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Il Papa: basta terrorismo nel mondo

Francesco è ripartito dalla Terra Santa. Al Cenacolo: «Qui è nata la Chiesa, ed è nata in uscita». L'abbraccio con Peres: «Israele preservi i Luoghi santi». Tra i cristiani nel Getsemani: «Conosco le vostre difficoltà». L'incontro con i Grandi Rabbini di Israele: «Insieme contro l'antisemitismo». L'appello dalla spianata delle Moschee: «Non si usi il nome di Dio per la violenza». Visita a Yad Vashem: «Mai più Shoah».

Visibilmente stanco, ma sempre sorridente, papa Francesco ha lasciato la Terra Santa lunedì sera dopo essersi trasferito da Gerusalemme a Tel Aviv in elicottero per prendere il volo per Roma-Ciampino alle 20.15 (19.15 in Italia). L'arrivo intorno alle 23.

La Messa al Cenacolo. La memoria, il servizio, il sacrificio. L'amicizia, il tradimento. La condivisione e la carità. Il Cenacolo ci ricorda tutto questo, ha detto lunedì pomeriggio papa Francesco celebrando la Messa con gli ordinari di Terra Santa nella sala del Cenacolo a Gerusalemme, ultimo appuntamento dell'inteso viaggio di tre giorni. "Qui è nata la Chiesa, ed è nata in uscita", ha detto il Pontefice. La Chiesa, "da qui è partita, con il Pane spezzato tra le mani, le piaghe di Gesù negli occhi, e lo Spirito d'amore nel cuore".

"Il Cenacolo ci ricorda l’amicizia" ha proseguito. "Il Signore ci rende suoi amici e ci dona se stesso. È questa l’esperienza più bella del cristiano e in particolare del sacerdote: diventare amico del Signore Gesù". "Il Cenacolo, ha ricordato il Papa, è anche luogo della condivisione e della famiglia. "Quanta carità è uscita da qui".

L'incontro con sacerdoti e religiosi nella chiesa dei Getsemani. Non hanno potuto incontrare il Papa nella loro città i cristiani di Gerusalemme e Francesco, nel pomeriggio di lunedì, ha voluto rispondere pubblicamente alla loro lettera di benvenuto. "Desidero - ha detto nella chiesa del Getsemani - rivolgere un saluto a tutti i cristiani di Gerusalemme, riconoscendo le loro difficoltà a vivere in questa terra". Papa Francesco ha ricordato ai sacerdoti, religiosi e religiose, e ai seminaristi presenti nella chiesa dei Getsemani che la loro presenza "in questa Terra benedetta" è "un dono e una responsabilità". "La vostra presenza qui è molto importante - ha aggiunto -; tutta la Chiesa vi è grata e vi sostiene con la preghiera".

Poco prima il Papa aveva preso congedo da Bartolomeo I. Dopo il pranzo alla Custodia di Terra Santa (inizialmente previsto invece all'Istituto Notre Dame dove aveva ricevuto il premier Banjamin Netanyahu) il Papa si era spostato in auto a "Viri Galileai", una piccola chiesa greco-ortodossa sul Monte degli Ulivi, per la visita privata al Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, in restituzione della visita compiuta domenica dal Patriarca al Papa nella Delegazione Apostolica di Gerusalemme. L'incontro ha avuto luogo alle 15.30 nel piccolo edificio antistante la "Viri Galieleai". Al termine, il Papa e il Patriarca Ecumenico hanno benedetto insieme un gruppo di fedeli ortodossi riuniti nel cortile. Papa Francesco si è poi diretto in auto alla chiesa del Getsemani dove lo attendevano sacerdoti, religiose e religiosi della chiesa cattolica locale.

«Preghiamo per le vittime del terrorismo»: il fuoriprogramma. "Il terrorismo è male perché nasce all'odio, perché non costruisce ma distrugge, il nostro popolo capisce che la via del terrorismo non aiuta, che il cammino del terrorismo è fondamentalmente criminale. Preghiamo per tutte le vittime del terrorismo, mai più terroristi nel mondo". Sono queste le parole pronunciate da papa Francesco in occasione della visita fuori programma di lunedì mattina al monumento alle vittime del terrorismo.

