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Far del bene a chi soffre e far del bene con la sofferenza

Relazione di Suor Elena Bosetti sjbp, suora di Gesù buon Pastore, della Famiglia Paolina in occasione della Giornata Diocesana di Formazione permanente per i Ministri Straordinaridella S. Comunione. Sabato 26 gennaio 2013, Aula Magna “Attilio Alto” della Facoltà di Ingegneria di Bari.

Il tema coinvolgente di questa XXI giornata del malato si declina in chiave di reciprocità: da un lato interpella la responsabilità solidale e la cristiana diaconia nei confronti di chi soffre, e d’altro lato dischiude il senso profondamente umano e cristiano della sofferenza. Nessuno infatti vive soltanto per se stesso, ma siamo vitalmente legati gli uni agli altri, sia nella salute che nella malattia.

Non si tratta solo di prendersi cura della salute fisica. Far del bene a chi soffre significa anche (e soprattutto) illuminare il senso e il valore dell’umano soffrire. Giovanni Paolo II ha sviluppato questo tema nella lettera apostolica Salvifici doloris che si apre con le parole dell’apostolo Paolo: «Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24).

Ci chiediamo allora: come stare accanto e prendersi cura chi soffre e come trasformare in “bene” la situazione di sofferenza? Rifletteremo insieme su questi aspetti, anche con l’apporto delle vostre domande.

Articolo la conversazione in due tappe: nella prima ci lasceremo provocare dalla parabola del buon samaritano (= far del bene a chi soffre); nella seconda rifletteremo sulla figura del Guaritore ferito (= far del bene con la sofferenza).

I.                   Essere buoni samaritani oggi

Solo l’evangelista Luca racconta la splendida parabola del buon Samaritano. La troviamo nel contesto narrativo del capitolo dieci, che si apre con l’invio in missione dei 72 discepoli e si chiude con il racconto di Marta e Maria.

La parabola è introdotta dal dialogo con un dottore della legge (un rabbino) che pone a Gesù questa domanda: «Maestro, che cosa devo fare (ti poiésas) per ereditare la vita eterna?» (Lc 10,25). Gesù risponde al suo interlocutore con un’altra domanda, anzi con due: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?» (Lc 10,26).

In tal modo il dottore della legge da interrogante passa ad essere interrogato su un duplice aspetto, perché la domanda del Maestro riguarda non soltanto l’oggettività (“che cosa sta scritto”) ma anche la soggettività (“come leggi”); riguarda l’ermeneutica, l’interpretazione. Il problema infatti è “come” interpretare le Scritture.

Nella sua risposta il dottore della legge accosta due passi della Scrittura: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente (Dt 6,5) e (amerai) il tuo prossimo come te stesso» (Lev 19,18). Egli dà prova di una interpretazione eccellente, che tiene insieme il primo e fondamentale comandamento con il secondo. Gesù lo elogia (“hai risposto bene”) ma non si limita a fare i complimenti... Aggiunge:  «Fa’ questo e vivrai» (Lc 10,28).

Il dialogo poteva finire così, ma l’interlocutore solleva un’altra domanda: «E chi è mio prossimo?». Benché posta per giustificarsi, dobbiamo essergli grati di questa obiezione perché essa provoca la stupenda parabola del buon samaritano.

1.      Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico …

Abitualmente nelle sue parabole Gesù prende spunto da una situazione concreta: il pastore che va in cerca della pecora perduta, la donna che mette a soqquadro la casa per cercare la monetina… e anche qui parte da un fatto verosimile, si potrebbe dire da un fatto di cronaca: una rapina da parte di un gruppo di briganti e un uomo ferito, mezzo morto…

  • Ambientazione: sulla strada che scende da Gerusalemme a Gerico. Una strada notoriamente pericolosa, infestata da briganti che assalivano i viaggiatori e poi si dileguavano.
  • L’uomo della parabola viene aggredito, percosso a sangue e lasciato mezzo morto. Di lui non sappiamo altro.  Non sappiamo nemmeno il suo nome, non pronuncia neppure una parola.
  • I tre passanti: entrano in scena “per caso”, passando sulla medesima strada. Tutto si gioca sulle loro relazioni nei confronti del malcapitato. I primi due attori, entrambi uomini del tempio (un sacerdote e un levita), si comportano allo stesso modo: vedono e passano oltre (anti-parēlthen). Il verbo greco utilizzato dall’evangelista indica un passare oltre distanziandosi, sul lato opposto della strada.

