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V Domenica del Tempo Ordinario anno B. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie

Il vangelo non è una proposta eccezionale per persone eccezionali, e la Chiesa non potrà mai diventare una setta di eletti o una ristretta èlite di perfetti, ma sarà sempre una comunità di salvati, di peccatori convertiti e perdonati, in fedele, instancabile cammino sui passi dell’unico Maestro e Signore.

Fortissimo Gesù!, avrà esclamato Pietro al termine di quella prima giornata di missione a Cafarnao, una giornata magica, con quell’agenda fitta fitta di preghiere, discorsi, impegni, incontri, appuntamenti. E il tutto così strabiliante, stupefacente, ad altissima tensione. Le ore si erano rincorse serrate, velocissime: alla mattina in sinagoga per la celebrazione dello shabbàt a mezzogiorno a pranzo da Simone; a sera, con tutti quei malati davanti alla porta da far sembrare il vicolo, antistante la casa, la corsia di un pronto soccorso. Sotto il calamo ruvido di Marco, i fatti di quel sabato fantastico - ad anni di distanza - è come se stessero accadendo adesso e tutti avvengono subito: subito Gesù entra nella sinagoga, subito lì un poveretto si mette a gridare, subito la fama del giovane Maestro di Nazaret si diffonde in giro, subito ci si reca in casa di Simone, subito la suocera viene guarita...
Fortissimo Gesù!, avrà gridato Pietro, ubriaco di entusiasmo, quella notte, svegliandosi di soprassalto, dopo che gli si era interrotto bruscamente un sogno “in technicolor”, proprio sul più bello, mentre il Maestro lo stava proclamando primo discepolo e suo portavoce ufficiale. Ma dove se ne sarà andato in giro Gesù, in quelle ore piccole, anziché riposare per prepararsi ad una seconda giornata trionfale, ancora più elettrizzante della prima? Era uscito - annota Marco - “quando era ancora buio” e si era ritirato in un luogo appartato a pregare. Ma subito Simone e compagni si mettono sulle sue tracce: il verbo qui usato dall’evangelista si dovrebbe tradurre: “lo inseguono”. È un verbo ammiccante: cosa fanno questi discepoli? Anziché seguire il Maestro, ora si mettono a inseguirlo? Ma... a questo punto dallo stilo dell’evangelista scappa sulla pergamena un “ma”. Ad essere pignoli, è una e, che però ha un “senso correttivo” (Nolli) e va tradotta proprio con unma, peròMa Gesù disse loro: Andiamo altrove, nelle borgate vicine, perché anche là possa annunciare (l’evangelo): per questo infatti sono venuto!”. Così la bella notizia riprende a correre per le strade polverose della Galilea. E la missione continua...

La missione: oggi se ne fa un gran parlare. Da tutte le parti, in tutti i convegni ecclesiali, su tutta la stampa cattolica, non si fa altro che ripetere, come una litania: ci vuole una conversione missionaria della parrocchia; occorre passare da una pastorale di conservazione a una di missione; è urgente porre mano ad una nuova evangelizzazione; c’è bisogno di un rinnovato primo annuncio del vangelo. Tutto vero, ma tutto questo si può concretizzare solo “seguendo lo stile del Signore Gesù, il primo e più grande evangelizzatore” (CVMC 33). Dobbiamo imparare a ri-diventare missionari, mettendoci alla scuola del primo Missionario. Ora, lo stile evangelizzatore di Gesù è segnato da alcuni tratti immancabili, che non possiamo non riscoprire e assimilare. Si potrebbero esprimere in forma di paradossi. Ne percorriamo rapidamente tre.

