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«Il "mio" Benedetto XVI, fermo anche nelle tempeste»

L’11 febbraio del 2013 papa Ratzinger stupì il mondo dimettendosi. Padre Federico Lombardi, che gli fu accanto come portavoce vaticano, racconta gli anni appassionati e difficili di un pontificato che avviò una seria riforma della Chiesa, a partire dalla lotta contro la pedofilia

«Certo che l’ho saputo prima, ma quanto tempo prima e in che circostanze non l’ho detto allora e non lo dico neanche oggi». Padre Federico Lombardi, gesuita, presidente della Fondazione Ratzinger e direttore della Sala stampa vaticana dal 2006 al 2016, sorride sornione. Fu lui a dover gestire, e lo fece con la serenità che lo ha sempre contraddistinto, uno dei momenti cruciali nella storia della Chiesa.

«Una situazione del tutto nuova che stiamo affrontando momento per momento», disse ai giornalisti la mattina dell’11 febbraio 2013, distribuendo la traduzione del discorso con il quale Benedetto XVI aveva annunciato le dimissioni e dando le prime indicazioni di quel che sarebbe successo nelle settimane a venire. La notizia era già stata battuta dall’agenzia di stampa Ansa, dalla giornalista Giovanna Chirri, l’unica vaticanista a capire subito le parole in latino con le quali il Papa informava i cardinali, presenti al Concistoro per le canonizzazioni, che per la sua «ingravescente aetate» le forze non erano «più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino».

Ma, fino alla conferma di padre Lombardi, in tutte le redazioni si stentava ancora a credere all’accaduto. «Personalmente non sono stato sorpreso dalla decisione di Benedetto XVI», spiega oggi il gesuita accogliendoci nel salone della Fondazione. «Ne aveva già parlato in Luce del mondo spiegando anche la prospettiva in cui si poneva: quella di valutazione, di fronte a Dio, del rapporto tra le forze di cui disponeva e il compito che doveva svolgere per la Chiesa. Con il suo testo, con il testo di quello che aveva detto tre anni prima e con le tre righe di diritto canonico sull’argomento ce n’era a sufficienza per capire quel che succedeva. E non ho avuto mai il benché minimo dubbio che la vera spiegazione della sua decisione fosse esattamente quella che lui stesso ha dato l’11 febbraio».

Un grande ritratto di Ratzinger alle spalle, i tomi dell’opera omnia del Papa teologo in fondo al tavolo, padre Lombardi spazia nei ricordi. Quelli che rivedono il professore in cattedra in Germania.

«Erano i primi anni Settanta, poco dopo la pubblicazione di Introduzione al cristianesimo», racconta Lombardi. «Io ero studente di teologia a Francoforte e cercai una occasione per andare a sentirlo a Salisburgo. Non era direttamente mio insegnante, ma aveva, per noi studenti, una grandissima autorevolezza e un grande fascino per i temi che poneva e per la finezza del ragionamento». Poi il periodo da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, fino agli anni del pontificato, della rinuncia, dei giorni di oggi.

«Recentemente l’ho visto a novembre quando gli ho presentato i vincitori del premio attribuito dalla nostra Fondazione: il teologo luterano Theodor Dieter, il teologo e sacerdote cattolico Karl-Heinz Menke, il compositore musicale Arvo Pärt».

Lombardi ripensa agli anni della Sala stampa vaticana, ai viaggi, ai colloqui, soprattutto dopo gli incontri con i capi di Stato: «Sempre molto discreto, con una grandissima capacità di sintesi e di chiarezza insieme», aggiunge il gesuita. Una dote che «incantava anche i giovani, a dispetto di quel che si pensa. Uno dei ricordi più intensi che ho è quello della Giornata mondiale della gioventù a Madrid. La sera del 20 agosto, durante la grande veglia del sabato ci fu una forte tempesta. Saltarono gli altoparlanti. Lui però rimase fermo, al suo posto. La tempesta si placò e alla fine riuscì a parlare ai ragazzi. Lo ascoltarono senza fiatare. E poi si misero a vegliare. Ho davanti l’immagine di questo milione di giovani in assoluto silenzio davanti al Santissimo Sacramento nel meraviglioso ostensorio della cattedrale di Toledo, bagnati, ma totalmente presi dal momento di preghiera e di adorazione. Per me resta forse il momento più indimenticabile di tutto il Pontificato».

Assieme, certo, alle sofferenze. «Non penso alle tensioni legate alle chiacchiere, quanto all’esperienza profonda della sofferenza e del confronto con il male e con il peccato in tutta la questione degli abusi sessuali. Ratzinger ha vissuto tutto questo con grande serietà e verità, con trasparenza, coraggio e sistematicità nell’affrontare i problemi in ogni sua dimensione: capire di che si trattava, riconoscere la gravità, saper chiedere perdono, saper fare un cammino di conversione e purificazione della Chiesa. Questa, ne sono certo, è stata la croce profonda del suo pontificato».

Annachiara Valle

© www.famigliacristiana.it, sabato 10 febbraio 2018

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