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V Domenica del Tempo Ordinario anno A. Sale della terra e luce del mondo

Essere sale e luce non può mai essere per il cristiano e per la comunità cristiana nel suo insieme un dato acquisito una volta per tutte, una garanzia, ma è sempre un evento di grazia che avviene quando c’è obbedienza del credente e della comunità alla parola del Signore Gesù, quando si custodisce e si realizza la parola del Vangelo

Ai destinatari delle beatitudini (cf. Mt 5,1-12), a quelli a cui è donato il regno dei cieli, Gesù indirizza altre parole, per rivelare la loro identità: sale della terra, luce del mondo, città collocata sopra un monte. Anche queste parole rivelano il motivo delle beatitudini: i discepoli autentici sono felicitati, colmi di beatitudine, perché sono anche portatori di cose buone e necessarie a tutti gli esseri umani. A loro è promessa una ricompensa grande nei cieli, ma già ora hanno una responsabilità, un significato, una missione nella storia umana.

Nella nostra vita ci sono cose essenziali, di cui si ha bisogno, e per gli antichi la luce e il sale erano considerati tali: senza la luce non era possibile la vita e senza il sale la vita sarebbe stata priva di gusto. Ecco allora la prima dichiarazione di Gesù: “Voi siete il sale della terra”. Innanzitutto va messo in risalto il “voi”, che nel vangelo secondo Matteo viene spesso usato da Gesù per indicare non singoli individui alla sua sequela, ma una comunità, un corpo. Si pensi solo all’affermazione: “Voi siete tutti fratelli” (Mt 23,8). Ovvero, nella relazione con il mondo i cristiani devono essere sale e luce, ma nelle relazioni tra loro sono fratelli, ed è proprio questa fraternità vissuta nell’amore intelligente (cf. Mc 9,50) che, come luce, può diffondersi in mezzo a tutta l’umanità.

Ma perché i discepoli possono essere “sale della terra”? Perché nell’antichità, così come oggi, il sale aveva e ha soprattutto due funzioni: dare gusto al cibo e conservare gli alimenti, avendo la capacità di purificare e di impedire la decomposizione. L’immagine è ardita ma riesce a colpire chi ascolta: tutti cerchiamo di dare sapore alla vita, di lottare contro la decomposizione, e i cristiani in particolare sono chiamati ad adempiere questo compito specifico. Chi cucina, sa che mettere il sale nei cibi richiede discernimento e misura, ma è soprattutto consapevole di compiere questa azione per dare gusto. Ebbene, i cristiani devono esercitare tale discernimento e conoscere la “misura” della loro presenza tra gli uomini: solidarietà fino a “nascondersi” come il sale negli alimenti, e misura, discrezione, consapevolezza di essere solo apportatori di gusto. Nell’Antico Testamento è testimoniata anche “l’alleanza del sale” (Nm 18,19; 2Cr 13,5), cioè un patto stipulato spargendo sale, per esprimerne la perseveranza fedele. Insomma, come il sale, la comunità cristiana inocula diastasi nella società, invita a resistere alla decomposizione, al venir meno dell’umanizzazione. Ma Gesù avverte che, per svolgere nel mondo la funzione del sale, occorre essere autentici e non diventare insipidi. Se il sale non mantiene la sua qualità, allora non serve più, ma può essere solo buttato via; così anche la comunità cristiana, se diviene mondana, appiattendosi sul “così fan tutti”, se non è più capace di avere la sua specificità, la “differenza cristiana”, non ha più ragione di essere.

