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XIX Domenica del Tempo Ordinario anno A. Visionari o testimoni?

Se in qualche modo Gesù potesse presentarsi davanti a noi come si presentò davanti ai discepoli sull'acqua, saremo in grado di riconoscere che si tratta proprio di lui, oppure penseremo anche noi di vedere un fantasma?

E' un fantasma!

1. È possibile leggere il vangelo di questa domenica sotto due piani distinti anche se interagenti tra di loro. Il primo piano di lettura parte dalla prospettiva di Gesù. Il suo andare incontro ai discepoli sulla barca, camminando sul mare, così come viene presentato nella redazione del vangelo di Marco, non ha nulla di speciale; sembra che il tenore del racconto sia quanto di più ordinario possa accadere. È con piena naturalezza che Gesù si trova in questa condizione straordinaria, non fa uno sforzo particolare per compiere imprese, camminare sull'acqua viene presentato come qualcosa di perfettamente uguale all'azione di camminare con i piedi per terra.

Il secondo piano di lettura parte dalla prospettiva degli apostoli, i quali, invece, avvertono la straordinarietà di ciò che accade e che supera la loro esperienza visibile. Per questo, essi credono di vedere un fantasma, pensano di essere entrati in un mondo surreale. Avranno certo riconosciuto la familiarità della figura che avanza sulle onde agitate, ma il contesto nel quale Gesù appare, è così inverosimile che essi non ritengono possibile che si tratti proprio di lui, del maestro. Ci troviamo, così, di fronte allo scontro tra due evidenze: da una parte l'evidenza dell'esperienza concreta, la quale induce gli apostoli a credere che non si può camminare sull'acqua senza affogare. Dall'altra parte, l'evidenza della fede nella quale tutto diventa possibile e l'incredibile appare come l'espressione normale della vita. È come se ci fosse un capovolgimento di prospettive nel senso che l'incredibile appare evidente mentre l'evidente appare incredibile: il lettore del vangelo capisce immediatamente che si tratta proprio di Gesù e non riesce a capire come questa evidenza sfugga allo sguardo e alla concezione degli apostoli.

È illuminante anche la reazione di Pietro il quale, secondo il carattere che gli è proprio, immediatamente vuole provare che si tratti proprio di Gesù; la domanda di voler camminare anche lui sulle acque forse non proviene da una intenzione di fede. Più verosimilmente è determinata da un desiderio di provare, sulla base dell'evidenza dei fatti, che quella figura non è un fantasma, ma è proprio lui, il maestro. Ancora una volta il rapporto che lo lega a Gesù è un rapporto umano, egli vuole provare secondo i criteri umani della verifica che si tratti proprio di una realtà e non di un sogno; di trovarsi davanti al Gesù in carne e ossa e non davanti a un fantasma.

Anche la 1ª lettura racconta la vicenda dell'incontro del profeta Elia con Dio. Quindi la presenza di Dio si trova in modo inaspettato non nel fragore straordinario degli elementi della natura, ma nel mormorio di un vento leggero. Dio è libero di presentarsi quando e come vuole e talvolta sceglie le forme più inattese e, come ricorda il salmo responsoriale, la sua presenza è sempre una presenza di pace. È importante, del resto, non cadere nella trappola di scambiare il mezzo attraverso il quale Dio si fa presente in mezzo agli uomini con la sua presenza viva. In altre parole, non si può restare legati a una forma concreta attraverso cui Dio si presenta, dimenticando che non è quello il centro dell'esperienza spirituale: ogni occasione può diventare favorevole perché Dio ci faccia dono della sua presenza.

2. Sulla base di questa parola del Signore, possiamo porci alcune domande e interrogativi che ci aiutino nella nostra vita. Innanzitutto, siamo chiamati a verificare il nostro incontro con Gesù, per vedere se talvolta non corriamo anche noi il rischio di trovarci di fronte a un fantasma. Questo rischio cresce nella misura in cui cresce il nostro impegno all'interno della Chiesa di annunciare il vangelo. Infatti, la nostra capacità di riconoscere Gesù dovrebbe essere proporzionata al nostro compito di annunciarlo e, pertanto, di averne una esperienza profonda e diretta. In tal senso, se in qualche modo Gesù potesse presentarsi davanti a noi come si presentò davanti ai discepoli sull'acqua, saremo in grado di riconoscere che si tratta proprio di lui, oppure penseremo anche noi di vedere un fantasma? Può capitare infatti che ci sia una schizofrenia tra il Gesù che ciascuno di noi vive e quello che annuncia agli altri. La capacità di riconoscere Gesù è direttamente proporzionale all'intensità dell'esperienza che noi abbiamo di lui; pertanto, più diventa sbiadita la nostra vita di unione con lui, e più diventa confusa la capacità di riconoscerlo quando ci si fa incontro. Esiste un legame profondo, anche se con qualche differenza, tra conoscere e riconoscere una persona: più intensa è la conoscenza di lei e più viva è la capacità di riconoscerla. D'altro canto, se non siamo in grado di riconoscere qualcuno è perché non lo conosciamo abbastanza: a un papà e a una mamma è sufficiente sentire un colpo di tosse oppure un passo per riconoscere il proprio bambino! Se ci chiedessero di tracciare la fisionomia del Gesù che noi viviamo e quella del Gesù che noi annunciamo, forse i due ritratti sarebbero così distanti da rendere assai difficile la possibilità di scorgervi la stessa persona.

3. L'esperienza viva e personale dell'incontro con Cristo è necessaria perché possiamo esserne profeti e testimoni nel mondo. Non solo profeti, ma anche testimoni. Compito prioritario del profeta è quello di additare la verità, mostrandone l'urgenza e la necessità. Atteggiamento fondamentale del testimone, invece, è quello di incarnare in qualche modo la verità mostrata e anticiparne, sebbene in modo parziale, la realizzazione, attuandola nel contesto della propria storia. Per questo profezia e testimonianza sono tra loro unite: la profezia trova un prolungamento interpretativo nella testimonianza e la testimonianza diventa, per questo, una realizzazione che rafforza e dà vita alla profezia.

La celebrazione dell'eucaristia conferisce unità alla nostra esperienza di Gesù. Il modo con cui egli ci si fa incontro è infallibile: si tratta proprio di lui che ci parla e ci fa dono del suo corpo e del suo sangue. Parola e cibo che stanno alla base del nostro compito e della nostra missione di essere nel mondo suoi profeti e testimoni.

Commento di don Cataldo Zuccaro

tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi"
Ave, Roma 2007

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Per approfondimenti: www.musicasacra-bari.it

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