L'incontro con Peres. "Con la mia immaginazione e fantasia vorrei inventare una nuova Beatitudine, che applico oggi a me stesso in questo momento: beato colui che entra nella casa di un uomo saggio e buono. E io mi sento beato". Sono le parole dette da papa Francesco al presidente israeliano Shimon Peres durante la sua visita di cortesia al palazzo presidenziale. "Lei porta la pace in giro per il mondo, costruisce la pace tra le religioni e dalle religioni essa si diffonde". È stato questo il pubblico riconoscimento fatto da Shimon Peres a papa Francesco in occasione della visita al Palazzo Presidenziale. "I Luoghi santi non sono musei o monumenti per turisti, ma luoghi dove le comunità dei credenti vivono la loro fede, la loro cultura, le loro iniziative caritative. Perciò vanno perpetuamente salvaguardati nella loro sacralità, tutelando così non solo l'eredità del passato ma anche le persone che li frequentano oggi e li frequenteranno in futuro". Lo ha detto papa Francesco durante la visita.  "Signor presidente, io prego per lei. E so che lei prega per me". Sono parole aggiunte a braccio da papa Francesco al suo discorso dinanzi al presidente israeliano Shimon Peres, durante la visita di cortesia al palazzo presidenziale.

Accompagnato da Shimon Peres, papa Francesco ha piantato un ulivo nel giardino del Palazzo Pesidenziale. La stessa cerimonia che vuole simboleggiare l'assunzione di un rinnovato impegno per la pace, aveva compiuto anche Benedetto XVI nel maggio 2009, sempre accanto al presidente Peres.

Con i rabbini. "Insieme potremo dare un grande contributo per la causa della pace", "insieme potremo contrastare con fermezza ogni forma di antisemitismo e le diverse altre forme di discriminazione". Così papa Francesco durante l'incontro con i Grandi Rabbini di Israele, auspicando collaborazione tra cattolici ed ebrei.

«Mai più la Shoah». "Signore, salvaci da questa mostruosità". È la preghiera angosciosa rivolta stamattina dal Papa durante la visita al Memoriale della Shoah dello Yad Vashem. "Dacci la grazia di vergognarci di ciò che, come uomini, siamo stati capaci di fare", ha aggiunto. "Mai più, Signore, mai più!". Il Papa ha incontrato alcuni ebrei sopravvissuti ai campi di concentramento. Il pontefice si è fermato con ciascuno di loro e ha baciato le mani a uomini e donne. Per tutta la cerimonia Papa Francesco è stato a capo chino. "Nunca màs! Nunca màs!". Mai più. Così il Papa, usando la sua lingua madre, scrive nel biglietto lasciato allo Yad Vashem.

Alla spianata delle Moschee. Sempre lunedì mattina papa Francesco ha raggiunto la Spianata delle Moschee, entrando dalla Porta al-Asbat. Al suo arrivo è stato accolto all’ingresso della Cupola della Roccia dal Gran Mufti di Gerusalemme e di tutta la Palestina, Sheikh Muhammad Ahmad Hussein. Dalla spianata delle Moschee, luogo simbolo della controversia israelo-palestinese, papa Francesco ha lanciato "un accorato appello a tutte le persone e le comunitaà che si riconoscono in Abramo: rispettiamoci ed amiamoci gli uni gli altri come fratelli e sorelle! Impariamo a comprendere il dolore dell'altro!". "Nessuno - ha ammonito con voce grave Bergoglio - strumentalizzi per la violenza il nome di Dio!". "Lavoriamo insieme per la giustizia e per la pace", ha invocato Bergoglio rivolgendosi alla comunità musulmana rappresentata dal Gran Mufti di Gerusalemme Mohammed Hussein e dal principe giordano Gazi. 

"Viviamo una comunicazione e uno scambio fraterni che possono darci ristoro e offrirci nuove forze per affrontare le sfide comuni che ci si pongono innanzi", ha detto ancora il Pontefice al Gran Muftì sottolineando che il suo "pellegrinaggio non sarebbe completo se non contemplasse anche l'incontro con le persone e le comunità che vivono in questa Terra". "Pertanto - ha spiegato - sono particolarmente lieto di ritrovarmi con voi, fratelli e amici musulmani". Nel suo discorso, Francesco ha ricordato "la figura di Abramo, che visse come pellegrino in queste terre". "Musulmani, cristiani ed ebrei - ha detto - riconoscono in Abramo, seppure ciascuno in modo diverso, un padre nella fede e un grande esempio da imitare. Egli si fece pellegrino, lasciando la propria gente, la propria casa, per intraprendere quell'avventura spirituale alla quale Dio lo chiamava". "Un pellegrino - ha poi concluso - è una persona che si fa povera, che accetta di lasciare la propria patria, è protesa verso una meta grande e sospirata, vive della speranza di una promessa ricevuta" Dunque "non possiamo mai ritenerci autosufficienti, padroni della nostra vita; non possiamo limitarci a rimanere chiusi, sicuri nelle nostre convinzioni. Davanti al mistero di Dio siamo tutti poveri, sentiamo di dover essere sempre pronti ad uscire da noi stessi, docili alla chiamata che Dio ci rivolge, aperti al futuro che Lui vuole costruire per noi".