Il sacerdote e il levita stavano “scendendo” da Gerusalemme, la città santa: forse avevano entrambi prestato servizio nel Tempio. Avranno avuto diversi motivi per non fermarsi, e magari motivi molto sacri: l’uomo ferito perdeva sangue, forse era già morto. Toccandolo avrebbero contratto impurità, cosa che poi avrebbe comportato una serie di riti di purificazione. Insomma, meglio non rischiare. La religione diventa un pretesto per non soccorrere l’uomo... Decisamente ipocrita e irritante questo comportamento degli uomini del tempio!

Forse il dottore della legge avrà pensato in cuor suo: vedrai che Gesù, dopo aver presentato il comportamento negativo del sacerdote e del levita, farà entrare in scena come personaggio positivo un ebreo “laico” mostrando così la sua simpatia per il popolo. E invece non è affatto un ebreo, benché laico, a costituire il personaggio positivo, ma addirittura un samaritano, un odiato miscredente, uno da tenere alla larga per vari motivi di carattere etnico, politico e religioso. Al tempo di Gesù la tensione tra i due gruppi era particolarmente accentuata, come attesta la diffidenza iniziale della Samaritana al pozzo di Sicar: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?» (Gv 4,9).

Gesù è davvero imprevedibile e sovversivo! Non solo presenta il samaritano come modello di comportamento, ma ne fa un capolavoro di compassione e di cura pastorale.

2.      I verbi del prendersi cura

Notiamo i verbi che caratterizzano il comportamento del buon samaritano. Egli era in viaggio: aveva dunque una meta da raggiungere, aveva programmi, forse aveva affari urgenti... Anche lui “vede” il malcapitato, ma diversamente dal sacerdote e dal levita, si lascia ferire il cuore: fu preso da compassione (esplagchnisthē). Il verbo greco usato dall’evangelista esprime una emozione profonda, viscerale, come quella della madre per il frutto del suo grembo (splanchna evoca le viscere, il grembo materno). È questa straordinaria “com-passione” la sorgente di tutte le azioni che caratterizzano il comportamento del buon samaritano:

-    gli si fece vicino,

-    gli fasciò le ferite,

-    versò olio e vino;

-    lo caricò sulla sua cavalcatura,

-    lo portò in un albergo

-    e si prese cura di lui (Lc 10,34).

 

Il verbo epimeléomai  “prendersi cura” esprime in modo sintetico tutto ciò che questo samaritano ha fatto e progetta di fare. Infatti, “il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura (stesso verbo epimeléomai  ) di lui e ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno” (Lc 10,35).

I Padri della Chiesa hanno visto nella figura del Buon Samaritano Gesù stesso che pieno di compassione si china sull’umanità incappata nei briganti, si prende cura delle nostre ferite, ci solleva con immensa tenerezza nel suo abbraccio, prende su di sé le nostre infermità … “Ancora oggi, come buon samaritano, viene accanto a ogni uomo piagato nel corpo e nello spirito e versa sulle sue ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza” (Prefazio).

 

3.      Va’ e anche tu fa’ lo stesso

 

Gesù conclude la parabola coinvolgendo il suo interlocutore (e noi) con una domanda diretta: «Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?» (Lc 10,36). La risposta è scontata: «Chi ha avuto compassione di lui”. Ed ecco che l’ultima parola di Gesù inchioda alla responsabilità personale: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Lc 10,37).

Il prossimo allora non è semplicemente colui che ci è vicino per vincoli di parentela, di amicizia o di religione. Ma è piuttosto colui che “si fa vicino” perché si lascia coinvolgere dal bisogno dell’altro. Tutti e tre i passanti vedono l’uomo ferito, ma uno solo ne ha compassione e questo fa la differenza.

