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Giovani migranti patrimonio da difendere

«Vìctimae paschali laudes immolent christiani ». Per molti anni ho cantato da solo, nella Messa di Pasqua: «Alla vittima pasquale alzino lodi i cristiani». Quest’anno c’era anche Brandon, con la sua bella pronuncia latina, a domandare con me: «Raccontaci, Maria, che hai visto sulla via?». Può essere orgoglioso, l’anziano missionario irlandese John Jacky Sharp, di questo ragazzo del Gambia che egli ha formato alla fede. A Pentecoste, sempre assieme a Brandon, ho cantato «Veni, Sancte Spiritus»: «Vieni Spirito Santo e manda a noi dal cielo un raggio della tua luce»

Con Brandon sono arrivati anche Edy della Costa d’Avorio, Kassimian della Nigeria, Patrick del Ghana. Tutti insieme accanto all’altare, anche se in gradi diversi nel cammino della vita cristiana, hanno testimoniato che il soffio dello Spirito è giunto alle terre che si affacciano sul Golfo di Guinea. Il sabato prima di Pentecoste avevo a scuola Abubakar, il quale in Costa d’Avorio ha frequentato solo la scuola coranica. Vorrei assicurare il suo maestro che egli fa onore al suo nome, perché oggi si impegna a leggere e a scrivere quel francese che già sa parlare. Anche Diakis, che lo zio non ha potuto mandare a scuola quando si è preso cura di lui e dei suoi sei fratelli orfani, ora sta imparando sia l’italiano che la lettura e la scrittura del francese. Ha cominciato a combattere con l’alfabeto pure Maliki, superando la fatica dei suoi 38 anni.

A volte, quando passo dal Centro Cri, Bakary è intento alla lettura del Corano; ogni giovedì, assieme a Kader, viene a studiare la Costituzione italiana. Mohammed, orgoglioso della sua cultura Tamashek, ormai parla anche la nostra lingua; ha ricevuto applausi per la sua partecipazione a un concerto di chitarre e ora sta imparando le canzoni di De André. Ismael, con una frequenza assidua, ha fatto tali progressi da poter tradurre direttamente in italiano, davanti alla Commissione per i rifugiati, le risposte di due ragazzi bambara. Eppure né la padronanza della lingua, né il suo lungo curriculum di studi e lavoro gli danno la sicurezza che la sua domanda sia accolta. Tutti insieme, i pochi cristiani e i molti musulmani, durante lo scorso Natale hanno condiviso la festa con la comunità locale, esibendosi in musiche, balli e ritornelli nella lingua wolof, comune a Senegal e Gambia.

Quali errori, quali calcoli sbagliati hanno portato questi giovani a naufragare sulle coste italiane? Fu un calcolo avventato la ricerca del lavoro nella ricca e promettente Libia? È stata colpa loro il disastro politico e militare in cui sono rimasti intrappolati? Non abbiamo, noi, responsabilità sugli eventi che li hanno travolti? In ogni caso, è impossibile non parteggiare per loro, una volta conosciuti i loro volti, i loro nomi, le loro storie.

Qualcuno dirà che le mie considerazioni non risolvono i problemi generali dell’immigrazione. Posso concederlo. Con qualche aggiunta. È buona cosa che l’Europa non penalizzi l’Italia per le spese affrontate nella assistenza ai migranti. Ma, oltre a questo, dovrebbe esserci un riconoscimento attivo per questo impegno finanziario e umano, pubblico e privato, che ha già prodotto enormi risultati di integrazione. In un quadro generale di crisi demografica, questi giovani sono diventati patrimonio prezioso per l’Italia e per l’Europa. Perché dunque non trovare una formula che impedisca di scaricarli – negando loro lo status di rifugiati – in una assurda e pericolosa situazione di 'irregolarità'? L’Ufficio 'Migrantes' ha fatto questa stessa richiesta invocando ragioni umanitarie. Penso si possano invocare pure le ragioni di buona politica.

Sandro Lagomarsini

© Avvenire, 16 giugno 2016

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