Dopo la visita alla Spianata delle Moschee, Papa Francesco ha raggiunto il Muro del Pianto dove gli è stata descritta la storia di questa antica vestigia, residuo del Tempio di Davide del quale fino al 1967 era visibile solo una porzione di 60 metri perchè vi era stato costruito un quartiere. Francesco ha ascoltato in silenzio, poi si è avvicinato al Muro e poggiandovi la mano è rimasto in preghiera con il capo chino per alcuni minuti. Quindi ha preso la busta con il suo messaggio, l'ha aperta e lo ha letto a bassa voce, quindi lo ha rimesso nella busta e lo ha inserito in una fenditura secondo la tradizione ebraica.

Dopo un altro momento di preghiera si è allontanato recandosi ad abbracciare insieme il rabbino di Buenos Aires Abram Skorka e l'Imam argentino Omar Aboud che lo accompagnano nel viaggio in Terra Santa. Un unico abbraccio fra le tre religioni, che ha commosso i presenti. Skorka piangeva visibilmente.

"Sono venuto a pregare e ho chiesto al Signore la grazia della pace". Lo ha scritto papa Francesco nel libro d'onore dopo la sua preghiera al Muro del Pianto. Le parole sono state riferito de lui stesso al gran rabbino di Israele prima di lasciare il sito.

© Avvenire, 26 maggio 2014

 

"Pace basata su giustizia, diritti e sicurezza"

Il saluto ad Abu Mazen

Cari amici,
ringrazio il Presidente Signor Mahmoud Abbas per le sue espressioni di benvenuto e rivolgo il mio cordiale saluto ai rappresentanti del Governo e a tutto il popolo palestinese.

Sono grato al Signore di essere oggi qui con voi nel luogo in cui è nato Gesù, il Principe della Pace, e vi ringrazio per la vostra calorosa accoglienza.

Il Medio Oriente da decenni vive le drammatiche conseguenze del protrarsi di un conflitto che ha prodotto tante ferite difficili da rimarginare e, anche quando fortunatamente non divampa la violenza, l’incertezza della situazione e l’incomprensione tra le parti producono insicurezza, diritti negati, isolamento ed esodo di intere comunità, divisioni, carenze e sofferenze di ogni tipo.

Nel manifestare la mia vicinanza a quanti soffrono maggiormente le conseguenze di tale conflitto, vorrei dire dal profondo del mio cuore che è ora di porre fine a questa situazione, che diventa sempre più inaccettabile, e ciò per il bene di tutti. Si raddoppino dunque gli sforzi e le iniziative volte a creare le condizioni di una pace stabile, basata sulla giustizia, sul riconoscimento dei diritti di ciascuno e sulla reciproca sicurezza.

È giunto il momento per tutti di avere il coraggio della generosità e della creatività al servizio del bene, il coraggio della pace, che poggia sul riconoscimento da parte di tutti del diritto di due Stati ad esistere e a godere di pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti. Auspico vivamente che a tal fine si evitino da parte di tutti iniziative e atti che contraddicono alla dichiarata volontà di giungere ad un vero accordo e che non ci si stanchi di perseguire la pace con determinazione e coerenza. La pace porterà con sé innumerevoli benefici per i popoli di questa regione e per il mondo intero.

Occorre dunque incamminarsi risolutamente verso di essa, anche rinunciando ognuno a qualche cosa. Auguro ai popoli palestinese e israeliano e alle rispettive Autorità di intraprendere questo felice esodo verso la pace con quel coraggio e quella fermezza necessari per ogni esodo.

La pace nella sicurezza e la mutua fiducia diverranno il quadro di riferimento stabile per affrontare e risolvere gli altri problemi e offrire così un’occasione di equilibrato sviluppo, tale da diventare modello per altre aree di crisi. Mi è caro fare riferimento all’attiva comunità cristiana, che offre il suo significativo contributo al bene comune della società e che partecipa alle gioie e sofferenze di tutto il popolo. I cristiani intendono continuare a svolgere questo loro ruolo come cittadini a pieno diritto, insieme con gli altri concittadini considerati come fratelli.

