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XXVIII Domenica del tempo Ordinario anno C. I guariti e il salvato

Nell'unico che è tornato, importante non è tanto l'atto del ringraziamento, quasi che Dio fosse in ricerca del nostro grazie, bisognoso di contraccambio. Il lebbroso è salvo non perché paga il pedaggio della gratitudine, ma perché entra in comunione. Con il proprio corpo, con i propri sentimenti, con il Signore.

Non si è trovato chi tornasse a rendere gloria a Dio all'infuori di questo straniero

1. Dalla fede all'azione di grazie: si può riassumere in questo modo il tema della Parola nella liturgia odierna. La fede genera gratitudine, che non è semplice riconoscenza umana, ma essa stessa atto di fede e azione di lode a Colui che ne sta all'origine. La consapevolezza del dono accolto apre al ringraziamento. In questo sta l'eucaristia, memoria della Pasqua e rendimento di grazie.
La seconda colletta ci aiuta nell'esprimere questi sentimenti:
"... ogni fratello in questo giorno santo torni a renderti gloria per il dono della fede, e la Chiesa intera sia testimone della salvezza che tu operi continuamente in Cristo tuo Figlio".

2. Due stranieri occupano la scena odierna della liturgia della parola: Naaman il Siro e il lebbroso samaritano del vangelo. Entrambi accomunati nell'esperienza della malattia della lebbra, entrambi attori di un itinerario che non è soltanto quello di una guarigione, bensì l'itinerario di una conversione e di una salvezza.
In una delle ultime tappe del suo pellegrinare verso Gerusalemme, Luca pone il primo miracolo di guarigione compiuto da Gesù. Esso avviene mentre Gesù si muove tra la Samaria e la Galilea o dalla Samaria verso la Galilea. In ogni caso si tratta di una località geograficamente improbabile, ma per l'evangelista narrativamente significativa. Infatti chiude il racconto di guarigione con la medesima parola con cui aveva aperto il brano che abbiamo proclamato la scorsa domenica: il termine ‘fede' aggancia tra loro i due brani evangelici, che svolgono così un'efficace catechesi su questa determinante realtà per la vita cristiana.
Il brano di oggi si compone di due quadri: dopo l'abituale cornice narrativa iniziale, nel primo si ha l'incontro di Gesù con i dieci lebbrosi; il secondo racchiude la reazione del samaritano guarito e di Gesù nei suoi confronti. Già la costruzione narrativa evidenzia come per l'evangelista non sia tanto importante il miracolo quanto la diversa reazione che esso provoca nei lebbrosi guariti. La tradizione ebraica condannava all'isolamento e alla vergogna i lebbrosi. Alla sofferenza fisica si aggiungeva anche l'estraneazione e la solitudine. Non solo malati, dunque, ma anche abbandonati a se stessi, lontani da luoghi abitati, e per di più considerati come gente che subiva un castigo da parte di Dio per qualche colpa oscura. Possiamo ben comprendere allora il grido: "Gesù maestro, abbi pietà di noi!", che esce dalla loro bocca. È anche un grido di fede? È con certezza il riconoscimento di Gesù come il Messia, il Figlio di Dio? Forse è troppo presto per giungere a tali conclusioni. La storia merita di essere percorsa fino in fondo...
La risposta di Gesù non è una liberazione immediata dal male, come in altre occasioni (cfr. Lc 5,12-16), ma è un invito a presentarsi ai sacerdoti. In un certo senso questi uomini sono messi alla prova, non assistono subito a un prodigio, ma devono credere nella promessa di Cristo, devono ubbidire dimostrando di avere fede nella sua parola: solo così essa diventa radice di liberazione. Partono per un viaggio che era loro vietato: la lebbra è ancora evidente, ma più evidente è la speranza; la promessa di Gesù è più forte di piaghe e di paure. Si mettono in cammino tutti e dieci, tutti hanno fede nella parola di Gesù, partono e la strada è già guarigione. Ma uno solo passa da semplice guarito a salvato: l'unico che ritorna, a cui Gesù dice: "La tua fede ti ha salvato!".
Uno solo, tra i dieci, e per di più si tratta di uno straniero. Di un eretico. Di uno che i veri ebrei consideravano lontano da Dio, estraneo al suo popolo, all'autentico Israele.

