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XVI Domenica del Tempo Ordinario anno A. Ora è l’ora della pazienza

Se c'è una virtù delicata e difficile oggi è proprio la pazienza. Che non è l'indifferenza al male, perché non si può fare di ogni erba un fascio: niente confusione tra il bene e il male! Nessuna rassegnazione di fronte all'apparente avanzata trionfale del male! Come pure nessuna equiparazione tra il carnefice e la vittima! Ma neanche nessuna identificazione tra noi - i soli buoni - e gli altri - i totalmente cattivi.

Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura

Narra un racconto della letteratura ebraica chassidica che un giorno due discepoli corsero trafelati alla casa del rabbi per dirgli che al mercato era rimbalzata la lieta notizia: è arrivato il Messia! Il maestro non si mostrò particolarmente sorpreso, anzi fece capire subito le sue perplessità. Poi si alzò, aprì la finestra e invitò i due discepoli ad affacciarsi. Giù nella piazzetta si vedevano i soliti mendicanti che chiedevano l'elemosina; un mercante di schiavi vendeva all'asta alcuni giovani della Nubia; un signore invitava i passanti a frequentare la sua casa di appuntamenti; un gruppo di farisei inferociti voleva lapidare una donna sorpresa in adulterio: era lo spettacolo di sempre. Senza commentare, il maestro chiuse la finestra con un sospiro; poi si rivolse deluso ai discepoli e disse: "Non è possibile che il Messia sia venuto; avete capito male".

1. Al tempo di Gesù nell'immaginario collettivo circolava l'idea che il Messia avrebbe fatto piazza pulita dei malvagi e avrebbe finalmente fondato una comunità nuova di fedeli integri e puri. "Il tuo popolo sarà tutto di giusti - si leggeva nelle profezie di Isaia - per sempre avranno in possesso la terra" (60,1). Lo stesso Battista aveva annunciato la fine dei tempi e la venuta di un Messia potente che avrebbe finalmente instaurato la giustizia di Dio: era ormai giunta l'ora della mietitura e il Messia avrebbe separato il grano buono dalla paglia. Sta di fatto che più tardi, in carcere, a Giovanni giunsero notizie di un comportamento da parte di Gesù ben diverso da quel Messia forte e intransigente che lui aveva annunciato. In effetti Gesù non andava in giro per la Galilea e la Giudea ad annunciare il giudizio di Dio, ma la sua misericordia: il rabbi che veniva da Nazaret non solo frequentava pubblicani e peccatori e portava il perdono a pubbliche peccatrici, ma metteva in guardia da false sicurezze scribi e farisei, che invece si ritenevano giusti davanti a Dio.

Insomma, il tipo di Messia che Gesù incarnava era totalmente diverso dallo schema corrente: non un Messia che avrebbe diviso nettamente i buoni dai cattivi, i giusti dagli ingiusti, ma un Messia che non abbandonava i peccatori, anzi li perdonava. Secondo Gesù la storia non è un campo diviso a taglio netto: da una parte il grano buono, dall'altra la gramigna velenosa e infestante. È il messaggio della parabola appena ascoltata.

È una parabola tutta giocata sul contrasto: tra il seme buono e quello cattivo; tra il buon Seminatore e il Nemico; tra la soluzione ventilata dai servi - sradicare la zizzania - e quella prospettata dal padrone: lasciarla crescere e attendere con fiducia il tempo del giudizio finale. La parabola vuole rispondere a due domande.

La prima è antica quanto l'uomo: se Dio è buono, perché esiste il male nel mondo? Se il tempo messianico è giunto, come mai il male continua a prosperare nella storia? All'interrogativo dei servi sorpresi e sconcertati - che vogliono conoscere l'origine della zizzania ("Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania?") - il padrone risponde seccamente: "Un nemico ha fatto questo". Quando noi sperimentiamo il male, scatta subito il sospetto: Dio è forse cattivo?

Oppure è impotente a toglierlo? Oppure è indifferente? E se Cristo è veramente risorto, come mai le cose sembrano andare sempre per lo stesso verso? La risposta del vangelo è netta: il male viene dal Maligno, non può venire da Dio, il Benigno e Misericordioso; la vittoria riportata da Cristo sulla morte è stata decisiva, non definitiva. Di conseguenza la domanda vera riguarda non il perché del male, ma il come vivere nella storia, dove il bene e il male crescono insieme. La risposta della parabola è chiara: se il trionfo del bene sarà alla fine, ora non resta che ispirarci alla pazienza di Dio: non sognare l'eliminazione del male, ma farne l'occasione perché dove abbonda il peccato, là sovrabbondi la grazia (cfr. Rm 5,20).

La seconda domanda riguarda più da vicino la comunità cristiana: perché anche nella Chiesa dobbiamo assistere alla crescita della zizzania? Noi vorremmo che la comunità del Signore fosse come lui, tutta pura e tutta santa; e invece tante volte ci angustiamo e vorremmo subito sradicare le erbacce; ma la Chiesa non è una setta di duri e puri. Non possiamo anticipare il giudizio di Dio! Del resto siamo noi forse talmente senza peccato da poter scagliare la prima pietra?

2. Dunque due domande: perché il male nella storia?, perché il peccato nella Chiesa?. Una sola risposta: pazienza!

Ma se c'è una virtù delicata e difficile oggi è proprio la pazienza. Che non è l'indifferenza al male, perché non si può fare di ogni erba un fascio: niente confusione tra il bene e il male! Nessuna rassegnazione di fronte all'apparente avanzata trionfale del male! Come pure nessuna equiparazione tra il carnefice e la vittima! Ma neanche nessuna identificazione tra noi - i soli buoni - e gli altri - i totalmente cattivi.

Piuttosto la pazienza evangelica è figlia della fede e sorella della speranza. È la fede che genera la pazienza, perché non ci consente di vedere nel campo del mondo solo zizzania. Tante volte invece dovremmo dire, rovesciando la domanda dei servi della parabola: ma se il Nemico ha seminato il male, come mai nei solchi della storia cresce anche il bene?

Se non riusciamo a vedere la crescita dei semi del vangelo attorno a noi, perfino nei campi che si estendono al di fuori dei confini visibili del campo della Chiesa, inevitabilmente diventiamo amari e cadiamo facili prede dell'intolleranza: quante volte nella storia i maggiori disastri sono stati prodotti proprio dal tentativo di eliminare il male! La tolleranza-zero "a fin di bene" porta inevitabilmente alla violenza, che è il rimedio peggiore del male stesso.

E poi la fede genera anche la speranza, che è la sorella maggiore della pazienza. Di fronte alla zizzania nel mondo la pazienza del discepolo cresce con il sostegno di una incrollabile fiducia nella vittoria finale del bene: alla fine Dio brucerà il male, tutto il male. Ma intanto egli lavora instancabilmente non eliminando il letame, ma facendolo diventare concime perché nasca il fiore dell'umanità nuova.

E alla fine anche noi saremo giudicati con il nostro stesso giudizio, verremo misurati con il nostro stesso metro: la misericordia che avremo usata sarà la misura della nostra fedeltà al vangelo della misericordia.

Commento di mons. Francesco Lambiasi

tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi"
Ave, Roma 2007

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