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Venerdì Santo. La Pasqua di Cristo

"Erano le nostre colpe che sopportava... il castigo che ci ridona la pace è su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti, eravamo sbandati, come pecore, ognuno perso per la sua strada, jahvè ha fatto ricadere su di lui le colpe di noi tutti... Ed egli taceva" (Is. 53, 4-7). Sono parole che la Chiesa in questi giorni ci ripete spesso, adagio, a brani, perché noi possiamo lasciarle scorrere come olio dentro di noi, prenderne coscienza e interiorizzarle.

 

Stiamo vivendo un momento liturgico particolarmente intenso e commovente. La liturgia della parola, questa sera, è tutto. Il sacramento tace per lasciare il posto all'evento, cioè alla contemplazione del fatto da cui tutti i sacramenti sono nati.

E' l'unica occasione - insieme con la Domenica delle Palme - in cui viene proclamato nella Chiesa il racconto della passione del Signore. Non possiamo, in tutte e due le occasioni, farlo passare sotto silenzio: finiremmo per emarginare dalla nostra fede il vertice stesso del Vangelo, ciò da cui ogni altra pagina prende senso e valore. Fermiamoci, dunque, un istante per fissare nel nostro spirito alcuni momenti della passione del Signore, ascoltando l'invito che egli stesso ci rivolge dall'alto della Croce: " 0 voi che passate per strada, alzate lo sguardo e vedete se c'è un dolore grande come il mio " (Lam. 1, 12).

E' il mistero pasquale tutto intero che dobbiamo contemplare questa sera. San Paolo formulava cosí tale mistero: " Fratelli... io vi ho trasmesso (a voce) ciò che io stesso avevo ricevuto, cioè che Cristo è morto per i nostri peccati. che è stato messo nel sepolcro e che è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture " (1 Cor. 15, 3-4). E ancora: "Gesù Cristo è stato dato a morte per i nostri peccati; è risorto per la nostra giustificazione " (Rom. 4, 25).

Non è difficile scorgere in questi testi due piani di annuncio:

a) il piano dell'evento, o della storia: Cristo "è morto"; Cristo "è risorto";

b) il piano del mistero, o del significato dei fatti: "per i nostri peccati", "per la nostra giustificazione".

Soffermiamoci, anzitutto, sugli eventi. Il mistero pasquale di Cristo, prima di essere un mistero, è una realtà della storia. Senza questo piano della storia, il piano del mistero sarebbe sospeso nel vuoto e disancorato; sarebbe teoria o ideologia; sarebbe un sistema di dottrine religiose, come ne esistevano a quel tempo presso i greci e come ne esistono tuttora. Senza la realtà dei fatti accaduti, la nostra fede sarebbe vuota, dice Paolo (1 Cor. 15, 14). La storia, dunque, è essenziale alla nostra fede. Da questa convinzione sono nati i Vangeli. Di qui, quella preoccupazione che si coglie in tutti gli scritti del Nuovo Testamento di raccogliere e fissare la testimonianza apostolica come testimonianza delle cose veramente accadute a Gesù di Nazareth " dal battesimo fino alla sua ascensione " (Atti, 1, 22).

Certo, gli apostoli non avevano bisogno di raccogliere prove che il Maestro era morto. Di questo era al corrente mezzo impero romano. E' tutto quello che mostra di sapere di lui Tacito, verso la fine del secolo: " Condannato al supplizio da Ponzio Pilato ". C'era invece bisogno di testimoniare al mondo che era risorto e questa fu, perciò, la principale preoccupazione degli apostoli, tanto che nell'eleggere uno al posto di Giuda la motivazione fu: " perché divenga con noi testimone della sua risurrezione " (Atti, 1, 21).

Noi non vogliamo rifare qui la dimostrazione storica della verità della risurrezione di Cristo; ciò ci porterebbe a un discorso erudito, alieno dal clima di questa liturgia. Ci basta aver preso atto della testimonianza apostolica che fonda sulla verità degli eventi storici tutto l'annuncio della fede: Cristo è veramente morto; Cristo è veramente risorto.

Di questa certezza avevamo bisogno per addentrarci nella meditazione dei dolori del nostro Redentore, che dovrebbe essere il pensiero ormai dominante per noi. Se Cristo ha veramente patito tutto quello che abbiamo sentito raccontare, se è morto come abbiamo sentito che è morto, allora non possiamo, noi appartenenti a un cristianesimo colto, lasciare solo alle anime semplici, agli indotti, a chi non sa leggere, la meditazione della passione, riservandoci per compiti più elevati.

Dobbiamo, invece, come san Francesco d'Assisi, immergerci, calarci dentro questa meditazione, lasciarci " impressionare " dalle stimmate del Salvatore. Noi conosciamo ormai del dolore tutte le varietà; ma questo dolore è diverso. E' il dolore di un Dio; è un dolore libero, accettato, voluto: "Offrendosi liberamente alla sua passione...". Nessun dolore da noi conosciuto è cosí: cioè tutto e solo dolore, senza traccia di necessità.

Vorrei invitarvi a fissare due momenti di questa passione: l'agonia nel Getsemani e la flagellazione: il culmine della passione dell'anima e il culmine della passione del corpo.