Segue la seconda immagine utilizzata da Gesù: “Voi siete la luce del mondo”. Nel quarto vangelo Gesù stesso dice di sé: “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12), rivelazione che illumina questa parola del vangelo secondo Matteo. La comunità cristiana è associata al suo Signore e Maestro: non risplende di luce propria, ma la riceve e la riflette. La luce è essenziale per la vita sulla terra: senza il sole, la terra sarebbe un morto deserto. La luce è la vita, per questo Dio è celebrato nelle Scritture mediante questa metafora: egli è fonte della luce (cf. Sal 36,10), è “splendente di luce” (Sal 76,5), è “avvolto in un manto di luce” (Sal 104,2), e perciò il suo insegnamento, le sue parole sono luce. Come suo riverbero, anche i protagonisti di una missione voluta da lui sono luce: Gerusalemme come luogo da cui esce la parola del Signore (cf. Is 60,1-3), il Servo del Signore costituito “luce per le genti” (Is 42,6; 49,6). Per questo anche la comunità di Gesù è detta “luce del mondo”: non è il sole, ma è una realtà illuminata dal “sole di giustizia” (Ml 3,20), dal “sole che sorge dall’alto” (Lc 1,78). I cristiani sono dunque “figli della luce” (Lc 16,8; Gv 12,36; Ef 5,8; 1Ts 5,5) e devono brillare come stelle annunciando la parola di vita (cf. Fil 2,15-16).

La vocazione di Gerusalemme è dunque ora vocazione della comunità cristiana che, proprio in quanto realtà illuminata dal Signore, può attirare a sé gli sguardi e i cammini di tutta l’umanità (cf. Is 2,1-5; 60). L’immagine della città sul monte, percepibile di lontano quale punto di orientamento, illustra bene la missione della comunità cristiana: illuminare, orientare i cammini dell’umanità. Questa attrazione è un dovere, una responsabilità. Ma si faccia attenzione: non si tratta di assumere un’ostentazione trionfalistica o di risplendere a tal punto da accecare gli altri. Si tratta semplicemente di dimorare là dove Dio ci ha dato di stare, senza preoccuparci troppo: ovvero, di non impedire alla luce ricevuta dal Signore di rifrangersi e ricadere sugli altri. Nessuna ostentazione, come quella di certi ipocriti che Gesù rimprovera (cf. Mt 6,1-2.5.16), nessuna ansietà di convertire o di far vedere ciò di cui siamo capaci, ma la semplice e umile capacità di lasciare che la luce donataci dal Signore si diffonda. Conosciamo bene la tentazione che assale noi credenti: diciamo di voler “dare testimonianza” e così presentiamo agli altri la nostra vita, le nostre opere, le nostre storie, per ricevere consensi e applausi. Come non denunciare l’imperversare negli ultimi decenni della moda, diffusa in molte assemblee ecclesiali, del racconto di sé come testimonianza? No, il discepolo autentico si ignora, non festeggia se stesso o la realtà a cui appartiene, ma celebra il Signore e la sua grazia mai meritata.

Infine, Gesù parla per la prima volta del “Padre vostro che è nei cieli”. È lui che deve essere glorificato, a lui va riconosciuta l’origine di ogni buona azione: quelle azioni compiute dal discepolo di Cristo, quelle opere di misericordia e di giustizia richieste già dal profeta Isaia al popolo di Dio (cf. prima lettura), quando sono viste dagli altri possono causare in loro il riconoscimento dell’amore operante di Dio, che per tutti è il Padre che è nei cieli. Ecco dunque come la chiesa, nella feconda dialettica tra nascondimento e rivelazione, può stare nel mondo senza integralismi e senza essere militante, ma predisponendo tutto puntualmente affinché la parola del Signore operi in lei e tra gli uomini e le donne della terra.

Essere sale e luce non può mai essere per il cristiano e per la comunità cristiana nel suo insieme un dato acquisito una volta per tutte, una garanzia, ma è sempre un evento di grazia che avviene quando c’è obbedienza del credente e della comunità alla parola del Signore Gesù, quando si custodisce e si realizza la parola del Vangelo. Non si dimentichi che i cristiani sono dei “chiamati” (ékkletoi) dal Signore nella sua chiesa (ekklesía), ma questa vocazione può da loro essere mutata in de-vocazione: sì, possiamo ritornare indietro, perdere il sapore, opacizzare e affievolire la luce ricevuta dal Signore.

 Enzo Bianchi

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