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XIV Domenica del tempo Ordinario anno A. Dove corriamo?

Il tema dominante dei testi di questi domenica è l'umiltà. "Imparate da me che sono mite e umile di cuore". Termine ormai in via d'estinzione in una società che predica l'arrivismo a tutti i costi, la corsa ai primi posti, l'importanza di strappare il consenso, l'applauso, l'audience, la prima pagina e poi anche la seconda e la terza e via di seguito.

In un mondo dunque, dove tutti dicono che bisogna farsi avanti, il Vangelo invita a farsi indietro o, perlomeno, a stare al proprio posto. "Imparate da me che sono mite e umile di cuore ed ecco il bello!- troverete ristoro per le vostre anime". Ecco perché il mondo non trova ristoro e neanche riposo: perché è una gran fatica stare dietro a tutto quel farsi avanti, e anche un gran dispendio di energie, mentre starsene indietro o, perlomeno, starsene al proprio posto, sarebbe, oltre che un gran riposo, anche un gran ristoro per le nostre anime. Infatti solo allora saremmo veramente ristorati perché saremmo visitati dalla presenza dell'Amico per eccellenza che - finché siamo tutti occupati a cercare noi stessi- non possiamo pretendere di incontrarlo per il semplice fatto che non ci sogniamo neanche di cercarlo! E Lui rispetta e sta in disparte…
"Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli". Solo occupandoci di ascoltare lui - e non le voci tonanti del mondo- impareremmo infatti, "quelle cose" che ci renderebbero veramente sapienti, di quella sapienza tutta speciale, nascosta, non appariscente né ridondante, ma tanto più sostanziale, perché procedente dalla Sapienza stessa, fatta Persona incarnata.
"Venite a me, voi tutti che siete affaticati ed oppressi ed io vi ristorerò". Siamo affaticati certo, perché continuamente alla ricerca di cose che non ci sono, cioè che ci sfuggono perché non ci saziano: sono come dei miraggi che appena crediamo di afferrarli e di spremerli fino all'ultima goccia, ecco che si volatilizzano nel nulla, lasciandoci l'amaro in bocca e il vuoto nel cuore.
Siamo stanchi perché continuiamo a correre e non abbiamo neanche più il tempo di chiederci dove andiamo, anzi addirittura il tempo si è messo a correre pure lui - non diciamo forse sempre più spesso" coi tempi che corrono"… Siamo riusciti a far correre anche il tempo, come se, stando fermo, non passasse lo stesso!. E poi ci stupiamo di essere stanchi! Di questo passo arriveremo, non solo stanchi, ma sfiniti! Dove? Ecco il punto: nessuno lo sa! Si corre e si continua a correre, ma la meta, nessuno sa quale sia e, forse, nessuno se la prefigge più. Quindi la conseguenza più logica è che siamo anche oppressi, è il minimo! Come non essere oppressi da questo continuo correre senza mai sapere perché si corre e dove si corre? Siamo oppressi dal non senso della nostra esistenza, dal non trovare risposte perché non siamo più capaci di farci le vere domande: perché vivo, da dove vengo, dove vado? Abbiamo perso la nostra carta d'identità, quella vera, esistenziale, che ci verrà chiesta, non ai confini di Stato, ma a quelli della vita:
Da dove vieni? Dall'Esilio (questa terra)
Dove vai? Torno in Patria (il Cielo)
Chi è tuo padre? Dio
Il visto d'entrata? I meriti di Gesù Cristo morto e risorto per me.
E' questa la nostra realtà: veniamo da Qualcuno e torniamo a Qualcuno. Non veniamo dal nulla e non torniamo al nulla, ma veniamo da Dio e torniamo a Lui. Non esiste il nulla, esiste Dio. Jahwè significa "Colui che è", mentre il nulla vuol dire "ciò che non è". Come si può credere di tornare nel nulla che, per definizione non esiste. C'è una contraddizione in termini. Ma Dio non è solo colui che è, cioè che esiste per forza propria, ma anche Colui che è vicino. Vicino ad ognuno di noi: ci ascolta, ci perdona e ci ristora quando siamo stanchi, affaticati e oppressi.

Wilma Chasseur

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