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XXIV Domenica del Tempo Ordinario anno B. Seguire Gesù

Il cammino di Gesù è il cammino di chi vuole seguirlo, cioè del discepolo, della discepola, ieri, oggi e domani. È la sequela di Gesù che fa un cristiano, una cristiana, è “perdere la vita per lui” che significa “salvarla”: la confessione di fede a parole non è sufficiente!

La pagina offertaci oggi dalla liturgia sta al centro del vangelo secondo Marco e ci svela l’identità di Gesù. Già le prime parole del vangelo proclamavano, come una sorta di titolo: “Inizio del Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1), ma ora questa confessione è fatta da un discepolo al centro della narrazione “vangelo”; e alla fine sarà fatta da uno che appartiene alle genti, il centurione romano che sotto la croce, vedendo il modo in cui Gesù spirava, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mc 15,39).

Secondo Marco al cuore del ministero di predicazione e di azione di Gesù si colloca questo episodio decisivo. Con i suoi discepoli Gesù se ne va (letteralmente “esce”) dalla Galilea verso territori vicini alle sorgenti del Giordano, nei pressi della capitale di questa regione, la città costruita dal tetrarca Erode Filippo con il nome imperiale di Cesarea, città di Cesare. Questo uscire di Gesù dalla terra di Israele non è motivato dalla missione ma è un prendere le distanze dalle folle degli avversari, scribi e farisei, sempre più incalzanti nel contestare il suo messaggio e il suo comportamento.

Proprio in questo “ritiro”e “nel cammino” (en tê hodô) Gesù interroga i suoi discepoli ponendo loro domande riguardanti la percezione, le opinioni che la gente ha di lui. Ormai da tempo Gesù svolge la sua missione, molti sono gli ascoltatori del suo annuncio, molti lo acclamano come rabbi, come profeta o come carismatico capace di far arretrare Satana, e la sua fama ha raggiunto anche Gerusalemme, preoccupando l’autorità religiosa dei sacerdoti e degli scribi. Nello stesso tempo, però, sono apparsi avversari che lo calunniano, lo osteggiano e lo accusano di essere a servizio di Satana, non un uomo inviato da Dio (cf. Mc 3,22-30). Vi è dunque l’urgenza di una chiarificazione e Gesù ne prende l’iniziativa, interrogando i suoi discepoli.

Questi gli riferiscono che per alcuni egli è Giovanni il Battista ritornato in vita, per altri è Elia, per altri ancora uno dei profeti. Sì, per la gente che lo ha incontrato Gesù è un profeta, cioè un uomo inviato da Dio per annunciare la sua parola e compiere azioni nella potenza donata da Dio stesso ai suoi inviati. Ma a questo punto Gesù interroga di nuovi i suoi discepoli, li interroga tutti per conoscere la loro adesione: lo hanno seguito come maestro, lo ritengono un profeta, ma hanno compreso la sua vera identità? Poco prima Gesù li aveva rimproverati, chiedendo loro se erano privi di intelletto e per quale motivo non comprendevano, come se avessero un cuore indurito (cf. Mc 8,17-21). Ora cosa credono di Gesù? Sono interrogati tutti, ma risponde solo Pietro, il discepolo chiamato per primo (cf. Mc 1,16-17), e che Marco ricorderà come destinatario dell’annuncio pasquale alla fine del vangelo (cf. Mc 16,7). E dice: “Tu sei il Cristo!”, cioè il Messia, l’Unto.

Ecco il riconoscimento dell’identità vera di Gesù, che non a caso, prima di ogni altro attributo, sarà sempre chiamato Gesù Cristo. Gesù è il Messia, non solo un rabbi, non solo un profeta, ma l’Unto del Signore, colui che compie le promesse contenute nelle sante Scritture, colui che instaura il regno di Dio. Per la fede di Pietro questa una prima tappa, ma la sua confessione è frutto della rivelazione di Dio, come metterà in evidenza Matteo (cf. Mt 16,17).

Certamente nel vangelo secondo Marco questa confessione di fede è brevissima, e dopo di essa non si registra nessuna risposta di Gesù a Pietro ma solo l’ingiunzione di mantenere il segreto sull’identità autentica da lui proclamata. Perché? Perché le parole di Pietro esprimevano la verità su Gesù, ma necessitavano di essere assunte e ripetute non semplicemente come proclamazione messianica secondo le opinioni della gente e in senso politico, ma andavano accolte attraverso la visione di un Messia crocifisso, non nell’entusiasmo di un’acclamazione trionfalistica. Pietro stesso dovrà ancora fare del cammino “dietro” a Gesù e seguirlo fedelmente, per comprendere pienamente le sue stesse parole.

