Arcivescovo

S.E. Francesco

Cacucci

IN AGENDA

Ieri "clandestini", oggi "profughi"

Il Governo ha decretato l'emergenza umanitaria. Una saggia decisione che però fa a pugni con la politica dei respingimenti. Eritrei e somali meritano meno degli egiziani e dei tunisini?

 

E così, una riunione straordinaria del Consiglio dei ministri ha prodotto la decisione di decretare lo "stato di emergenza umanitaria". Già ieri, peraltro, Roberto Maroni, ministro degli Interni, aveva parlato di una "vera e propria crisi umanitaria": quella che ha già fatto sbarcare sulle nostre coste, sull'isola di Lampedusa e altrove, migliaia di profughi tunisini ed egiziani.

    Una decisione saggia, presa in tempi molto brevi. Non possiamo che congratularci con il Governo. Peccato, però, che lo "stato di emergenza umanitaria" giustamente applicato a questa ondata di barconi porti a chiedersi che cos'erano gli altri, quelli che arrivavano PRIMA e ai quali veniva invece riservato il trattatamento noto come "respingimento", con relativa consegna nelle mano degli sgherri del colonnello Gheddafi. Questi sono profughi e quelli erano gitanti della domenica?

     Sui barconi arrivavano quelli, ed erano chiamati "immigrati clandestini". Sui barconi arrivano questi e son chiamati "profughi". Certo, il Maghreb vive una situazione difficile. In Tunisia un tiranno è stato cacciato, in Egitto anche, e la transizione verso regimi più democratici, se mai ci sarà, si prospetta lunga e difficile. Ma i "profughi", pardon "immigrati clandestini" che cercavano di sbarcare sulle nostre coste PRIMA, non si lasciavano alle spalle situazioni più facili.

    Sui barconi di PRIMA viaggiavano migliaia di persone fuggite dalla Somalia, dal Sudan, dall'Eritrea, dall'Etiopia. Vogliamo fare qualche confronto? In Egitto ci sono stati 18 giorni di proteste di piazza, in Sudan una trentina di anni di guerra. In Tunisia il Prodotto interno lordo per persona (ovvero, la quota per individuo della ricchezza nazionale) è pari a 9.500 dollari, in Somalia (dove peraltro comandano le Corti islamiche, una versione africana dei talebani, dopo vent'anni di guerra civile) è di 600 dollari (forse, perché la disgregazione del Paese è tale da rendere ipotetica qualunque statistica). Il che significa vivere con 1,5 euro al giorno.

     E ancora. L'Eritrea, oggi, è quasi la riedizione africana del regime imposto a suo tempo da Pol Pot alla Cambogia. Gulag, prigionieri politici, repressione del dissenso e della libertà di stampa, galere, torture, servizio di leva obbligatorio e senza termine, e di tanto in tanto una guerra. Tutto questo non ha impedito a migliaia di eritrei di essere trattati da "clandestini" e non da profughi di un'emergenza umanitaria, e quindi di essere consegnati al buon Gheddafi. Come successe per esempio ai 75 eritrei (tra i quali 9 donne e 3 bambini) che nel luglio 2009, intercettati nel Mediterraneo da una nostra imbarcazione militare, furono rimorchiati nel porto di Tripoli (Libia) nonostante che avessero documenti dell'Unhcr (l'Agenzia dell'Onu per i profughi e i rifugiati) che attestavano la loro condizione di profughi, desiderosi di chiedere asilo politico. Alla Corte europea di Giustizia, tra l'altro, pende ancora la causa che 24 eritrei e somali hanno intentato all'Italia proprio perché a suo tempo "respinti" verso la Libia.

     Insomma, ci piacerebbe capire che cos'è (e che cosa non è) un'emergenza umanitaria secondo i criteri interpretativi del nostro Governo. Giusto per saperci regolare in futuro. E già che ci siamo: ma se questa è un'emergenza, perché è stato tenuto rigorosamente chiuso il Centro di accoglienza di Lampedusa, mentre centinaia di persone (questa volta non "clandestini" ma "profughi", come dice il governo stesso) passavano le notti all'addiaccio? Una ragione ci sarà. O è solo una questione di orgoglio leghista?

Fulvio Scaglione
© Famiglia Cristiana, 12 febbraio 2011
Prossimi eventi