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Il monastero invisibile

La settimana per l’unità dei cristiani

Un libro, un dolce, una bottiglia di vino. Quando si va a trovare una persona cara è buona abitudine portare qualcosa, dove ciò che conta non è il valore del dono ma il tanto di noi stessi che ci mettiamo dentro. Una regola d’amore che a maggior ragione vale quando alziamo gli occhi al cielo, ai piedi di quell’altare sul quale offrire quello che siamo. Un gesto che ripetiamo ogni domenica all’offertorio, un invito che viene rilanciato con forza da Michea: «Il Signore ha insegnato agli uomini quel che è bene e quello che esige da noi: praticare la giustizia, ricercare la bontà e vivere con umiltà davanti al nostro Dio». Proprio il passo del profeta è il tema guida della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che si apre oggi.

Ogni anno tutti i seguaci di Gesù, anche se separati dalla storia e dall’ecclesiologia, benché divisi dalla dottrina piuttosto che dall’etica, sono invitati a rivolgersi insieme all’unico Signore per domandare il dono della piena comunione, nei tempi e nei modi che Egli vorrà. Ai discepoli è chiesto di liberare il cuore dalle loro inutili certezze e di incamminarsi verso il monte di Dio, pellegrini sullo stesso sentiero di vita, solidali con ogni altro uomo, specie il più bisognoso ed emarginato.

Giustizia e pace, ricorda il profeta, sono l’àncora dell’alleanza tra Dio e l’umanità, l’humus in cui germoglia la vera salvezza, quella che trova alimento nella santità di vita, che si nutre di fraternità e condivisione. Non è un caso allora che a preparare il sussidio per le celebrazioni della Settimana sia stato chiamato lo Student christian movement in India, un’organizzazione ecumenica impegnata nella salvaguardia e nella promozione umana degli ultimi tra gli ultimi, dei più poveri tra i poveri. Nella rigida organizzazione dell’immenso Paese asiatico, l’identikit ha il volto e i tratti dei Dalits i fuori casta, cui appartiene quasi l’80% dei cristiani locali. Oggi come ai tempi di Michea, il popolo di Dio è chiamato ad affrontare l’oppressione e l’ingiustizia, che alberga fuori ma anche all’interno della stessa comunità cristiana. Le parole del profeta, contemporaneo di Isaia, suonano allora quanto mai attuali là dove in nome della religione e della purezza si giustificano discriminazioni e intolleranza.

Detto in altro modo, il cristiano deve scegliere tra un culto solo esteriore e l’impegno a incamminarsi sul sentiero della giustizia, a percorrere la strada tortuosa della misericordia e dell’umiltà. Il richiamo vale per ogni credente, travalica confini e latitudini. In quante caste è diviso il nostro cuore? Quali muri dobbiamo abbattere innanzitutto dentro noi stessi per rendere possibile l’incontro con l’altro?

Domande solo in apparenza retoriche mentre chiamano in causa realtà e situazioni concretissime, dal disoccupato che ha smarrito la speranza, al vecchio, malato di solitudine, dalla famiglia in coda alla mensa dei poveri, al ragazzo perso in un paradiso di plastica. Soprattutto ci viene chiesto, ed è forse l’obiettivo più complicato, di rinunciare al bagaglio delle nostre sicurezze, alla superbia delle nostre frasi fatte per metterci in ascolto, per trovare l’umiltà di chiedere ciò che da soli non sappiamo e possiamo costruire: la pace, l’unità, la comunione.

Nel suo "testamento spirituale" l’abate Paul Couturier, uno dei padri dell’ecumenismo, parla di un "monastero invisibile" di cui fanno parte quelle anime «che per i loro sforzi sinceri ad aprirsi al suo fuoco e alla sua luce, lo Spirito Santo ha reso capaci di avere una profonda comprensione della dolorosa divisione tra i cristiani» contro cui combattono con il «ricorso regolare alla preghiera e alla penitenza». La Settimana che si apre oggi ci invita a far parte di quella comunità ideale. Cristiani delle diverse confessioni, pellegrini verso la stessa meta. Uno accanto all’altro, in cammino verso un unico altare, su cui offrire noi stessi.

 

 
Riccardo Maccioni
 
© Avvenire, 18 gennaio 2013
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