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XXXIII Domenica del tempo Ordinario anno C. Il cristiano e la storia: fuga o presenza?

Questo scenario drammatico permette a Gesù di rivelare l'altro verso della storia: "dare testimonianza". "Testimonianza" traduce la parola "martirio": il discepolo autentico del Signore non lo si vede nella celebrazione liturgica e la sua fede non la si può misurare neanche nell'ora del servizio ai poveri. Il cristiano vero è colui che dona la vita come il suo Signore e a causa del suo nome; è il seguace di Cristo che paga con il sangue la fedeltà alla sua sequela.

Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime

Ormai quasi al termine dell'anno liturgico, la liturgia ci sollecita e ci aiuta a farci un'idea complessiva del rapporto tra il cristiano e la storia. La nostra guida ancora per un'altra domenica è sempre l'evangelista Luca, ma il Maestro - l'unico, straordinario, insuperabile - è e resta lui, il Signore Gesù.
Il brano di oggi ce lo ritrae a Gerusalemme, la città santa dominata dal tempio, simbolo della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Il conflitto che si era annunciato in Galilea, fra lui e i suoi avversari, è ormai alle ultime, drammatiche battute. Gesù è consapevole che sta per essere rifiutato da una comunità ostinatamente chiusa nel suo sistema religioso.
Vede in questo conflitto il segno della rovina della nazione. In Matteo e in Marco, questo discorso è riservato ai discepoli, sul monte degli Ulivi; in Luca, è indirizzato al popolo, nel tempio. Inoltre il terzo evangelista distingue nettamente l'annuncio della fine dei tempi e quello degli eventi che la precederanno: persecuzione dei discepoli, rovina di Gerusalemme, distruzione del tempio. Pertanto questo che è l'ultimo discorso pubblico di Gesù, merita di essere chiamato "il vangelo della storia", e ci aiuta appunto a guardare la storia con gli occhi di Cristo.

1. Sotto lo sguardo profetico del Signore si dipana la storia nel suo fluire incerto e inarrestabile, nel suo intreccio agitato e contraddittorio di bene e di male. La prospettiva di Gesù non è né caparbiamente ingenua, né inguaribilmente catastrofica: non c'è da farsi facili illusioni ma neanche da abbandonarsi a incubi paralizzanti.
Certo si verificheranno eventi terribili: falsi profeti pretenderanno di parlare in suo nome e di assicurare che la fine è vicina; ci saranno guerre e rivoluzioni, terremoti e carestie; scoppieranno violente persecuzioni.
Sono calamità dovute ai limiti della natura, avvenimenti sconvolgenti da addebitare alla malizia umana, ma che Gesù considera come situazioni ricorrenti e pertanto paradigmatiche, che fanno parte del copione della storia e che il discepolo deve essere pronto a decifrare con discernimento sapiente e ad affrontare con fortezza e coraggio.
Ma è soprattutto sulle persecuzioni che Gesù insiste maggiormente, e a ragione: in effetti è la minaccia più violenta che rischia di compromettere la stessa sopravvivenza della comunità cristiana. I credenti saranno processati dai tribunali ebraici e da quelli pagani; saranno traditi anche da familiari e amici; saranno odiati da tutti, e alcuni verranno addirittura messi a morte.
Ma è proprio questo scenario drammatico che permette a Gesù di rivelare l'altro verso della storia: tanto male sarà l'occasione per esprimere il bene più grande, il massimo della vitalità cristiana: "dare testimonianza". "Testimonianza" traduce la parola "martirio": il discepolo autentico del Signore non lo si vede nella celebrazione liturgica e la sua fede non la si può misurare neanche nell'ora del servizio ai poveri. Il cristiano vero è colui che dona la vita come il suo Signore e a causa del suo nome; è il seguace di Cristo che paga con il sangue la fedeltà alla sua sequela.

Qual è dunque il profilo di cristiano che emerge da questa "lezione" del Maestro, in rapporto al mondo e alla storia? Facendo il verso a un famoso titolo di Herbert Marcuse, si può ben dire che il cristiano non è un uomo a una sola dimensione. Egli non è né appiattito sul presente, né alienato nel futuro; è "nel mondo ma non del mondo"; è cittadino di due mondi. Questa "anagrafe" paradossale costituisce la sua originale, inconfondibile identità e la sua sfida permanente.
Molto probabilmente è stato s. Paolo il più fedele interprete del pensiero di Gesù riguardo al rapporto tra il cristiano e la storia. L'apostolo chiede espressamente ai suoi destinatari di "non conformarsi alla mentalità di questo tempo" (Rm 12,2), consapevole che Cristo "ci ha strappati da questo tempo malvagio" (Gal 1,4), al punto che ormai "la nostra cittadinanza è nei cieli" (Fil 3,20). Ma queste parole, tutt'altro che ambigue, sono però bivalenti.
La prima valenza consiste certamente in una presa di distanza netta dai parametri di valore propri del mondo presente: "Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; d'ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la scena di questo mondo" (1Cor 7,29-31).

Ma, mentre non condivide l'irenismo ingenuo degli ottimisti, l'apostolo - ed è il secondo aspetto - non si abbandona neanche all'allarmismo catastrofico degli apocalittici. Sta di fatto che, come Gesù non aveva inteso costituire né anacoreti o eremiti sul modello del Battista, né un gruppo di cenobiti sul tipo della comunità di Qumràn, anche Paolo non fonda alcun ordine religioso a parte all'interno della comunità cristiana.
Scrive uno dei nostri migliori neo-testamentaristi, Romano Penna: "Ciò che (Paolo) ha in mente è un'identità cristiana forte, ben visibile, ma valida per tutti i battezzati, e comunque non settaria né fanatica o violenta, tanto che elenca le fazioni o le sette tra le opere della carne contrarie allo Spirito (cfr. Gal 5,20). È in questo tempo o in questo mondo che al cristiano viene offerto il kairòs favorevole, cioè l'occasione propizia per le sue decisioni definitive (cfr. 2Cor 6,2). L'inserimento ordinato nella vita civile (cfr. Rm 13,1-7), la bontà del matrimonio (cfr. 1Cor 7,1-7) e la necessità del lavoro (cfr. 2Ts 3,10) sono fuori discussione".

Torna a proposito il passo famoso del trattatello anonimo noto come Discorso a Diogneto, in cui si legge tra l'altro: "I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio né per lingua né per costumi... Abitano nella propria patria, ma come pellegrini; partecipano alla vita pubblica come cittadini, ma da tutto sono distaccati come stranieri; ogni nazione è la loro patria e ogni patria è una nazione straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non espongono i loro nati. Hanno in comune la mensa, ma non il letto. Vivono nella carne, ma non secondo la carne. Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi vigenti, ma con la loro vita superano le leggi...".

Preghiamo perché il Signore ci faccia conservare una fede lucida, di fronte allo scatenarsi della violenza nel mondo e al dilagare dello strapotere del male; e perché ci aiuti, attraverso le vicende liete e tristi di questo mondo, a tenere fissa la speranza del suo Regno.


Commento di mons. Francesco Lambiasi
tratto da "il pane della Domenica". Meditazione sui vangeli festivi Anno C
Ave, Roma 2009

 

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