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VI Domenica di Pasqua anno A. Gesù promette “un altro Paraclito”

L’amore autentico per il Signore si lascia plasmare dalla parola che il Signore ci rivolge, è sempre realizzazione della parola di Dio, è un fare ciò che lui comanda e vuole

Domenica scorsa nei discorsi di addio di Gesù abbiamo ascoltato quella sua richiesta chiara e decisiva: “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me” (Gv 14,1). Gesù chiede che la stessa fede che i discepoli pongono in Dio la pongano anche in lui: egli è affidabile, in tutta la sua vita si è mostrato tale, sicché merita la stessa fede riposta in Dio. Nel testo del vangelo di oggi, immediatamente successivo a quello di domenica scorsa, Gesù chiede ai discepoli di amarlo, di nutrire un vero amore per lui. Ciò che nello Shema‘ Jisra’el (cf. Dt 6,4-9) viene chiesto al credente: “Amerai il Signore tuo Dio” (Dt 6,5), Gesù ha l’audacia di chiederlo per sé. Ma noi dobbiamo chiederci che cosa significa amare Dio, amare Gesù.

Non è facile rispondere e occorre capire bene quale amore il Signore indica e vuole nei suoi confronti. Noi umani conosciamo l’amore soprattutto come desiderio, è la nostra esperienza nelle storie d’amore e nella vita quotidiana: amiamo quando pensiamo all’altro, quando desideriamo la sua presenza, quando desideriamo il suo amplesso, quando ricordiamo l’altro con nostalgia e dunque lo invochiamo. In questo amore Dio diventa l’Altro, ma l’Altro come oggetto, e lo si ama come si ama una donna, un uomo, un figlio.

Ma Dio può essere amato così, lui che è invisibile, che non possiamo vedere? Dobbiamo in verità vigilare molto sull’inganno insito nel movimento di amare Dio. Ascoltando con attenzione la Bibbia, ci rendiamo che molte volte Dio chiede all’uomo di amarlo e che molte volte l’uomo risponde a questo invito amando Dio, ma comprendiamo anche che questo amore dell’uomo verso Dio non può essere ridotto a desiderio, a passione, ma che deve avere i connotati di un amore che deriva dall’ascolto di Dio; di un amore – potremmo dire – obbediente (da ob-audire), un amore che è ascolto della parola, della volontà di Dio, e nello stesso tempo assenso ad essa.

E così amare Gesù non può significare farne l’oggetto del nostro desiderio, anche perché in tal modo si rischia di amare una proiezione nostra, un’immagine di Gesù da noi manufatta. In questo caso il nostro amore si infiamma, diventa più focoso, ma è amore per un nostro prodotto, per un idolo. L’amore autentico per il Signore, invece, si lascia plasmare dalla parola che il Signore ci rivolge, e dunque è sempre realizzazione della parola di Dio, è un fare ciò che lui comanda e vuole. Quando un cristiano sostituisce la volontà del Signore alla propria, allora ama il Signore; quando un cristiano vive in sé “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5), allora ama Gesù.

Per questo Gesù dice: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”; il che significa anche: “Se voi non li osservate, allora non mi amate veramente, anche se credete di amarmi per il desiderio di Dio, del Signore che vi abita”. L’amore di desiderio non è sufficiente, e noi che dissociamo facilmente amore e obbedienza facciamo difficoltà a capirlo: ci è più facile l’amore che crediamo di leggere nei mistici, amore ardente per Dio fino a consumarsi… No, Gesù dice: “Voi siete miei amici, se fate ciò che vi comando” (Gv 15,14).

Questo è l’amore liberante del Signore in noi e l’amore vero in noi per lui: non l’amore di se stessi nell’altro, non la proiezione di un’immagine da noi fabbricata e applicata su Gesù per amarlo di più, ma un amore che è imitatio Dei, che è bisogno di conformità a Cristo, che è sequela ovunque lui vada (cf. Ap 14,4), per essere sempre con lui vivendo come lui vuole che noi viviamo. Amare Dio è volere ciò che lui vuole, è amarlo come lui ama.

Affinché questo possa compiersi in noi, allora Gesù promette “un altro Paraclito”, un altro accanto a noi (pará, “chiamato”; kletós, “chiamato”), un’altra guida, un altro difensore, sempre con noi come Soffio di verità e di fedeltà che ci può ispirare, sostenere e aiutare a compiere l’opera che Dio ci affida. Così i discepoli non sono orfani: Gesù non è più sulla terra accanto a loro, ma colui che è sempre stato il compagno inseparabile di Gesù, resterà con loro e in loro, con noi e in noi. È Spirito di amore – non dimentichiamolo – e ci insegnerà l’amore, ci ordinerà l’amore, accrescerà in noi l’amore per Dio e per i fratelli e le sorelle che sono con noi nel mondo. E amando in tal modo si conosce Dio.

Enzo Bianchi

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