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XXV Domenica del Tempo Ordinario anno B. “Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me"

Ecco dunque il segno di chi è servo: è servo di tutti colui che sa accogliere e abbracciare quelli che non contano, colui che sa prendere il posto degli ultimi

Non è facile accogliere lo scandaloso annuncio della passione, morte e resurrezione di Gesù; ecco perché, per ben tre volte nella sua salita verso Gerusalemme, Gesù stesso lo ripete ai suoi discepoli (cf. Mc 8,31-32; 9,30-32; 10,32-34), ricevendone in cambio reazioni di assoluta incomprensione.

Oggi leggiamo il secondo di questi annunci: “Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà”. Gesù, il Figlio dell’Uomo che ha affidato la sua vita totalmente a Dio, la vedrà finire nelle mani dei figli degli uomini, quale giusto sofferente ingiustamente messo alla prova dai peccatori con insulti e tormenti (cf. Sap 2,19), quale Servo del Signore consegnato in riscatto dei nostri peccati (cf. Is 53,10-11). Questa qualità di “consegnato” – non lo si dimentichi – associa Gesù a tutti i profeti e giusti fino a Giovanni il Battezzatore, lui pure consegnato a Erode (cf. Mc 1,14). Gesù sarà consegnato da Giuda ai sommi sacerdoti (cf. Mc 14,10), costoro lo consegneranno a Pilato (cf. 15,1.10), il quale lo consegnerà ai soldati (cf. Mc 15,15): questa è la sorte dello schiavo, trattato come oggetto totalmente in balia di quanti fanno di lui ciò che vogliono…

“I discepoli però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni”. Un silenzio pieno di paura accoglie questa rivelazione di Gesù, a riprova di come egli sia ormai radicalmente solo, incompreso anche da quelli che avevano condiviso più da vicino la sua vicenda: essi sono incapaci di assumere l’atteggiamento di abbandono al Padre vissuto da Gesù in modo sempre più profondo a mano a mano che si avvicina la sua fine violenta. Eppure Gesù non chiude la porta al dialogo con la sua comunità, tentando costantemente di riportare il pensare e l’agire dei discepoli sui sentieri di Dio. Giunto a Cafarnao, in casa, interroga i Dodici: “Di che cosa stavate discutendo lungo la via?”. Ed essi ancora una volta tacciono, probabilmente per vergogna: “per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande”. In risposta alla prospettiva della diminuzione appena evocata da Gesù, i discepoli non sanno fare di meglio che discutere su chi tra di loro sia il più grande: se la comunità cristiana non fa propria la logica pasquale di Gesù, essa finisce inevitabilmente per fomentare al proprio interno la mentalità mondana della competizione e della rivalità.

Gesù prende allora nuovamente l’iniziativa e, con infinita pazienza, torna a istruire i Dodici; li convoca attorno a sé e rivolge loro parole lapidarie, che capovolgono il loro modo di pensare: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”. Se nella chiesa c’è un primo posto, esso spetta solo a chi si fa servo dei fratelli! Gesù ribadirà tutto questo più avanti, aggiungendo anche la motivazione decisiva, o meglio l’unica motivazione realmente essenziale per il cristiano, l’esempio di Cristo: “Chi vuole essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per tutti» (Mc 10,44-45).

Segue poi un gesto di Gesù: “Preso un bambino lo pose in mezzo, abbracciandolo”. Il bambino è il povero per eccellenza, l’indifeso, colui che vive una condizione di totale dipendenza da chi può prendersi cura di lui oppure abbandonarlo. Ecco dunque il segno di chi è servo: è servo di tutti colui che sa accogliere e abbracciare quelli che non contano nulla, colui che sa prendere il posto degli ultimi. Con loro infatti si è identificato Gesù, come dimostrano le parole con cui accompagna e commenta il suo gesto: “Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”. Egli stesso dirà altrove: “Ogni volta che avete servito uno solo di questi miei fratelli più piccoli, avete servito me” (cf. Mt 25,40).

Sì, nella comunità cristiana il primo posto appartiene a chi accetta di seguire fedelmente il cammino del Signore Gesù, che nel servizio e nell’abbassamento fino alla croce ha sempre e solo cercato l’ultimo posto, quello che nessuno poteva rapirgli (cf. Fil 2,5-11): così ci si identifica con lui e, attraverso di lui, con il Padre che l’ha inviato.

Enzo Bianchi

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