistenza del dono.

Gesù rimprovera ai nazaretani quello che è stato tante volte il peccato di tutto il popolo, ma essi non accettano il suo discorso e si scagliano contro di lui con violenza. E’ il primo atto di una storia di cui già si presagisce la conclusione: all’inizio e alla fine di questa storia il popolo conduce Gesù «fuori della città», sul rialzo di una collina. Gesù si lascia condurre sul ciglio del dirupo su cui è costituita Nazaret perché sia chiaro il segno di quanto vuole prefigurare; poi riprende in mano le redini della vicenda e da Signore della storia passa oltre e se ne va (cf. v. 30). Ma dove si dirige? E molto chiaro: egli intraprende quel cammino che dal segno ‑lo condurrà alla piena realtà, dalla collina di Nazaret al monte di Gerusalemme, perché «non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme» (Lc 13,33). Nel Vangelo di Luca, tutta la missione di Gesù si svolge lungo un cammino verso Gerusalemme. L’evangelista concepisce la vita pubblica di Gesù come un pellegrinaggio al monte del Signore.

 

3. Il Signore custodisce e salva il profeta

 

Quest’aspetto è appena accennato alla fine del brano evangelico: «Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò» (v. 30). Notiamo che l’ultimo verbo, nel testo originale, è un imperfetto: «Camminava, faceva la sua strada». Gesù non si sottrae ai suoi avversari, ma è custodito, pur rimanendo «in mezzo a loro». Gesù non si salva scappando; egli si difende perché è difeso: il Signore non lascia la sua storia all’arbitrio dell’uomo, e i profeti sono inviati secondo un progetto che il Signore custodisce. Questa teologia è molto più sviluppata nella prima lettura, tratta dal libro di Geremia. Prima di inviare il profeta, il Signore si preoccupa di fargli comprendere che la sua opera non sarà frutto di una specie di volontarismo umano, ma che egli è inviato secondo un progetto d’amore che il Signore custodisce: «Ti conoscevo prima che tu fossi concepito; ti ho consacrato prima che tu nascessi; ti ho stabilito io come profeta» (cf. v. 5). Per questo il Signore non lo abbandonerà: «Non ti vinceranno perché io sono con te per salvarti» (v. 19). Certo, sul momento alcune vocazioni profetiche sono sembrate un fallimento. Elia, Isaia hanno spesso sperimentato l’inutilità immediata della parola; Geremia vivrà un’esperienza che lo porterà fin sull’orlo della ribellione e del rifiuto (c. 20); ma ad una lettura complessiva della storia è chiaro un filo misterioso che collega tutto a un unico punto e progetto. Tutto contribuisce alla crescita della storia, senza la minima violenza al volere dell’uomo, anche quando esso è malvagio, né al progetto di Dio, anche quando esso sembra fallire.

Le parole di Geremia hanno molto da insegnare al cammino di fede del cristiano: solo un insensato o un «uomo di poca fede» può pensare che Dio concepisca i suoi progetti per poi gettarli al vento, che costruisca le sue barchette per poi abbandonarle alla violenza del mare. Se l’uomo avrà i «fianchi cinti», se conserverà la dimensione del pellegrino che pensa solo alla sua patria, se sarà in piedi e camminerà senza sciocchi ripensamenti, se sarà attento a quanto il Signore giorno per giorno gli dirà, egli sarà una fortezza, un muro di bronzo, cioè sarà capace di perseverare nella sua fede: è il contenuto dei vv. 17‑18. E’ sintomatico poi quanto viene detto al v. 17b: «Non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere dinanzi a loro». Chi avrà paura sarà vittima della paura.

In tempi in cui l’uomo seriamente si interroga su come fare a mantenere intatta la sua fede in una società dominata da meccani­smi perversi e violenti, queste parole sono un tonico. A volte infatti i nostri interrogativi nascondono inconsce paure: non vorremmo perdere le nostre piccole sicurezze; vorremmo rimanere immuni da ciò che giudichiamo malvagio, non cadere nell’ingranaggio di una routine antievangelica, ma non ce la sentiamo di appellarci a un coraggio maggiore che potrebbe smantellare le nostre sicurezze. Affidarsi a Dio vuol dire ipotecare le nostre cose da quattro soldi per un futuro più ricco di quanto possiamo immaginare. Che se poi questo futuro ci interessa meno delle nostre presenti meschinità, allora chiediamoci: ma è proprio vero che vogliamo fare un cammino di fede? Per il resto, ricordiamo la parola di Gesù: «Non preoccupatevi di come e di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire ... sarà lo Spirito del Padre vostro che parlerà in voi» (Mt 10,19‑20). Preoccupiamoci piuttosto di essere «pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi» (1Pt 3,15).

 

 

 

Per l'approfondimento: www.omelie.org

 

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