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I Papi Santi «ci chiedono di imitarli»

La messa di ringraziamento all'indomani della canonizzazione di Wojtyla e Roncalli, "uomini coraggiosi", come li ha definiti ieri Papa Bergoglio nell'omelia. Il cardinal Comastri: dono necessario per la Chiesa.

Il giorno dopo la straordinaria messa di canonizzazione dei due Papi, che ha convogliato nella Capitale oltre un milione di persone - stima della questura di Roma -, oggi alle 10 si è celebrata sul sagrato di San Pietro la Messa di ringraziamento. La celebrazione avrebbe dovuto svolgersi dentro la basilica, ma dato l'enorme afflusso di fedeli -almeno 80 mila - si è deciso di "spostarla" fuori. La piazza era gremitissima sia nei settori centrali che nelle ali. Il rito, dedicato in particolare ai fedeli polacchi, è stato presieduto dal cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica vaticana e vicario generale del Papa per la città del Vaticano.

"Un dono necessario" è stata per il cardinale Comastri la canonizzazione di papa Wojtyla, il "papa della famiglia", in un momento in cui, ha detto, "la famiglia è aggredita e minacciata".  Il cardinale ha anche ricordato la "difesa della vita umana" al centro della predicazione e dell'azione di Giovanni Paolo II, e ha citato ampie frasi di papa Wojtyla a difesa della vita, compreso il "grido di Agrigento" contro la mafia. Comastri ha poi citato le "parole vere, sante, attuali" dette da Giovanni Paolo II nel tentativo strenuo di evitare la guerra del Golfo. 

"Oggi siamo qui per dirgli: grazie! E soprattutto per raccogliere l'eredità e l'esempio della sua fede coraggiosa", ha esclamato Comastri, nell'omelia. Secondo il cardinale in particolare Giovanni Paolo II ha avuto il coraggio di andare incontro ai giovani per liberarli dalla cultura del vuoto e dell'effimero e per invitarli ad accogliere Cristo, unica luce della vita e unico capace di dare pienezza di gioia al cuore umano". E "i giovani di tutto il mondo hanno riconosciuto un padre vero, una guida autentica, un educatore leale". "Chi può dimenticare - ha affermato il porporato - l'abbraccio tra il Papa e un giovane che, durante la veglia a Tor Vergata, superati tutti i cordoni di sicurezza, corse verso di lui per dirgli semplicemente: Grazie! Ti voglio bene!'. È una scena che è entrata nel nostro cuore e nella storia dell'umanità".

"Nella difficile stagione della crisi delle vocazioni sacerdotali", inoltre, Giovanni Paolo II "ha avuto il coraggio di vivere davanti al mondo la gioia di essere prete, la gioia di appartenere a Cristo e di spendersi totalmente per la causa del suo regno". Infine, secondo il card. Comastri, Papa Wojtyla "ha avuto il coraggio di affrontare l'inverno mariano, che caratterizzò la prima fase post-conciliare", riproponendo "con forza e convinzione la devozione a Maria".

"I santi non ci chiedono di applaudirli, ma di imitarli", ha detto il cardinale citando  parole di Giovanni Paolo II, "straordinario discepolo di Gesù nel ventesimo secolo". "L'8
aprile 2005 - appena nove anni fa - tantissimi di noi eravamo qui in questa piazza per dare l'ultimo saluto a Giovanni Paolo II", ha rilevato il porporato, ricordando il "vento improvviso" che, "tra lo stupore di tutti", cominciò a sfogliare l'Evangeliario sulla
semplice bara di rovere. "La vita di Giovanni Paolo II è stata una continua obbedienza al Vangelo di Gesù", ha commentato il cardinale, ricordando le parole che il Papa polacco disse la sera del 16 ottobre 1978, appena eletto Papa: "Sia lodato Gesù Cristo". "Era il grido della sua fede, era l'incipit del suo pontificato", ha detto il card. Comastri, citando la definizione che il 3 aprile 2006, in questa stessa piazza, Benedetto XVI diede del suo predecessore: "Una roccia nella fede", una fede "schietta e salda, convinta, forte e autentica, libera da paure e compromessi". 

Nel saluto iniziale ai fedeli riuniti in basilica, affidato all'arcivescovo di Cracovia Stanislao Dziwisz, per circa 40 anni segretario personale di Karol Wojtyla, questi ha definito Giovanni Paolo II "figlio della terra polacca, il papa della Divina Misericordia" che, "ha conseguentemente messo in vita le decisioni del Concilio e ha anche introdotto la Chiesa
nel terzo millennio della fede cristiana". Il card. Dziwisz ha concluso ricordando che per lui l'Italia "è diventata una seconda Patria. Oggi sicuramente - ha detto - Giovanni Paolo II
la benedice dall'alto, come anche benedice la Polonia e il mondo intero. Nel suo cuore hanno trovato posto tutte le nazioni, le culture, le lingue".  