Signor Presidente, Lei è noto come uomo di pace e artefice di pace. Il recente incontro in Vaticano con Lei e la mia odierna presenza in Palestina attestano le buone relazioni esistenti tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina, che mi auguro possano ulteriormente incrementarsi per il bene di tutti. A tale riguardo esprimo il mio apprezzamento per l’impegno volto ad elaborare un Accordo tra le Parti, riguardante diversi aspetti della vita della Comunità cattolica del Paese, con speciale attenzione alla libertà religiosa. Il rispetto di questo fondamentale diritto umano è, infatti, una delle condizioni irrinunciabili della pace, della fratellanza e dell’armonia; dice al mondo che è doveroso e possibile trovare un buon accordo tra culture e religioni differenti; testimonia che le cose che abbiamo in comune sono così tante e importanti che è possibile individuare una via di convivenza serena, ordinata e pacifica, nell’accoglienza delle differenze e nella gioia di essere fratelli perché figli di un unico Dio.

Signor Presidente, cari amici riuniti qui a Betlemme, Dio onnipotente vi benedica, vi protegga e vi conceda la saggezza e la forza necessarie a portare avanti il coraggioso cammino della pace, in modo che le spade si trasformino in aratri e questa Terra possa tornare a fiorire nella prosperità e nella concordia. Salam!

Papa Francesco

© Avvenire, 25 maggio 2014

 

«Non ci si stanchi di preservare la pace»

Discorso al presidente Peres

Le sono grato, Signor Presidente, per l’accoglienza riservatami e per le Sue gentili e sagge espressioni di saluto, e sono lieto di poterLa nuovamente incontrare qui a Gerusalemme, città che custodisce i Luoghi Santi cari alle tre grandi religioni che adorano il Dio che chiamò Abramo. I Luoghi Santi non sono musei o monumenti per turisti, ma luoghi dove le comunità dei credenti vivono la loro fede, la loro cultura, le loro iniziative caritative. Perciò vanno perpetuamente salvaguardati nella loro sacralità, tutelando così non solo l’eredità del passato ma anche le persone che li frequentano oggi e li frequenteranno in futuro. Che Gerusalemme sia veramente la Città della pace! Che risplendano pienamente la sua identità e il suo carattere sacro, il suo universale valore religioso e culturale, come tesoro per tutta l’umanità! Com’è bello quando i pellegrini e i residenti possono accedere liberamente ai Luoghi Santi e partecipare alle celebrazioni!
Signor Presidente, Lei è noto come uomo di pace e artefice di pace. Le esprimo la mia riconoscenza e la mia ammirazione per questo Suo atteggiamento. La costruzione della pace esige anzitutto il rispetto per la libertà e la dignità di ogni persona umana, che Ebrei, Cristiani e Musulmani credono ugualmente essere creata da Dio e destinata alla vita eterna. A partire da questo punto fermo che abbiamo in comune, è possibile perseguire l’impegno per una soluzione pacifica delle controversie e dei conflitti. A questo riguardo rinnovo l’auspicio che si evitino da parte di tutti iniziative e atti che contraddicono alla dichiarata volontà di giungere ad un vero accordo e che non ci si stanchi di perseguire la pace con determinazione e coerenza.
Va respinto con fermezza tutto ciò che si oppone al perseguimento della pace e di una rispettosa convivenza tra Ebrei, Cristiani e Musulmani: il ricorso alla violenza e al terrorismo, qualsiasi genere di discriminazione per motivi razziali o religiosi, la pretesa di imporre il proprio punto di vista a scapito dei diritti altrui, l’antisemitismo in tutte le sue possibili forme, così come la violenza o le manifestazioni di intolleranza contro persone o luoghi di culto ebrei, cristiani e musulmani.
Nello Stato d’Israele vivono e operano diverse comunità cristiane. Esse sono parte integrante della società e partecipano a pieno titolo delle sue vicende civili, politiche e culturali. I fedeli cristiani desiderano portare, a partire dalla propria identità, il loro contributo per il bene comune e per la costruzione della pace, come cittadini a pieno diritto che, rigettando ogni estremismo, si impegnano ad essere artefici di riconciliazione e di concordia. La loro presenza e il rispetto dei loro diritti – come del resto dei diritti di ogni altra denominazione religiosa e di ogni minoranza – sono garanzia di un sano pluralismo e prova della vitalità dei valori democratici, del loro reale radicamento nella prassi e nella concretezza della vita dello Stato. Signor Presidente, Lei sa che io prego per lei ed io so che lei prega per me, e Le assicuro la continua preghiera per le Istituzioni e per tutti i cittadini d’Israele. Assicuro in modo particolare la mia costante supplica a Dio per l’ottenimento della pace e con essa dei beni inestimabili che le sono strettamente correlati, quali la sicurezza, la tranquillità di vita, la prosperità, e - quello che è più bello - la fratellanza. Rivolgo infine il mio pensiero a tutti coloro che soffrono per le conseguenze delle crisi ancora aperte nella regione medio-orientale, perché al più presto vengano alleviate le loro pene mediante l’onorevole composizione dei conflitti. Pace su Israele e in tutto il Medio Oriente! Shalom!