Ecco perché, senza soluzione di continuità, Gesù continua il dialogo con i suoi discepoli cominciando (érxato: Mc 8,31) un insegnamento inedito, non ancora ascoltato con chiarezza dai discepoli: “Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, essere messo a morte e, dopo tre giorni, risorgere”. Questo annuncio è una vera e propria didaskalía, un insegnamento nel quale è espressa innanzitutto una necessitas: “Il Figlio dell’uomo deve (deî)”.

Perché “deve”? Certo, non è né una fatalità né un destino e neppure la volontà di un Dio che vorrebbe il sacrificio, le sofferenze di suo Figlio Gesù, per placare la propria collera verso l’umanità peccatrice. Perché allora sta scritto “deve”? Perché c’è innanzitutto una necessitas umana: nel mondo il giusto può solo essere rigettato è perseguitato. È sempre accaduto così, a causa della malvagità degli empi che non sopportano il giusto, perché egli dà loro fastidio al solo vederlo, e dunque lo tolgono di mezzo. Nel libro della Sapienza, composto alle soglie del Nuovo Testamento, si denuncia con chiarezza questa necessitas umana (cf. Sap 1,16-2,20).

Ma c’è anche una necessitas divina che va compresa: se il giusto, nel nostro caso Gesù, vive conformemente alla volontà di Dio, il Padre suo, volontà espressa nelle sante Scritture, e lo fa nella libertà e per amore, allora la sua vita non può non conoscere la malvagità del mondo e dunque la passione e la morte. Questa la via di Gesù, che non sottostà ad alcun “destino” impostogli da un Dio perverso, né al “caso”, a un fallimento possibile all’uomo. Ciò che Gesù deve compiere fino alla fine è la volontà di Dio, cioè l’amore per gli uomini, la rinuncia a compiere il male anche per difendersi, la fedeltà una chiamata che contiene la promessa della vita più forte della morte.

Gesù crede che anche in quel cammino che ora compie risolutamente verso Gerusalemme, verso la passione e la morte inflittagli dagli avversari, Dio, il Padre suo, lo assisterà, lo sosterrà, lo farà rivivere. Siccome compie puntualmente la volontà del Signore, dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si rialzerà dalla morte (cf. Is 53,8-12). Se la necessitas passionis non viene compresa in questo modo, si dà a Dio l’immagine di un Padre perverso oppure si legge la fine di Gesù come una casualità possibile! Ne destino, né caso, ma un cammino nato da libertà e da amore, da parte di Gesù e anche da parte di Dio, che sceglie di rivelarsi all’umanità come un Dio rigettato e consegnato dalle mani dei malvagi alla croce. Gesù dunque insegna e legge il cammino che gli sta davanti e che si compie a Gerusalemme: passione, morte e resurrezione, non una tappa senza l’altra.

A questo annuncio, Pietro, prendendo Gesù in disparte, lo redarguisce, ma Gesù a sua volta lo rimprovera e gli chiede di ritornare al suo posto: “Passa dietro a me, Satana! Perché tu non scegli secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Pietro, che ha confessato la vera identità di Gesù, subito dopo questo inedito insegnamento si fa ostacolo davanti a Gesù sulla via verso Gerusalemme. Sì, ogni credente può diventare un ostacolo per Gesù e quindi assumere l’atteggiamento di Satana, l’oppositore, colui che ostacola la volontà di Dio. Per questo va sempre ricordata la parola di Gesù, quella della chiamata: “Venite dietro a me” (Mc 1,17).

Questo annuncio della passione, morte e resurrezione, Gesù lo rivolge poi a tutta la folla, che chiama e convoca al suo ascolto: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, smetta di conoscere solo se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Il cammino di Gesù è il cammino di chi vuole seguirlo, cioè del discepolo, della discepola, ieri, oggi e domani. È la sequela di Gesù che fa un cristiano, una cristiana, è “perdere la vita per lui” che significa “salvarla”: la confessione di fede a parole non è sufficiente!

Enzo Bianchi

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