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Il martire della Chiesa dell'irrilevanza

Nel giorno dedicato a chi ha donato la vita per il Vangelo un ricordo di don Andrea Santoro. Per capire - cinque anni dopo - che cosa vuole dire davvero raccoglierne l'eredità

La Bibbia immancabilmente sotto il braccio, in ogni circostanza.

Proprio quella Bibbia, trapassata dalla pallottola che lo ha ucciso.

Con queste due immagini ricordo don Andrea Santoro.

Il 5 febbraio 2011 è stato il quinto anniversario della sua morte, avvenuta in circostanze ancora da chiarire - nonostante la versione ufficiale - a Trabzon in Turchia all'interno della Chiesa di S. Maria che gli era stata affidata.

I tempi sono ampiamente maturi per avviare una riflessione su cosa significhi concretamente raccogliere l'eredità di don Andrea, che per me, per usare una parola che risulti chiara, è un simbolo di quel cristianesimo tacciato spesso di "irrilevanza", da molte voci anche autorevoli della Chiesa italiana.

La causa di beatificazione

Il cardinale Ruini - colui che dopo anni di attesa/anticamera, acconsentì al desiderio di don Andrea di essere missionario nei luoghi che hanno visto muovere le prime orme della Chiesa - all'epoca della morte era ancora il cardinal vicario a Roma. Nella sua sentita e - devo dire - bella omelia durante le esequie lanciò con inconsueto entusiasmo l'ipotesi di una pronta apertura del processo di beatificazione di don Andrea.

Ad oggi, non si sa molto degli esiti di quello slancio. L'associazione "Don Andrea Santoro onlus", nata subito dopo la morte del sacerdote per volere della sorella Maddalena e sostenuta da Ruini, in questi anni non sarebbe nemmeno stata così attiva nel raccogliere le testimonianze giurate necessarie. Interessante sapere dagli interessati il perché.

È chiaro che l'apertura di un processo di beatificazione porterebbe con sé un po' di divulgazione sulla figura e sulla spiritualità di don Andrea.

Ma io non credo debba essere così determinante questa via, così particolare, per ottenere che la Chiesa davvero faccia "ruminare" in sé i semi della spiritualità di Andrea e del suo stile pastorale.

Anzi, ritengo che ci siano degli elementi che già da tempo avrebbero dovuto innescare qualche processo di verifica sulla vita ecclesiale, sul "modello" di presenza e di evangelizzazione e sulla stessa "figura" del sacerdote. Almeno, nella Chiesa di Roma, la chiesa che ha inviato don Andrea.

Un'attualissima intuizione di fondo: vivere il Vangelo nella culla della Chiesa

Perché don Andrea ha voluto ardentemente andare come "Fidei donum" in Medio Oriente?

Così scriveva poco prima della sua partenza per la Turchia, nel 2000: "Andando io vorrei (se Dio lo vorrà), attingere e consegnare anche a voi un po' di quella luce antica e darle nello stesso tempo un po' di ossigeno perché brilli di più. Sento questo invio, che affronto a nome della chiesa di Roma, come uno scambio: noi abbiamo bisogno di quella radice originaria della fede se non vogliamo morire di benessere, di materialismo, di un progresso vuoto e illusorio; loro hanno bisogno di noi e di questa nostra chiesa di Roma per ritrovare slancio, coraggio, rinnovamento, apertura universale. Ho pensato a un'Associazione chiamata "Finestra per il Medio Oriente", per favorire questo scambio di doni spirituali. Vado in umiltà e timore, ma vado con gioia e piena disponibilità. Vado in preghiera affidando tutto alla Provvidenza e alla volontà di Dio... Conto sulla vostra preghiera e su una comunione che potrà continuare anche se in modi diversi. Conto soprattutto su un fatto: che voi continuiate un vero cammino di fede per essere cristiani veri, una chiesa vera, delle famiglie vere, delle comunità cristiane vere. Ho bisogno di avere alle spalle la saldezza e la testimonianza della vostra fede, un fuoco che riscaldi e illumini fin lassù la gente da cui andrò. Ho bisogno della vostra umiltà e del vostro desiderio di voler crescere secondo lo spirito di quel Gesù che lì si è fatto carne, secondo quello stampo originario che lì ha preso forma nelle prime comunità cristiane e che io cercherò di ricordarvi continuamente"".

La fede è partenza

"La fede è partenza". È una frase colta in una bellissima video-intervista fatta poco prima della morte. Don Andrea, come lui stesso ha avuto modo di scrivere è stato un cristiano che a 55 anni si è rimesso in gioco. Anzi, meglio, ha creduto che anche a 55 anni si può essere ancora in cammino, e rispondere ancora e di nuovo alla chiamata del Dio di Gesù Cristo. Magari in un modo assolutamente imprevedibile o inaudito per i più.