Papa Francesco

© Avvenire, 26 maggio 2014

 

«Mai più la Shoah. Signore salvaci da questa mostruosità»

Discorso al memoriale dello Yad Vashem

"Adamo, dove sei?" (cfr Gen 3,9).
Dove sei, uomo? Dove sei finito?
In questo luogo, memoriale della Shoah, sentiamo risuonare questa domanda di Dio: "Adamo, dove sei?".
In questa domanda c’è tutto il dolore del Padre che ha perso il figlio.

Il Padre conosceva il rischio della libertà; sapeva che il figlio avrebbe potuto perdersi… ma forse nemmeno il Padre poteva immaginare una tale caduta, un tale abisso!
Quel grido: "Dove sei?", qui, di fronte alla tragedia incommensurabile dell’Olocausto, risuona come una voce che si perde in un abisso senza fondo…
Uomo, chi sei? Non ti riconosco più.
Chi sei, uomo? Chi sei diventato? Di quale orrore sei stato capace?
Che cosa ti ha fatto cadere così in basso?
Non è la polvere del suolo, da cui sei tratto. La polvere del suolo è cosa buona, opera delle mie mani.
Non è l’alito di vita che ho soffiato nelle tue narici. Quel soffio viene da me, è cosa molto buona (cfr Gen 2,7).
No, questo abisso non può essere solo opera tua, delle tue mani, del tuo cuore… Chi ti ha corrotto? Chi ti ha sfigurato?
Chi ti ha contagiato la presunzione di impadronirti del bene e del male?
Chi ti ha convinto che eri dio? Non solo hai torturato e ucciso i tuoi fratelli, ma li hai offerti in sacrificio a te stesso, perché ti sei eretto a dio. Oggi torniamo ad ascoltare qui la voce di Dio: "Adamo, dove sei?".
Dal suolo si leva un gemito sommesso: Pietà di noi, Signore!
A te, Signore nostro Dio, la giustizia, a noi il disonore sul volto, la vergogna (cfr Bar 1,15). Ci è venuto addosso un male quale mai era avvenuto sotto la volta del cielo (cfr Bar 2,2). Ora, Signore, ascolta la nostra preghiera, ascolta la nostra supplica, salvaci per la tua misericordia. Salvaci da questa mostruosità. Signore onnipotente, un’anima nell’angoscia grida verso di te. Ascolta, Signore, abbi pietà!
Abbiamo peccato contro di te. Tu regni per sempre (cfr Bar 3,1-2).
Ricordati di noi nella tua misericordia. Dacci la grazia di vergognarci di ciò che, come uomini, siamo stati capaci di fare, di vergognarci di questa massima idolatria, di aver disprezzato e distrutto la nostra carne, quella che tu impastasti dal fango, quella che tu vivificasti col tuo alito di vita. Mai più, Signore, mai più! "Adamo, dove sei?".
Eccoci, Signore, con la vergogna di ciò che l’uomo, creato a tua immagine e somiglianza, è stato capace di fare. Ricordati di noi nella tua misericordia.