La sfida della sicurezza
Roma ha vinto la sfida della sicurezza: il deflusso dei pellegrini si è svolto in ordine. Migliaia di fedeli si sono messi ordinatamente in coda in San Pietro per pregare davanti agli altari che custodiscono le spoglie dei nuovi Santi: San Giovanni Paolo II all'interno della Cappella di San Sebastiano, il cui altare di marmo cela la bara che contiene il corpo del Papa polacco e San Giovanni XXIII nella crociera di San Giuseppe dove una teca di cristallo lascia invece visibile il corpo del Papa bergamasco, il cui volto è però in parte ricostruito con la cera.

© Avvenire, 28 aprile 2014

 

«Papi Santi, due uomini coraggiosi»

 

Ore 10.14 del 27 aprile 2014. Fissate quest'ora e questa data nella vostra memoria, perché sono già nella storia. Il momento in cui Papa Francesco ha proclamato ufficialmente la santità di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II ha segnato il culmine di celebrazione che ha trasfigurato il cuore di Roma ed è rimbalzata attraverso tivù radio giornali e internet in tutto il mondo. Oltre un milione i fedeli assiepati in piazza San Pietro e nelle vie limitrofe (800 mila dice la Sala stampa vaticana, ma è una stima per difetto). Due miliardi l'audience globale stimata per quella che è probabilmente la canonizzazione più straordinaria di tutti i tempi, resa ancora più singolare dalla presenza concelebrante del Pontefice emerito Benedetto XVI, cui Francesco riserva un affettuoso abbraccio all'inizio della liturgia.

Canonizzazione dei record anche sotto il profilo dei numeri. 150 cardinali, 1000 vescovi e 6000 sacerdoti. E ancora: 10mila uomini delle forze dell'ordine, 26mila volontari e 98 delegazioni statali con una trentina di capi di stato e di governo, tra i quali il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e il premier Matteo Renzi. Su tutti dominano però le due figure dei nuovi santi, i cui arazzi pendono dalla facciata della Basilica di San Pietro e ai quali il Papa dedica ampi stralci della sua omelia (LEGGI IL TESTO).
"Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II hanno collaborato con lo Spirito Santo per ripristinare e aggiornare la Chiesa secondo la sua fisionomia originaria, la fisionomia che le hanno dato i santi nel corso dei secoli". Sono le parole in cui Papa Francesco ha sintetizzato, nell'omelia della grande messa in piazza san Pietro, le figure di Roncalli e Wojtyla, nel giorno in cui questi "vescovi e papi del XX secolo" del quale "hanno conosciuto le tragedie, ma non ne sono stati sopraffatti", sono elevati agli onori degli altari. "Non dimentichiamo - ha aggiunto papa Bergoglio -  che sono proprio i santi che mandano avanti e fanno crescere la Chiesa". Nella convocazione del Concilio "Giovanni XXIII ha dimostrato una delicata docilità allo Spirito Santo, si è lasciato condurre ed è stato per la Chiesa un pastore, una guida-guidata", e "questo è stato il suo grande servizio alla Chiesa; è stato il Papa della docilità allo Spirito".

In questo "servizio al Popolo di Dio - ha detto ancore Francesco - Giovanni Paolo II è stato il Papa della famiglia. Così lui stesso, una volta, disse che avrebbe voluto essere ricordato, come il Papa della famiglia. Mi piace sottolinearlo mentre stiamo vivendo un cammino sinodale sulla famiglia e con le famiglie, un cammino che sicuramente dal Cielo lui accompagna e sostiene. Che entrambi questi nuovi santi Pastori del Popolo di Dio intercedano per la Chiesa".
La Messa ha avuto diversi momenti salienti. Le reliquie dei due nuovi santi sono state portate all'altare dalla miracolata di Karol Wojtyla,  Floribeth Mora Diaz, accompagnata dalla sua famiglia, e dai nipoti di Angelo Roncalli. Quindi la celebrazione è proseguita secondo i dettami della liturgia festiva. Alla comunione una lunga teoria di ombrelli bianco gialli ha accompagnato gli 870 sacerdoti che hanno distribuito le particole consacrate ai fedeli.  
Quindi il Regina Coeli, la preghiera mariana che nel periodo di Pasqua prende il posto dell'Angelus, ha segnato il momento conclusivo con i saluti e i ringraziamenti del Papa a tutti coloro che hanno contribuito all'organizzazione e ai pellegrini giunti da tutto il mondo. Un saluto particolare al sindaco di Roma, Ignazio Marino e al cardinale vicario Agostino Vallini oltre che alle delegazioni presenti, salutate personalmente al termine della celebrazione. Infine Papa Francesco è salito sulla "papamobile" per fare un lungo giro tra le migliaia di fedeli presenti in Piazza San Pietro, "sconfinando" fino in via della Conciliazione.