Chi ha vissuto un momento di angoscia, di paura, di abbandono, un momento in cui il mondo sembrava tirarsi indietro per lasciarlo solo nel vuoto e nel buio, costui può forse intravvedere qualcosa. Gesù è là, come dice Isaia, " schiacciato da tutti i nostri dolori e da tutte le nostre colpe, colpito da Dio e umiliato ". E' un vinto. Ma noi non capiremo mai di che sapore fu l'amarezza e l'angoscia di Gesù nel Getsemani; per saperlo, dovremmo capire che cos'è il peccato, di cui egli allora si sentí come sommerso: "Dio per noi lo ha fatto peccato" (2 Cor. 5, 21). Sulle sue spalle gravava il peccato, la sofferenza, la miseria del mondo intero, perché egli aveva accettato di essere l'agnello di Dio che toglie il peccato del mondo.

Poco dopo, ritroviamo Gesù sotto i colpi dei flagelli. Il suo organismo era ancora intatto, con tutta la capacità dissentire il dolore delle sue carni. Fu, forse, il più atroce tormento; quello, in ogni caso, che conosciamo meglio, perché regolato da prescrizioni rigorose: trentanove colpi presso i giudei, molti di più presso i romani. Ma spesso non c'era bisogno di arrivare a tanti: il condannato crollava o moriva prima. Era una vera carneficina; fa spavento addentrarci in essa solo con il pensiero. E Gesù ci fu sotto con il suo corpo nudo, con le carni ferite e i nervi scoperti.

Forse noi siamo umiliati e delusi di noi stessi, perché non riusciamo più a commuoverci e a piangere al ricordo della passione del nostro Redentore, come invece facevano i santi e come sanno fare ancora tanti nostri fratelli meno disincantati e più semplici di noi. Ma non è forse la cosa che egli vuole di più. Alle donne, sulla via del Calvario, disse: " Non piangete su di me, piangete su voi stesse " (Lc. 23, 28). Piangere su noi stessi. Perché?

A questo punto, abbandoniamo il piano della storia per entrare in quello del mistero: egli è morto "per i nostri peccati", è risorto "per la nostra giustificazione". A questo livello, l'evento pasquale diventa mistero pasquale; diventa annuncio per me. Si stacca dalle profondità della storia per entrare nell'"oggi" della mia esistenza. Io ero là quel giorno; a me diceva: piangi su di te. Tutti eravamo là; ci manca solo di ricordarlo. E' il " noi " che il profeta Isaia, nella prima lettura di oggi, ha legato per sempre ai fatti, senza che nessuno possa più sostituirlo con una terza persona, con un "essi" - i Giudei, i Romani - a scarico di ogni responsabilità.

"Erano le nostre colpe che sopportava... il castigo che ci ridona la pace è su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti, eravamo sbandati, come pecore, ognuno perso per la sua strada, jahvè ha fatto ricadere su di lui le colpe di noi tutti... Ed egli taceva" (Is. 53, 4-7). Sono parole che la Chiesa in questi giorni ci ripete spesso, adagio, a brani, perché noi possiamo lasciarle scorrere come olio dentro di noi, prenderne coscienza e interiorizzarle. Per riuscirci giova personalizzare ancora di più il discorso e far emergere a poco a poco dal " noi " I'"io", il "me". Ce ne dà l'esempio Paolo, che amava nei suoi scritti ripetere: " Mi ha amato e ha dato se stesso per me " (Gal. 2, 20; Ef. 5, 2). Per me! Nel testo dell'epistola ai Corinti, specifica chi è questo " me ": uno che l'ha perseguitato (1 Cor. 15, 9); uno che l'ha odiato. Ma chi non ha la sua storia di miseria da appendere a quel " per me "?

Una storia, forse, ben píù pesante e carica di tradimenti di quella di Paolo che agiva per ignoranza.

Eppure ha amato anche me e ha dato se stesso anche per me.

Verrebbe spontaneo cadere in ginocchio e dire anche noi: "Signore, che vuoi che io faccia?". Ma questa sera non dobbiamo permettere che il discorso esca da Cristo per passare a noi e a ciò che dobbiamo fare, per passare cioè dalla fede alle opere, come troppo spesso e troppo frettolosamente facciamo. Abbiamo riascoltato, intatto nella sua verità e nella sua forza, lo stesso annuncio di salvezza che quei primi nostri fratelli udirono dalle labbra degli apostoli, l'indomani della Pasqua. E' l'annuncio della Pasqua di Cristo, di ciò che egli ha fatto per noi " quando eravamo ancora peccatori ". Non sciupiamo subito questi pensieri che il Signore ci ha messi nel cuore. Non scendiamo troppo in fretta dal Calvario; ma stiamo un po' con Maria " presso la Croce di Cristo ". Facciamo del tutto per rimanere, fino al momento della veglia pasquale, dentro quel mondo di dolore sul quale ci siamo affacciati questa sera. Il nostro Redentore è ancora là, nell'orto degli ulivi e ci ripete quelle parole che fece udire un giorno a un grande credente: " lo ti sono più amico che il tale e il talaltro; io ho fatto per te più di essi; essi non soffrirebbero da te quello che io ho sofferto e non morirebbero per te, come lo ho fatto e sarei disposto a fare ancora... Vuoi tu che io continui a versare per te il sangue della mia umanità, senza che tu mi doni neppure una lacrima? " (Pascal).

 

P. Raniero Cantalamessa

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