Papa Francesco

© Avvenire, 26 maggio 2014

 

«Nessuno strumentalizzi per la violenza il nome di Dio»

Discorso al Gran Mufti di Gerusalemme

Eccellenza,
Fedeli musulmani,
cari amici,

sono grato di potervi incontrare in questo luogo sacro. Vi ringrazio di cuore per il cortese invito che avete voluto rivolgermi, e in particolare ringrazio Lei, Eccellenza, e il Presidente del Consiglio Supremo musulmano. Ponendomi sulle orme dei miei Predecessori, e in particolare nella luminosa scia del viaggio di Paolo VI di cinquant’anni fa, il primo di un Papa in Terra Santa, ho desiderato tanto venire come pellegrino per visitare i luoghi che hanno visto la presenza terrena di Gesù Cristo. Ma questo mio pellegrinaggio non sarebbe completo se non contemplasse anche l’incontro con le persone e le comunità che vivono in questa Terra, e pertanto sono particolarmente lieto di ritrovarmi con voi, fedeli musulmani, fratelli cari. In questo momento il mio pensiero va alla figura di Abramo, che visse come pellegrino in queste terre.

Musulmani, Cristiani ed Ebrei riconoscono in Abramo, seppure ciascuno in modo diverso, un padre nella fede e un grande esempio da imitare. Egli si fece pellegrino, lasciando la propria gente, la propria casa, per intraprendere quell’avventura spirituale alla quale Dio lo chiamava. Un pellegrino è una persona che si fa povera, che si mette in cammino, è protesa verso una meta grande e sospirata, vive della speranza di una promessa ricevuta (cfr Eb 11,8-19). Questa fu la condizione di Abramo, questa dovrebbe essere anche il nostro atteggiamento spirituale. Non possiamo mai ritenerci autosufficienti, padroni della nostra vita; non possiamo limitarci a rimanere chiusi, sicuri nelle nostre convinzioni. Davanti al mistero di Dio siamo tutti poveri, sentiamo di dover essere sempre pronti ad uscire da noi stessi, docili alla chiamata che Dio ci rivolge, aperti al futuro che Lui vuole costruire per noi. In questo nostro pellegrinaggio terreno non siamo soli: incrociamo il cammino di altri fedeli, a volte condividiamo con loro un tratto di strada, a volte viviamo insieme una sosta che ci rinfranca.

Tale è l’incontro di oggi, e lo vivo con gratitudine particolare: è una gradita sosta comune, resa possibile dalla vostra ospitalità, in quel pellegrinaggio che è la vita nostra e delle nostre comunità. Viviamo una comunicazione e uno scambio fraterni che possono darci ristoro e offrirci nuove forze per affrontare le sfide comuni che ci si pongono innanzi. Non possiamo dimenticare, infatti, che il pellegrinaggio di Abramo è stato anche una chiamata per la giustizia: Dio lo ha voluto testimone del suo agire e suo imitatore. Anche noi vorremmo essere testimoni dell’agire di Dio nel mondo e per questo, proprio in questo nostro incontro, sentiamo risuonare in profondità la chiamata ad essere operatori di pace e di giustizia, ad invocare nella preghiera questi doni e ad apprendere dall’alto la misericordia, la grandezza d’animo, la compassione.

Cari fratelli, cari amici, da questo luogo santo lancio un accorato appello a tutte le persone e le comunità che si riconoscono in Abramo:
rispettiamoci ed amiamoci gli uni gli altri come fratelli e sorelle! Impariamo a comprendere il dolore dell’altro! Nessuno strumentalizzi per la violenza il nome di Dio! Lavoriamo insieme per la giustizia e per la pace! Salam!

Papa Francesco

© Avvenire, 26 maggio 2014

 

«Chi sono io davanti al mio Signore che soffre?»