Mimmo Muolo e Salvatore Mazza

© Avvenire, 27 aprile 2014

 

"Wojtyla Papa della famiglia Roncalli Papa della docilità"

 

Il testo dell'Omelia del Papa

 

Al centro di questa domenica che conclude l’Ottava di Pasqua, e che Giovanni Paolo II ha voluto intitolare alla Divina Misericordia, ci sono le piaghe gloriose di Gesù risorto. Egli le mostrò già la prima volta in cui apparve agli Apostoli, le sera stessa del giorno dopo il sabato, il giorno della Risurrezione. Ma quella sera non c’era Tommaso; e quando gli altri gli dissero che avevano visto il Signore, lui rispose che se non avesse visto e toccato quelle ferite, non avrebbe creduto.

Otto giorni dopo, Gesù apparve di nuovo nel cenacolo, in mezzo ai discepoli, e c’era anche Tommaso; si rivolse a lui e lo invitò a toccare le sue piaghe. E allora quell’uomo sincero, quell’uomo abituato a verificare di persona, si inginocchiò davanti a Gesù e disse: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28).

Le piaghe di Gesù sono scandalo per la fede, ma sono anche la verifica della fede. Per questo nel corpo di Cristo risorto le piaghe non scompaiono, rimangono, perché quelle piaghe sono il segno permanente dell’amore di Dio per noi, e sono indispensabili per credere in Dio. Non per credere che Dio esiste, ma per credere che Dio è amore, misericordia, fedeltà. San Pietro, riprendendo Isaia, scrive ai cristiani: «Dalle sue piaghe siete stati guariti» (1 Pt 2,24; cfr Is 53,5). Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II hanno avuto il coraggio di guardare le ferite di Gesù, di toccare le sue mani piagate e il suo costato trafitto.

Non hanno avuto vergogna della carne di Cristo, non si sono scandalizzati di Lui, della sua croce; non hanno avuto vergogna della carne del fratello (cfr Is 58,7), perché in ogni persona sofferente vedevano Gesù. Sono stati due uomini coraggiosi, pieni della parresia dello Spirito Santo, e hanno dato testimonianza alla Chiesa e al mondo della bontà di Dio, della sua misericordia. Sono stati sacerdoti, vescovi e papi del XX secolo. Ne hanno conosciuto le tragedie, ma non ne sono stati sopraffatti. Più forte, in loro, era Dio; più forte era la fede in Gesù Cristo Redentore dell’uomo e Signore della storia; più forte in loro era la misericordia di Dio che si manifesta in queste cinque piaghe; più forte era la vicinanza materna di Maria. In questi due uomini contemplativi delle piaghe di Cristo e testimoni della sua misericordia dimorava «una speranza viva», insieme con una «gioia indicibile e gloriosa» (1 Pt 1,3.8).

La speranza e la gioia che Cristo risorto dà ai suoi discepoli, e delle quali nulla e nessuno può privarli. La speranza e la gioia pasquali, passate attraverso il crogiolo della spogliazione, dello svuotamento, della vicinanza ai peccatori fino all’estremo, fino alla nausea per l’amarezza di quel calice. Queste sono la speranza e la gioia che i due santi Papi hanno ricevuto in dono dal Signore risorto e a loro volta hanno donato in abbondanza al Popolo di Dio, ricevendone eterna riconoscenza. Questa speranza e questa gioia si respiravano nella prima comunità dei credenti, a Gerusalemme, di cui ci parlano gli Atti degli Apostoli (cfr 2,42-47).

E’ una comunità in cui si vive l’essenziale del Vangelo, vale a dire l’amore, la misericordia, in semplicità e fraternità. E questa è l’immagine di Chiesa che il Concilio Vaticano II ha tenuto davanti a sé. Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II hanno collaborato con lo Spirito Santo per ripristinare e aggiornare la Chiesa secondo la sua fisionomia originaria, la fisionomia che le hanno dato i santi nel corso dei secoli. Non dimentichiamo che sono proprio i santi che mandano avanti e fanno crescere la Chiesa. Nella convocazione del Concilio Giovanni XXIII ha dimostrato una delicata docilità allo Spirito Santo, si è lasciato condurre ed è stato per la Chiesa un pastore, una guida-guidata. Questo è stato il suo grande servizio alla Chiesa; è stato il Papa della docilità allo Spirito. In questo servizio al Popolo di Dio, Giovanni Paolo II è stato il Papa della famiglia. Così lui stesso, una volta, disse che avrebbe voluto essere ricordato, come il Papa della famiglia.

Mi piace sottolinearlo mentre stiamo vivendo un cammino sinodale sulla famiglia e con le famiglie, un cammino che sicuramente dal Cielo lui accompagna e sostiene. Che entrambi questi nuovi santi Pastori del Popolo di Dio intercedano per la Chiesa affinché, durante questi due anni di cammino sinodale, sia docile allo Spirito Santo nel servizio pastorale alla famiglia. Che entrambi ci insegnino a non scandalizzarci delle piaghe di Cristo, ad addentrarci nel mistero della misericordia divina che sempre spera, sempre perdona, perché sempre ama.

© Avvenire, 27 aprile 2014

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