Se ci immedesimiamo nell’uomo ferito che giace sulla strada, non possiamo che rallegrarci del fatto che quel samaritano passi di lì. Molto spesso però noi siamo più simili al sacerdote e al levita, che ci fanno arrabbiare proprio perché probabilmente agiremmo come loro e il loro comportamento fa emergere la nostra mediocrità. Ammiriamo il samaritano, eppure la sua “compassione” un poco ci disturba perché tutti noi abbiamo sempre cose da fare, luoghi in cui andare, ragioni per non fermarci e farci carico dei problemi altrui. Pensiamo che le nostre strade sono piene di gente incidentata e che non possiamo “prenderci cura” di tutti, che lo debbano fare altri …

Noi ci nascondiamo dietro sottili distinzioni: chi è il mio prossimo? Quante volte lo devo aiutare o perdonare? Gesù invece ribalta la questione indicandoci uno sguardo diverso: la compassione che porta a prendersi cura e a farsi prossimo di chiunque ha bisogno del nostro aiuto. Questa parabola potrebbe essere letta su scala mondiale, come indicazione per i giusti rapporti fra i popoli. Non abbiamo altra via che la solidarietà per garantire futuro alla vita sul nostro pianeta. La solidarietà è la nuova forma della giustizia.

Sottolineo alcuni passaggi del nostro essere buoni samaritani oggi:

1.        Fermarsi. Non solo discussioni, critiche, ricerca dei colpevoli … Occorre andare oltre la critica. Il buon samaritano si ferma nel suo cammino e si fa “prossimo”, cioè si fa vicino all’uomo che soffre.

 

2.        Entrare in relazione. Il sofferente mi riguarda, è “mio” fratello. Entrare in relazione significa stabilire contatto, vicinanza affettiva, coinvolgimento.

 

3.        Farsi carico. In certo senso il “giumento” siamo noi stessi. Siamo chiamati a farci carico delle persone sofferenti: “Portate gli uni i pesi degli altri”, dice l’Apostolo. Certo, il Samaritano mette anche mano al portafoglio e affida il malmenato a una struttura, a una locanda. Ma prima si ferma, entra in relazione, si fa carico …

 

4.        Coinvolgere. Il buon samaritano sa coinvolgere altri nel suo prendersi cura del ferito. Quando parte si assicura che qualcuno continui ad aiutare il bisognoso … Occorre sempre tracciare un percorso di intervento che tenga conto di tutte le risorse presenti nel territorio: parrocchia, caritas, cappellania … ecco i volontari!!

Le istituzioni pubbliche vanno stimolate perché i poveri e i malati trovino risposta ai loro bisogni e vedano rispettati i loro diritti. Occorre imparare dal Samaritano che torna a chiedere conto all’albergatore del lavoro fatto e a verificare la completa guarigione del ferito …

 

II.           Il guaritore ferito: “far del bene con la sofferenza”

Il profeta Isaia parlando del Servo sofferente del Signore afferma: “Dalle sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53,5). Si tratta di una guarigione ottenuta in modo sconcertante, paradossale. Non attraverso farmaci, terapie o formule magiche, bensì attraverso le ferite di Colui che si è fatto carico delle sofferenze e dei dolori di tutti. Il suo dolore è salvifico, la sua passione ci ha guariti.

L’evangelista Matteo vede compiersi in Gesù questo passo di Isaia: “Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle nostre malattie” (Mt 8,17). Cristo non è solo il Maestro, ma è il Pastore pieno di compassione, il Guaritore che assume il nostro dolore. Scrive l’apostolo Pietro: “Cristo patì per voi … dalle sue piaghe siete stati guariti” (1Pt 2,21-24).

Dal cuore trafitto del Cristo sgorgano il sangue e l’acqua della vita, sgorga la nostra salvezza. Ma proprio la sovrabbondanza di amore che sgorga dal Cristo trafitto ci abilita a trasformare la nostra stessa sofferenza in “bene” per noi e per gli altri. In tal senso l’apostolo Paolo si dichiara “lieto delle sofferenze” che sopporta a favore del corpo di Cristo che è la Chiesa” (Col 1,24).

Afferma Giovanni Paolo II nella Salvifici doloris: “La sofferenza sembra appartenere alla trascendenza dell'uomo: essa è uno di quei punti, nei quali l'uomo viene in un certo senso «destinato» a superare se stesso, e viene a ciò chiamato in modo misterioso... Si può dire –che l'uomo diventa in modo speciale la via della Chiesa, quando nella sua vita entra la sofferenza… La Chiesa, che nasce dal mistero della redenzione nella Croce di Cristo, è tenuta a cercare l'incontro con l'uomo in modo particolare sulla via della sua sofferenza. In un tale incontro l'uomo « diventa la via della Chiesa », ed è, questa, una delle vie più importanti” (Salvifici doloris, 3).