Meditazione nella chiesa del Getsemani

«Uscì e andò … al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono» (Lc 22,39). 
Quando giunge l’ora segnata da Dio per salvare l’umanità dalla schiavitù del peccato, Gesù si ritira qui, nel Getsemani, ai piedi del monte degli Ulivi. Ci ritroviamo in questo luogo santo, santificato dalla preghiera di Gesù, dalla sua angoscia, dal suo sudore di sangue; santificato soprattutto dal suo “sì” alla volontà d’amore del Padre. Abbiamo quasi timore di accostarci ai sentimenti che Gesù ha sperimentato in quell’ora; entriamo in punta di piedi in quello spazio interiore dove si è deciso il dramma del mondo.
In quell’ora, Gesù ha sentito la necessità di pregare e di avere accanto a sé i suoi discepoli, i suoi amici, che lo avevano seguito e avevano condiviso più da vicino la sua missione. Ma qui, al Getsemani, la sequela si fa difficile e incerta; c’è il sopravvento del dubbio, della stanchezza e del terrore. Nel succedersi incalzante della passione di Gesù, i discepoli assumeranno diversi atteggiamenti nei confronti del Maestro: atteggiamenti di vicinanza, di allontanamento, di incertezza.
Farà bene a tutti noi, vescovi, sacerdoti, persone consacrate, seminaristi, in questo luogo, domandarci: chi sono io davanti al mio Signore che soffre?
Sono di quelli che, invitati da Gesù a vegliare con Lui, si addormentano, e invece di pregare cercano di evadere chiudendo gli occhi di fronte alla realtà?
O mi riconosco in quelli che sono fuggiti per paura, abbandonando il Maestro nell’ora più tragica della sua vita terrena?
C’è forse in me la doppiezza, la falsità di colui che lo ha venduto per trenta monete, che era stato chiamato amico, eppure ha tradito Gesù?
Mi riconosco in quelli che sono stati deboli e lo hanno rinnegato, come Pietro? Egli poco prima aveva promesso a Gesù di seguirlo fino alla morte (cfr Lc 22,33); poi, messo alle strette e assalito dalla paura, giura di non conoscerlo.
Assomiglio a quelli che ormai organizzavano la loro vita senza di Lui, come i due discepoli di Emmaus, stolti e lenti di cuore a credere nelle parole dei profeti (cfr Lc 24,25)?
Oppure, grazie a Dio, mi ritrovo tra coloro che sono stati fedeli sino alla fine, come la Vergine Maria e l’apostolo Giovanni? Quando sul Golgota tutto diventa buio e ogni speranza sembra finita, solo l’amore è più forte della morte. L’amore della Madre e del discepolo prediletto li spinge a rimanere ai piedi della croce, per condividere fino in fondo il dolore di Gesù.
Mi riconosco in quelli che hanno imitato il loro Maestro fino al martirio, testimoniando quanto Egli fosse tutto per loro, la forza incomparabile della loro missione e l’orizzonte ultimo della loro vita?
L’amicizia di Gesù nei nostri confronti, la sua fedeltà e la sua misericordia sono il dono inestimabile che ci incoraggia a proseguire con fiducia la nostra sequela di Lui, nonostante le nostre cadute, i nostri errori, anche i nostri tradimenti.
Ma questa bontà del Signore non ci esime dalla vigilanza di fronte al tentatore, al peccato, al male e al tradimento che possono attraversare anche la vita sacerdotale e religiosa. Tutti noi siamo esposti al peccato, al male, al tradimento. Avvertiamo la sproporzione tra la grandezza della chiamata di Gesù e la nostra piccolezza, tra la sublimità della missione e la nostra fragilità umana. Ma il Signore, nella sua grande bontà e nella sua infinita misericordia, ci prende sempre per mano, perché non affoghiamo nel mare dello sgomento. Egli è sempre al nostro fianco, non ci lascia mai soli. Dunque, non lasciamoci vincere dalla paura e dallo sconforto, ma con coraggio e fiducia andiamo avanti nel nostro cammino e nella nostra missione.
Voi, cari fratelli e sorelle, siete chiamati a seguire il Signore con gioia in questa Terra benedetta! E’ un dono e anche è una responsabilità. La vostra presenza qui è molto importante; tutta la Chiesa vi è grata e vi sostiene con la preghiera. Da questo luogo santo, desidero inoltre rivolgere un affettuoso saluto a tutti i cristiani di Gerusalemme: vorrei assicurare che li ricordo con affetto e che prego per loro, ben conoscendo la difficoltà della loro vita nella città. Li esorto ad essere testimoni coraggiosi della passione del Signore, ma anche della sua Risurrezione, con gioia e nella speranza.
Imitiamo la Vergine Maria e San Giovanni, e stiamo accanto alle tante croci dove Gesù è ancora crocifisso. Questa è la strada nella quale il nostro Redentore ci chiama a seguirlo: non ce n’è un’altra, è questa!
«Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore» (Gv 12,26).

