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V Domenica di Quaresima anno B. «Se il chicco di grano...»

Gesù annuncia con una similitudine l’ora in cui tutte le genti potranno vederlo e incontrarlo: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”

L’ora della passione di Gesù è ormai vicina, e così egli sale a Gerusalemme per celebrare una Pasqua che sarà la sua Pasqua, il suo esodo da questo mondo al Padre (cf. Gv 13,1). Entrato nella città santa accolto da acclamazioni messianiche, Gesù sembra al culmine del successo, al punto che i suoi avversari esclamano: “Tutto il mondo gli va dietro!” (Gv 12,19).

 Ed ecco accadere qualcosa che sembra confermare questo consenso popolare. L’evangelista annota che “tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c’erano anche alcuni greci”, cioè dei non-giudei, dei pagani provenienti dalle genti. Costoro desiderano vedere il rabbi e profeta Gesù, acclamato dalle folle e sulla bocca di tutti; sembrano però colti da timore al pensiero dell’incontro con Gesù, e non osano accostarsi a lui direttamente, ma si rivolgono a Filippo, un discepolo dal nome greco, originario di Betsaida di Galilea, villaggio abitato anche da non-ebrei… Lo stesso Filippo si mostra esitante a favorire questo incontro, e si rivolge ad Andrea; insieme, poi, si recano da Gesù.

 Gesù, dal canto suo, pare sottrarsi alla richiesta dei due discepoli, scorgendo in quella ricerca da parte dei pagani il segno che è giunta la sua ora, l’ora della sua morte. Per questo risponde ad Andrea e Filippo esclamando: “È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo”. Se infatti la sua missione terrena era rivolta a Israele, la sua morte avrebbe permesso anche ai pagani di riconoscere la sua vera identità e, con ciò, di comprendere la sua autentica missione, quella di raccontare il Dio invisibile (cf. Gv 1,18). Di conseguenza, Gesù annuncia con una similitudine l’ora in cui tutte le genti potranno vederlo e incontrarlo: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Ecco ciò che attende Gesù: la passione e morte, quell’evento in cui sarà innalzato e così potrà attrarre a sé tutti gli uomini: “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me”. Solo allora la sua missione apparirà veramente universale, destinata non solo al popolo delle promesse…

Ma c’è di più. Gesù legge nella morte di croce la propria gloria, e ciò lo porta ad affermare con forza: “Chi ama la sua vita e la vuole tenere saldamente per sé, la perde; chi invece la spende e la dona, in verità la conserva come vita per sempre!”. Gesù ha davvero una ragione per cui vale la pena dare la propria vita fino a morire, e dunque ha anche una ragione per cui vivere. Questo dovrebbe valere non solo per lui, ma anche per chi si mette alla sua sequela: “Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo”. I cristiani, discepoli di Gesù Cristo, sono chiamati a un’esistenza spesa a servizio degli altri e di Dio, fino a fare della propria morte un atto, nella consapevolezza dello straordinario frutto che attende quanti vivono e muoiono nell’amore: la vita eterna, la vita per sempre.

 Bisogna però anche registrare il turbamento di Gesù al pensiero della propria morte imminente; eppure, nell’ottica del quarto vangelo, dove la via della croce è via della gloria, Gesù reagisce immediatamente mostrando una fede salda: “Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome”. Una vita spesa nell’amore può essere deposta solo per amore degli uomini, anche a costo di concludersi con una morte ingiusta… Ed ecco che la risposta di Dio non si fa attendere: “Venne allora una voce dal cielo: L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!”. Sì, la parola del Padre mette un sigillo su Gesù: la gloria del Padre riposa su di lui in modo particolare nell’ora della passione. E Gesù mostrerà la gloria, il “peso” di Dio che opera nella sua vita, in un solo modo: “amando i suoi all’estremo, fino alla fine” (cf. Gv 13,1).

In questo episodio, posto alla vigilia della Pasqua, il quarto vangelo unisce due eventi che, secondo i vangeli sinottici, hanno luogo in momenti distinti: il turbamento di Gesù al Getsemani (cf. Mc 14,32-42 e par.) e la voce del Padre su di lui alla trasfigurazione (cf. Mc 9,1-8 e par.). È la via di Giovanni per esprimere che nell’ora della prova Dio è presente più che mai, e fa della morte del chicco di grano un evento fecondo, in grado di moltiplicare la vita. Siamo disposti anche noi ad assumere questa dinamica di morte e resurrezione, identificandoci con il chicco di grano caduto a terra? È un’immagine semplice e quotidiana, ma capace di accompagnare e ispirare la nostra vita, fino alla fine…

Enzo Bianchi

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