Arcivescovo

S.E. Francesco

Cacucci

IN AGENDA

XXI Domenica del tempo Ordinario anno C. La radicalità del vangelo

La porta è stretta, ricorda Gesù, e richiede uno sforzo per essere attraversata. Stretta non per il gusto di imporre fatica, non per ridurre il numero dei salvati, ma perché indica con chiarezza che Cristo solo è "il punto di passaggio tra i valori di questo mondo e quelli del mondo venturo

Verranno da oriente e da settentrione e siederanno a mensa nel Regno di Dio

1. Il Regno di Dio è un dono che va accolto nella fede. Questa accoglienza impegna la vita del discepolo in una scelta continua. Questo è il significato del tema odierno: una porta stretta per il Regno di Dio. L'esempio di Gesù che dona la sua vita fino alla fine sta davanti al discepolo come indicazione chiara per comprendere che cosa la metafora della porta stretta indichi. È ciò che viene espresso in modo chiaro dalla seconda colletta: "O Padre, che chiami tutti gli uomini per la porta stretta della croce al banchetto pasquale della vita nuova, concedi a noi la forza del tuo Spirito...".

2. Sotto il profilo esegetico, il criterio per comprendere il brano biblico odierno potrebbe essere quello della lettura a livello della chiesa nascente. Luca scrive il suo vangelo quando le comunità cristiane si sono costituite un certo bagaglio di esperienza e hanno perso l'aggancio con il contesto etnico e religioso degli interlocutori di Gesù. Erano comunità costituite da un numero sempre maggiore di convertiti provenienti dal mondo pagano e da un piccolo numero di ebrei cristiani. In tale situazione, non è difficile ipotizzare tensioni tra i due gruppi. Un tema che la stessa società multirazziale in cui siamo chiamati a vivere torna a proporci, col suo metterci a contatto con fedi diverse, spesso testimoniate con ardore e vissute con coerenza. La domanda che nel vangelo di oggi viene rivolta a Gesù affiora talora anche sulle nostre labbra: "Sono pochi quelli che si salvano?".
La risposta di Gesù sviluppa a mo' di parabola l'immagine del banchetto. Questo eccezionale momento qualificante dell'uomo, che vi sperimenta abbondanza, gioia, solidarietà e accettazione, diventa nella predicazione di Gesù esperienza anticipatrice e simbolica della realtà del Regno di Dio.
Si tratta di evento assolutamente divino, cioè sorprendente e gratuito; Dio propone la sua comunione all'uomo, colmandolo di felicità. L'unica richiesta è quella di mantenere la consapevolezza e la condizione di invitati, abbandonando ogni volontà di porre limiti od ostacoli alla generosità del padrone di casa. Nell'ottica di Gesù, dunque, chiunque può sedersi alla mensa "nel Regno di Dio", anche coloro che "verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno", cioè, come noi diciamo, "dai quattro angoli della terra".
Con questa assicurazione Gesù si innesta in quella corrente profetica che preannunciava il riconoscimento di YHWH da parte dei pagani e dunque l'inclusione dei ‘popoli' nel popolo di Dio tramite il pellegrinaggio a Gerusalemme (1ª lettura).
Per entrare nel Regno di Dio - sembra dirci oggi Gesù - non basta un'appartenenza ecclesiale esteriore e conclamata, com'è quella di coloro che gridano: "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze". Gesù ha ripetuto spesso questo concetto: "Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore' entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio...". Partecipare all'eucaristia ogni domenica, ascoltare la sua Parola, moltiplicare le preghiere è importante, ma non è ancora decisivo per la salvezza. Perché, come afferma Dio per bocca di Isaia, "io non posso sopportare delitto e solennità". Al rito si deve unire la vita, la fede deve innervare l'esistenza, la preghiera deve sposarsi all'impegno di carità, la liturgia deve aprirsi alla giustizia e al bene. Altrimenti potremmo avere l'amara sorpresa di sentire quelle gelide parole di Gesù: "Allontanatevi da me, voi operatori di iniquità!". L'accento cade sull'"operare", espressione di un'esistenza nella sua globalità e nella sua coerenza.
La porta è stretta, ricorda Gesù, e richiede uno sforzo per essere attraversata. Stretta non per il gusto di imporre fatica, non per ridurre il numero dei salvati, ma perché indica con chiarezza che Cristo solo è "il punto di passaggio tra i valori di questo mondo e quelli del mondo venturo, il punto di inversione tra le forze di un mondo aggressivo e separante e quelle creatrici e costruttive del Regno da lui instaurato".

3. La porta stretta della salvezza richiama invece la necessità della effettiva corresponsabilità dell'uomo. Più che la volontà di Dio che rende difficile l'accesso alla salvezza, sta ad indicare la concretezza realistica della fatica e dell'impegno per conseguirla. La porta diventa il simbolo della reciprocità (dentro-fuori, salvezza-perdizione), dell'incontro e del confronto; è, in realtà, il segno della soglia attraverso cui la salvezza si configura come trasformazione necessaria per poter vivere, senza alcun vincolo, la pienezza della comunione della vita divina. La strettoia è appunto l'opera di trasformazione che impegna la vita cristiana fino allo spasimo e molto spesso anche in netta contraddizione con il comune sentire. Il cristiano è allora colui che, attraverso un lento e progressivo lavorio personale, trasforma la sua persona, affinandola, secondo i parametri del vangelo della vita.
Né il pessimismo (nessuno potrà salvarsi), né il buonismo (alla fine Dio salverà tutti), sono il segno della vita cristiana, ma la comprensione di una misura e di un criterio che valorizzano al massimo il peso della scelta e delle responsabilità umane, il cui unico paradigma è e sarà l'amore, la dedizione e il dono, fino al sacrificio di sé: paradigma, per altro, che Dio stesso ha già rispettato per primo nella kenosi d'amore del Figlio. Per questo si perde solo chi decide di non amare; si perde chi si chiude nel possesso di sé o dell'altro, rinunciando con ostinazione alla reciprocità del dono e della comunione.
La salvezza a cui siamo chiamati non può mai ridursi all'ordine, all'avere (possesso), neppure solo a quello dell'essere (la propria pienezza), ma si realizza e si amplifica in quello della relazione e della comunione. La difficoltà della porta stretta valorizza la fatica esaltante di una relazione libera e reciproca, in cui in concreto matura la familiarità, l'intimità di una comunione che consentirà di conoscere e poi di essere riconosciuti. Questa è la strettoia della fede, come radicale affidamento, e della carità, come reale responsabilità verso il grido che giunge dai margini della storia. In tal caso, l'essere riconosciuti e il riconoscere manifestano l'effetto salvifico di una comunione che già fermenta nella storia degli uomini, nel quotidiano impegno di generosità e di dedizione, e che si realizzerà in pienezza, con la partecipazione piena all'intimità di Colui che è stato amato e seguito, malgrado le fatiche e i ritardi della nostra vita, e che è stato riconosciuto in tanti segni della necessità e del bisogno dell'uomo e del mondo.
La porta è stretta, ma bella. È la strada per un mondo diverso, dove Dio stesso gioisce vedendo uomini diventati fratelli


Commento di don Antonio Mastantuono
tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi" Anno C
Ave, Roma 2009

Per il Video-Commento al Vangelo, clicca qui

Scarica il modulo salmodico e il ritornello al salmo, clicca qui

Prossimi eventi