Un primo tratto è quello compreso nel binomio: grazia e responsabilità. Gesù non fa il pioniere, perché sa bene - e lo canta in tutti i toni - che lui è il-mandato-dal-Padre. La missione è un dono che si riceve, non una attività che si sceglie. Non si va in missione per iniziativa propria, ma perché si è stati scelti, illuminati e inviati. La missione non è un’autodestinazione. Scrivendo ai cristiani di Roma, Paolo si qualifica come “schiavo di Cristo Gesù”. Il missionario non ha un suo progetto da realizzare, né una propria parola da dire. Non si è apostoli per decisione personale, ma per chiamata. E la chiamata chiede un grande amore, non primariamente l’amore degli uomini, ma di Gesù Cristo. “Noi siamo vostri servitori per amore di Gesù Cristo” (2Cor 4,5).
Alla chiamata di Dio è dovuta la nostra consapevole, umile, generosa e gioiosa risposta: della grazia della missione noi siamo debitori. “Sono in debito verso i Greci come i barbari, verso i dotti come verso gli ignoranti” (Rm 1,14). “Sono in debito”: queste parole esprimono sorpresa per il dono ricevuto, dicono riconoscenza, indicano responsabilità. Della luce che ci ha illuminato, siamo in debito non solo verso la Chiesa che convoca, ma anche verso il mondo che cambia.

Un altro tratto paradossale è quello che intreccia radicalità evangelica e vita quotidiana. Per Gesù la missione è tutto, e lui è tutto per la missione. Anche per il discepolo l’evangelizzazione è l’obiettivo irrinunciabile, la responsabilità primaria, l’impegno più alto e assoluto. Questa radicalità dev’essere però ben intesa. Non può essere interpretata come eccezionalità di opere o di gesti, come somma di rinunce o straordinarietà di sacrifici. La santità è questione di cuore: richiede di non anteporre nulla all’amore gratuito e smisurato del Signore e, per questo, esige di essere pronti anche a lasciare tutto, ma solo per seguire lui. È una radicalità che non si misura sulla quantità materiale delle cose lasciate, ma sulla rettitudine del cammino intrapreso, sulla purezza della fedeltà al vangelo, sulla genuina qualità dell’appartenenza al Signore.
Perciò il discepolo accreditato per annunciare il vangelo è colui che “prende la sua croce ogni giorno” e segue il suo Signore (cfr. Lc 9,23). “Ogni giorno”, chiede Gesù: infatti la direzione della via della croce non può essere solo quella del martirio, ma anche la via del quotidiano, inteso come la situazione normale e ordinaria, in cui il cristiano vive.
Nella vita di tutti i giorni, nei luoghi di lavoro e di vita sociale si creano occasioni di testimonianza e di comunicazione del vangelo. Il vangelo non è una proposta eccezionale per persone eccezionali, e la Chiesa non potrà mai diventare una setta di eletti o una ristretta èlite di perfetti, ma sarà sempre una comunità di salvati, di peccatori convertiti e perdonati, in fedele, instancabile cammino sui passi dell’unico Maestro e Signore.

Un altro tratto tipico della missione è - a volerlo esprimere anch’esso in termini paradossali - il coraggi e, insieme, la discrezione: Gesù ha parlato apertamente, in piena libertà, con totale franchezza, perché la lampada non si può nascondere sotto il tavolo, perché quello che abbiamo ascoltato all’orecchio, va predicato sui tetti. Ma la visibilità del testimone non si può confondere con l’esibizione spettacolare. Gesù non si è rivelato di colpo, con una manifestazione abbagliante, ma attraverso una storia umile, un cammino quasi nella penombra. Si è lasciato scoprire, offrendo argomenti convincenti, non sciorinando dimostrazioni accecanti. Si è identificato con il servo del Signore che non spezza la canna infranta, non spegne il lucignolo fumigante.
Né il Signore risorto cambia il suo modo di rivelarsi. Non appare alla folla nel piazzale del tempio, per farla cadere in ginocchio; non compare in sogno ai suoi avversari, per confonderli. Il suo stile è sempre discreto, rispettoso della libertà degli interlocutori. Il discepolo, alla scuola di Gesù, impara a non suonare la tromba, quando fa l’elemosina; a profumarsi la testa e a lavarsi il volto, quando digiuna; a rinchiudersi nello sgabuzzino, quando prega.
Qui il discorso si interrompe. Da qui la missione riparte...

Commento di mons. Francesco Lambiasi
tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi"
Ave, Roma 2008

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