Diciamo di credere in Dio, ma poi non gli diamo spazio e tempo

Don Andrea era un prete "di successo" a Roma, un classico esempio - nel suo caso, riuscito - di un modello di prete e parroco che personalmente trovo "problematico" e che assume in sé in modo esasperato il ruolo e lo status del manager, dell'amministratore delegato e dell'imprenditore sociale più di quello del pastore, del padre, dell'uomo dell'Eucarestia. La sua scelta di vivere in Turchia in quelle condizioni era un "fuori schema" di difficile digestione anche in questo senso.

Scriveva già nel 1980 un giovane don Andrea: "Diciamo di credere in Dio, anche noi preti ma poi non gli diamo spazio e tempo. Alla fine ci accorgiamo di credere solo in noi stessi e che le nostre parole sono vuote, le nostre azioni e le nostre iniziative sbiadite, la nostra vita opaca, i nostri progetti senza grinta ma molto terra terra. Sto rileggendo la Bibbia ma come una cosa che parla di me, come una strada mia. Sto seriamente pensando a quello che c´è scritto, seriamente cerco di mettermi davanti a Dio, seriamente prendo in considerazione come ci presenta la vita, cosa ci propone... So che a Roma mi aspettano, che c´è bisogno di lavorare. Ma so anche che questa è una tentazione: bisogna pure credere che Dio è più importante di noi e che se non è lui a costruire in noi non possiamo essere dei buoni architetti, se non è lui a camminare e a seminare in noi non possiamo essere delle buone guide e dei buoni operai della vigna".

Lo stile delle parabole del Regno: «piccoli quotidiani rapporti»

"Il regno di Dio viene nella piccolezza e nel nascondimento". Una delle domande ricorrenti alla fine degli incontri nelle parrocchie romane, quelle (poche) che lo invitavano a parlare, era: "Don Andrea, è bello tutto quello che dice, però... cosa fa lei lì?"

"Mi sono guardato intorno, ho pregato, ho cercato nelle Sacre Scritture la chiave per capire quello che gli occhi vedono del presente e la memoria mi riporta al passato di questa terra. Ho aperto pagine di storia antica e recente della Chiesa e pagine della profonda e misteriosa religiosità musulmana. Ho preso contatti (per telefono o direttamente andandoli a trovare) con quanti mi hanno preceduto e da anni vivono in questa splendida terra. Ho intessuto piccoli quotidiani rapporti con i vicini di casa... Mi sono ricordato di Gesù che diceva: '...chi accoglie voi accoglie me...'... Ho imparato a voler bene, come segno fondamentale della presenza di Cristo, a voler bene gratuitamente senza nulla aspettarmi, a voler bene ad ogni persona così come è, come è vista ed amata da Dio".

Per approfondire la figura di don Andrea, la migliore fonte resta Lettere dalla Turchia, il primo volume uscito dopo la morte e che raccoglie le sue lettere agli amici della Finestra del Medio oriente da poco prima la sua partenza per la Turchia a pochi giorni prima dell'assassinio. È il testo da cui sono estratte quasi tutte le citazioni pubblicate qui.

Chiudo con la testimonianza di uno dei "suoi giovani" romani: "Per me il centro della vita di don Andrea è stata la sua volontà di 'essere Cristo per gli altri'. Da qui l'intransigenza, le durezze, l'inquietudine della propria inadeguatezza, ma anche l'ascesi, la preghiera, la continua lettura della Bibbia, la disponibilità illimitata all'ascolto, la disponibilità illimitata verso le sofferenze. E lo 'stile' penso che fosse quello di chiedere ai suoi parrocchiani di farsi anch'essi 'Cristo per gli altri'. Le sue parrocchie romane (quelle delle quali fu parroco e che ho conosciuto) erano parrocchie dove il coinvolgimento dei laici era totale, ma nei limiti di questa idea 'integrista'. Le citazioni evangeliche che più ricorrono nelle sue lettere (ma anche nelle parole che sono volate via) sono quelle dove i cristiani sono descritti come luce, seme, lievito. Luce, seme, lievito per quel piccolo pezzo di mondo che il Signore affida a ciascuno (il quartiere, il lavoro, la famiglia, Urfa, Trabzon...)".

Don Andrea, l'irrilevante, è stato ucciso anche per questo. Ma soprattutto per questo ha vissuto.

Simone Sereni

© www.vinonuovo.it, 24 marzo 2011

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