·                     “Se un membro soffre tutte le membra con-soffrono”

L’apostolo Paolo vede la Chiesa come “corpo di Cristo”, animato da un unico e medesimo Spirito e dotato di molte membra con funzioni specifiche che contribuiscono alla vitalità e al benessere di tutto l’organismo. Già sulla via di Damasco l’Apostolo intuisce che Gesù è inseparabile dalla sua Chiesa (At 9,4-5). Essa forma con il suo Signore un corpo solo, come lo sposo con la sua sposa (cf. Ef 5,21-32).

Anche Menenio Agrippa sapeva che la società è “un corpo” e ne tesse l’elogio nel suo famoso apologo. Ma l’idea di Paolo non è semplicemente che la Chiesa è un “corpo”, bensì che è “corpo di Cristo”. Non si tratta solo di buon funzionamento organizzativo, ma di una realtà profondissima, trascendente e mistica. La Chiesa è “corpo di Cristo” per opera dello Spirito Santo. È l’energia dello Spirito che dà vita al corpo ecclesiale; è lo Spirito che agisce come principio attivo della costituzione dei battezzati in un solo corpo: “Noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo” (1Cor 12,13).

Se dunque siamo un solo “corpo”, siamo com-partecipi sia nella gioia che nel dolore. L’Apostolo parla di “com-patire” nel senso concretissimo di “con-soffrire” (sym-paschô). “Se un membro soffre tutte le membra con-soffrono” (1Cor 12,26).

 

   C’è una reciprocità anche tra infermità e salute. Chi soffre contribuisce a “fare il bene” non solo mediante l’offerta del suo dolore ma proprio anche attraverso il suo bisogno di cura e di sostegno. Infatti proprio con la sua debolezza e sofferenza offre agli altri la possibilità di crescere in umanità “prendendosi cura”. Occorre dunque maturare nella reciprocità. Occorre aprirsi non solo per far del bene a chi soffre ma ancor più per accogliere “il bene” che ci viene da chi soffre…

·                    Come stare accanto nel dolore?

Quando i tre amici di Giobbe vennero a sapere di tutte le disgrazie che si erano abbattute su di lui, partirono “per andare a condividere il suo dolore e a consolarlo” (Gb 2,11). È proprio dell’amicizia farsi vicino, entrare in sintonia empatica, condividere il dolore, offrire sostegno e conforto. Ma come accostarsi all’uomo devastato dal male, come riuscire a consolare?

Il dialogo di Giobbe con i suoi amici si rivela fallimentare. Essi non lo consolano affatto, anzi Giobbe ne è profondamente deluso. Lo hanno deluso come quei torrenti del deserto che nella stagione delle piogge straripano, ma sotto il sole ardente dell’estate seccano (Gb 6,14-20). Non hanno gettato balsamo sulle sue piaghe, ma lo hanno ulteriormente esasperato. Quegli amici erano assai meglio ispirati quando si accontentavano di starsene seduti senza dire niente...

Anche Gesù cerca conforto dagli amici ai quali confida tutta l’amarezza che lo abita: “L’anima mia è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me” (Mt 26,38; Mc 14,34). Ma i suoi amici dormono, non sanno reggere al dolore. Non sanno “vegliare” accanto all’uomo dei dolori. Gli occhi sono “appesantiti” dalla tristezza e dalla paura. Gesù resta solo, “con la faccia a terra”, in dialogo accorato con il Padre. Scrive l’autore della lettera agli Ebrei: “egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte ... Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì” (Eb 5,7-8).

I Vangeli marcano il contrasto tra l’atteggiamento di Gesù e quello dei discepoli. Per tre volte Gesù torna da loro in cerca di conforto e ogni volta li trova addormentati. Non sanno condividere la sua agonia, non sono in grado di entrare nella sua passione, nella sua lotta orante. Non così la Madre e le discepole fedeli che hanno il coraggio di stare accanto a Gesù fino alla fine.

Maria è icona di una Chiesa che sa davvero com-patire e prendersi cura.

 

Sr Elena Bosetti sjbp

 

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