Papa Francesco

© Avvenire, 26 maggio 2014

 

«Qui è nata la Chiesa ed è nata in uscita»

Sala del Cenacolo, con gli ordinari di Terra Santa

E’ un grande dono che il Signore ci fa, di riunirci qui, nel Cenacolo, per celebrare l’Eucaristia. Mentre vi saluto con fraterna gioia, desidero rivolgere un pensiero affettuoso ai Patriarchi Orientali Cattolici che hanno preso parte, in questi giorni, al mio pellegrinaggio. Desidero ringraziarli per la loro significativa presenza, a me particolarmente preziosa, e assicuro che hanno un posto speciale nel mio cuore e nella mia preghiera. Qui, dove Gesù consumò l’Ultima Cena con gli Apostoli; dove, risorto, apparve in mezzo a loro; dove lo Spirito Santo scese con potenza su Maria e i discepoli, qui è nata la Chiesa, ed è nata in uscita. Da qui è partita, con il Pane spezzato tra le mani, le piaghe di Gesù negli occhi, e lo Spirito d’amore nel cuore.Gesù risorto, inviato dal Padre, nel Cenacolo comunicò agli Apostoli il suo stesso Spirito e con la sua forza li inviò a rinnovare la faccia della terra (cfr Sal 104,30).
Uscire, partire, non vuol dire dimenticare. La Chiesa in uscita custodisce la memoria di ciò che qui è accaduto; lo Spirito Paraclito le ricorda ogni parola, ogni gesto, e ne rivela il senso.
Il Cenacolo ci ricorda il servizio, la lavanda dei piedi che Gesù ha compiuto, come esempio per i suoi discepoli. Lavarsi i piedi gli uni gli altri significa accogliersi, accettarsi, amarsi, servirsi a vicenda. Vuol dire servire il povero, il malato, l’escluso, quello che mi è antipatico, quello che mi dà fastidio.
Il Cenacolo ci ricorda, con l’Eucaristia, il sacrificio. In ogni celebrazione eucaristica Gesù si offre per noi al Padre, perché anche noi possiamo unirci a Lui, offrendo a Dio la nostra vita, il nostro lavoro, le nostre gioie e i nostri dolori…, offrire tutto in sacrificio spirituale. E il Cenacolo ci ricorda anche l’amicizia. «Non vi chiamo più servi – disse Gesù ai Dodici – … ma vi ho chiamato amici» (Gv 15,15). Il Signore ci rende suoi amici, ci confida la volontà del Padre e ci dona Sé stesso. È questa l’esperienza più bella del cristiano, e in modo particolare del sacerdote: diventare amico del Signore  Gesù, e scoprire nel suo cuore che Lui è amico.
Il Cenacolo ci ricorda il congedo del Maestro e la promessa di ritrovarsi con i suoi amici: «Quando sarò andato, … verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (Gv 14,3). Gesù non ci lascia, non ci abbandona mai, ci precede nella casa del Padre e là ci vuole portare con Sé.
Ma il Cenacolo ricorda anche la meschinità, la curiosità – “chi è colui che tradisce?” - il tradimento. E può essere ciascuno di noi, non solo e sempre gli altri, a rivivere questi atteggiamenti, quando guardiamo con sufficienza il fratello, lo giudichiamo; quando con i nostri peccati tradiamo Gesù.
Il Cenacolo ci ricorda la condivisione, la fraternità, l’armonia, la pace tra di noi. Quanto amore, quanto bene è scaturito dal Cenacolo! Quanta carità è uscita da qui, come un fiume dalla fonte, che all’inizio è un ruscello e poi si allarga e diventa grande… Tutti i santi hanno attinto da qui; il grande fiume della santità della Chiesa sempre prende origine da qui, sempre di nuovo, dal Cuore di Cristo, dall’Eucaristia, dal suo Santo Spirito. Il Cenacolo infine ci ricorda la nascita della nuova famiglia, la Chiesa, la nostra santa madre Chiesa gerarchica, costituita da Gesù risorto. Una famiglia che ha una Madre, la Vergine Maria. Le famiglie cristiane appartengono a questa grande famiglia, e in essa trovano luce e forza per camminare e rinnovarsi, attraverso le fatiche e le prove della vita. A questa grande famiglia sono invitati e chiamati tutti i figli di Dio di ogni popolo e lingua, tutti fratelli e figli dell’unico Padre che è nei cieli.
Questo è l’orizzonte del Cenacolo: l’orizzonte del Cenacolo, l’orizzonte del Risorto e della Chiesa.
Da qui parte la Chiesa, in uscita, animata dal soffio vitale dello Spirito. Raccolta in preghiera con la Madre di Gesù, essa sempre rivive l’attesa di una rinnovata effusione dello Spirito Santo: Scenda il tuo Spirito, Signore, e rinnovi la faccia della terra (cfr Sal 104,30)!

Papa Francesco

© Avvenire, 26 maggio 2014

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