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XXXI Domenica del tempo Ordinario anno C. Convertirsi non è... star sopra un albero

Gesù accoglie Zaccheo prima della sua conversione. Non è la conversione che determina la simpatia di Gesù, ma è la previa simpatia di Gesù che provoca la conversione.

Il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto

Vedere qualcuno senza farsi vedere è possibile, ma non è possibile tentare di vedere Gesù senza essere da lui visti e intercettati. Zaccheo docet. Il capo dei pubblicani di Gerico non voleva incontrarsi con Gesù, voleva solo vederlo, sapere chi fosse, e per questo si comporta come un monello che cerca ad ogni costo di togliersi lo sfizio di poter scorgere finalmente che faccia ha quel tizio (gr. ekeines: v. 4), di cui ha sentito raccontare cose straordinarie, ma anche strane e strambe: addirittura la gente dice che è un mangione e un beone, amico dei pubblicani e delle peccatrici! Quindi vederlo sì, ma a debita distanza: meglio stare alla larga di un personaggio così... Ed eccolo lì, il nostro omino basso e tracagnotto, appollaiato tra i rami di un sicomoro: ne verrà fuori, chissà, una scena buffa', forse anche tenera. Ma di sicuro ne verrà fuori uno Zaccheo, nuovo di zecca!

1. Nella galleria dei personaggi "dipinti" da Luca, Zaccheo è la figura del peccatore convertito. La cosa non finisce di sorprenderci: c'è un miracolo più grande del trasformare uno strozzino in un galantuomo, un peccatore in discepolo e testimone? È il miracolo della conversione.
Questo miracolo comincia con uno sguardo, con l'umanissimo sguardo del Dio "amante della vita". Abbiamo ascoltato l'appassionato cantico del libro della Sapienza: "Tu ami tutte le creature esistenti / nulla disprezzi di quanto hai creato... Tu risparmi tutte le cose / perché tutte son tue, Signore amante della vita" (Sap 11,24.26).
Nel brano lucano il primo sguardo non è di Zaccheo, è del Signore, come ricostruisce finemente S. Jacomuzzi, che mette in bocca a Gesù queste parole: "Nessuno se ne accorge, ma io lo vedo correre e salire su un albero, pochi passi avanti a me. Il viso aguzzo sporge tra le foglie del sicomoro. Mi godo la scena, l'ultima distrazione di terra, l'ultimo riso appena trattenuto. Quando passo sotto l'albero, lo sorprendo e gli dico di scendere".
Non è Zaccheo alla ricerca di Gesù; è Gesù alla ricerca di Zaccheo; e quando Gesù cerca, trova. Finora è stato sempre invitato in casa d'altri: in quella di Levi, in quelle dei farisei. Ora è lui che si invita e lo fa con una parola carica di significato: "Oggi io devo fermarmi a casa tua". "Io devo": è la settima volta che l'evangelista annota questa paroletta sulle labbra del Maestro di Nazaret. La prima volta fu quando aveva dodici anni; ora egli la dice per esprimere che anche a Gerico continua a realizzare la missione che il Padre gli ha affidato: è venuto a cercare non i giusti, ma i peccatori. Quel giorno a Gerico lui "doveva" salvare Zaccheo; era entrato per cercare lui e anche solo per lui ci sarebbe andato. Perché Gesù è fatto così: si mette a cercare anche una sola pecorella. Non si accontenta di avere in casa uno su due figli, cioè il cinquanta per cento, come nella parabola del Padre misericordioso; non si accontenta del 90%, come nella parabola delle dieci monete; non si accontenta neppure del 99%, e per questo se ne va in cerca della centesima pecora, che si era perduta nel deserto: "Il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e a salvare chi si era perduto".
Dunque: "Scendi giù da quell'albero, Zaccheo!": umanissimo Gesù! Non dice: "Scendi subito perché devo convertirti". Ma: "Voglio avere il piacere e l'onore di essere tuo ospite". Gesù accoglie Zaccheo prima della sua conversione. Non è la conversione che determina la simpatia di Gesù, ma è la previa simpatia di Gesù che provoca la conversione. E poi, entrato a casa del capo dei pubblicani, Gesù non gli dice niente, non gli affibbia una predica tuonante sulla penitenza e sull'inferno; e quando si mette a tavola, non manda di traverso il pranzo a tutti i commensali rifilando una relazione sulla fame nel mondo...

2. Umanissimo Gesù! Il volto di Dio che egli rivela è davvero il Dio "amante della vita". Siamo ben lontani dalla terribile professione di fede di Jago nell'Otello di Verdi: "Credo in un Dio crudel che m'ha creato / simile a sé". Questo non è il Padre nostro; è piuttosto il... padre mostro (!), despota malvagio e causa di ogni malvagità. Questa è invece la bella notizia (il vangelo) di Gesù: siamo amati, prima di ogni nostro bisogno d'amore; siamo attesi, oltre ogni nostro desiderio di attesa; siamo accolti, prima ancora di ogni nostro sogno di ospitalità.
Ma bisogna decidersi. Il pericolo numero uno è quello di rimanere a guardare, di non scendere dall'albero. Come riconosceva in una breve poesia E. Montale: "Si tratta di arrampicarsi sul sicomoro / per vedere il Signore se mai passi. Ahimé non sono un rampicante e anche restando / in punta di piedi, non l'ho mai visto". La posizione scelta da Montale è assai diffusa fra persone che si dichiarano intellettualmente oneste e moralmente esigenti. Si sceglie di stare in perpetua ricerca. Oggi la ricerca della verità viene da alcuni elevata a valore supremo, al di sopra della stessa verità. "Se Dio - aveva scritto l'illuminista G.E. Lessing - tenesse stretta nella sua destra tutta la verità e nella sua sinistra soltanto l'aspirazione sempre viva della verità, fosse anche a condizione di dovermi sempre, eternamente sbagliare e mi dicesse: ‘Scegli!', umilmente mi prostrerei verso la sua sinistra dicendo: ‘Questa, Padre! La pura verità appartiene senz'altro a te".
È una posizione soggettivamente sincera, ma oggettivamente ambigua: con il pretesto di non voler essere mai "sicuri di sé", questa posizione nasconde un orgoglio sottile: finché si è alla ricerca della verità, il protagonista è il ricercatore, non la verità. La "veracità", cioè la sincerità della ricerca, l'onestà con se stessi, prende, in questo caso, il posto della verità. La Scrittura ci parla già di alcuni i quali sono "sempre in ricerca, ma senza mai giungere al riconoscimento della verità" (cfr. 2Tm 3,7). È un tentativo sottile di condurre il gioco, di tenere in scacco Cristo. Di questo passo, infatti, l'uomo può passare la vita intera a fare ricerche su Cristo, senza mai farsi incontrare personalmente da lui.
Finché restiamo "in punta di piedi", in perpetua ricerca, o sul ramo di un albero, riusciremo al più a soddisfare una curiosità, ma non a fare l'esperienza dell'Incontro che salva. Per questo Gesù ci chiede di scendere e di accoglierlo nella nostra casa, nella nostra vita.
L'eucaristia ripete l'incontro di Gesù con Zaccheo. Beati gli invitati alla cena del Signore: che questo incontro ci cambi la vita!


Commento di mons. Francesco Lambiasi
tratto da "Il pane della Domenica". Meditazione sui vangeli festivi Anno C
Ave, Roma 2009

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