3. Ai nove lebbrosi guariti che non tornano è sufficiente la guarigione. Non tornano perché forse smarriti nel vortice della loro felicità, negli abbracci ritrovati. Non tornano forse perché sentono la salute come un diritto e non come un dono; come un diritto e non come un miracolo. I loro corpi, è vero, venivano liberati dalla lebbra. Ma i loro animi non avevano incontrato veramente il Signore. Si era trattato solo di un "tocco", di una "grazia" che non aveva cambiato la loro esistenza. Semplicemente perché quello che interessava loro era solo tornare a casa, veder finita la malattia. Ogni miracolo - e il vangelo di Luca lo ricorda spesso - è una storia incompiuta, una storia che è solo all'inizio, che domanda altro: l'uomo non è il proprio corpo, la pienezza consiste nel passare da semplice guarito a salvato, nel trovare la vita piena entrando in comunione con il Donatore e non soltanto con i suoi doni.
Nell'unico che è tornato, importante non è tanto l'atto del ringraziamento, quasi che Dio fosse in ricerca del nostro grazie, bisognoso di contraccambio. Il lebbroso è salvo non perché paga il pedaggio della gratitudine, ma perché entra in comunione. Con il proprio corpo, con i propri sentimenti, con il Signore.
Accade anche a noi - cui la formazione cristiana ha insegnato a dire "grazie a Dio" o addirittura a ringraziarlo "per averci creato, fatto cristiani, conservati in questo giorno e questa notte..." - che il nostro grazie abbia il sapore della convenzione, dell'abitudine, della doverosità senza conoscere calore e sincera gratitudine. Senza la gioiosa riconoscenza che vede e celebra l'agire di Dio nella nostra vita, perché - in realtà - nelle nostre giornate Dio non l'abbiamo visto e doni adeguati da lui giudichiamo di non averne ricevuti.
E invece il Dio di Gesù è là, nei sapori e negli odori della nostra vita feriale, appunto dove una porta ci è aperta, una ferita si rimargina, un'opportunità di crescita si affaccia, dove un amore resiste saldo nelle bufere dei giorni, dove un figlio cresce, dove troviamo non si sa come e perché il coraggio di andare avanti, di resistere al male, di affrontare e superare pericoli per una vita di qualità migliore, dove asciughiamo una lacrima nascosta per donare ancora un pezzetto di noi a coloro che fanno lo stesso cammino lì dove Dio ci ha seminati. Dio è nel perdono che riceviamo dal sacramento e ci consente di gettare alle spalle il male che abbiamo fatto, nel pane del cammino che ci nutre e ci dà forza, nella Parola che ci autorizza a credere che l'esito della nostra storia e della storia di tutti non sarà una catastrofe perché in esso cresce il seme fecondo del regno.
La finezza che sa dire gioiosamente grazie ricevendo un dono e sa permanere nella gratitudine senza farne un debito da saldare non è quindi un tratto ovvio o spontaneo della natura umana. È frutto di una scelta e di uno stile di vita, di una vita di fede che non misura Dio e non lo processa, ma sa scorgerne le tracce dove egli passa fino a guardare tutte le giornate con occhi nuovi per concludere con l'apostolo Paolo: "Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio" (Rm 8,28). Il dono dell'essere amati dal Padre l'abbiamo comunque e sempre già ricevuto, lo riceviamo e da nessuno ci verrà tolto. La gratitudine è il nome della fede che risponde a questo amore, sapendo bene che ciò che ci è stato dato è immensamente più grande di ciò che noi avremmo potuto produrre e conquistare.


Commento di don Antonio Mastantuono
tratto da "Il Pane della Domenica". Meditazione sui vangeli festivi.
Ave, Roma 2009

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