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Il Papa: «Fa dolore questo mondo ogni giorno più crudele con gli esclusi»

«Presi dal preservare il nostro benessere», dice Francesco ricordando il ricco epulone, «rischiamo di non accorgerci di chi è in difficoltà. Ma come cristiani non possiamo essere indifferenti di fronte al dramma delle vecchie e nuove povertà, della discriminazione di chi non appartiene al “nostro” gruppo»

Thilina, Angy, Lakmali, Edward, Ulises… I 32 memebri del coro multietnico che accompagna la messa di oggi, vengono dalle Filippine, dal  Congo, dalla Romania, dall’Italia, dal Messico, dallo Sri Lanka, dal Perù, dall’Indonesia, dall’India. Vestono le maglie con i colori del rosario missionario (blu, verde, rosso, giallo e bianco) che rappresentano i cinque continenti. Sopra il motto - “Non si tratta solo di migranti” – che è lo stesso della 105esima Giornata mondiale dei migranti e dei rifugiati. Papa Francesco celebra messa in una piazza San Pietro coloratissima. Gli striscioni e le bandiere vengono abbassate quando comincia la processione. Verso l’alto sale il canto e l’odore di incenso portato dall’Etiopia. Un dono che il principe Jaime de Bourbon de Parme, già Ambasciatore dei Paesi Bassi presso la Santa Sede, e attualmente collaboratore dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha portato dal campo profughi di Bokolmanyo, nel Sud del Paese africano. Un dono pregiato che i 40mila profughi ospiti del campo raccolgono secondo una tradizione antica di 600 anni. La liturgia prosegue gioiosa con i canti danzati tipici della regione congolese. Le mani si alzano a lodare Dio. Il Papa commenta le letture, il salmo responsoriale, che ricorda che Dio sostiene i forestieri, il Vangelo di Luca, che ricorda la consolazione di Lazzaro e il tormento del ricco epulone. Il salmista, sottolinea Francesco, ricorda i forestieri «assieme alle vedove e agli orfani del popolo», cioè «fa esplicita menzione di quelle categorie che sono particolarmente vulnerabili, spesso dimenticate ed esposte a soprusi. I forestieri, le vedove e gli orfani sono i senza diritti, gli esclusi, gli emarginati, per i quali il Signore ha una particolare sollecitudine. Per questo Dio chiede agli Israeliti di avere un’attenzione speciale per loro».

Parla di accoglienza, papa Francesco, ma anche di lotta per sradicare le ingiustizie. La Parola delle Scritture è chiara: «Nel libro dell’Esodo, il Signore ammonisce il popolo di non maltrattare in alcun modo le vedove e gli orfani, perché Egli ascolta il loro grido. Lo stesso avvertimento viene ripreso due volte nel Deuteronomio, con l’aggiunta degli stranieri tra le categorie protette. E la ragione di tale monito è spiegata chiaramente nello stesso libro: il Dio di Israele è Colui “che fa giustizia all’orfano e alla vedova, che ama lo straniero e gli dà pane e vestito”». La preoccupazione «amorosa verso i meno privilegiati è presentata come un tratto distintivo del Dio di Israele, ed è anche richiesta, come un dovere morale, a tutti coloro che vogliono appartenere al suo popolo. Ecco perché dobbiamo avere un’attenzione particolare verso i forestieri, come pure per le vedove, gli orfani e tutti gli scartati dei nostri giorni».

Per questo il tema della Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato ricorda che “Non si tratta solo di migranti”. «Ed è vero perché non si tratta solo di forestieri», dice Bergoglio, «si tratta di tutti gli abitanti delle periferie esistenziali che, assieme ai migranti e ai rifugiati, sono vittime della cultura dello scarto. Il Signore ci chiede di mettere in pratica la carità nei loro confronti; ci chiede di restaurare la loro umanità, assieme alla nostra, senza escludere nessuno, senza lasciare fuori nessuno».

Un’accoglienza che ha bisogno anche di giustizia. Bisogna riflettere, sprona il Papa «sulle ingiustizie che generano esclusione, in particolare sui privilegi di pochi che, per essere conservati, vanno a scapito di molti». Francesco cita un brano del messaggio scritto da lui stesso per la Giornata: «”Il mondo odierno è ogni giorno più elitista e crudele con gli esclusi”» dice. «È una verità che fa dolore: questo mondo ogni giorno più elitista, più crudele con gli esclusi». Poi riprende dal Messaggio: «I Paesi in via di sviluppo continuano ad essere depauperati delle loro migliori risorse naturali e umane a beneficio di pochi mercati privilegiati. Le guerre interessano solo alcune regioni del mondo, ma le armi per farle vengono prodotte e vendute in altre regioni, le quali poi non vogliono farsi carico dei rifugiati prodotti da tali conflitti. Chi ne fa le spese sono sempre i piccoli, i poveri, i più vulnerabili, ai quali si impedisce di sedersi a tavola e si lasciano le “briciole” del banchetto”».

Legge in questa chiave «le dure parole del profeta Amos proclamate nella prima Lettura. Guai agli spensierati e ai gaudenti di Sion, che non si preoccupano della rovina del popolo di Dio, che pure è sotto gli occhi di tutti. Essi non si accorgono dello sfacelo di Israele, perché sono troppo occupati ad assicurarsi il buon vivere, cibi prelibati e bevande raffinate. È impressionante come, a distanza di 28 secoli, questi ammonimenti conservino intatta la loro attualità. Anche oggi infatti», dice Bergoglio come già aveva fatto nella omelia a Lampedusa nel 2013, «cultura del benessere ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza».

E, alla fine «rischiamo di diventare anche noi come quell’uomo ricco di cui ci parla il Vangelo, il quale non si cura del povero Lazzaro “coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola”. Troppo intento a comprarsi vestiti eleganti e a organizzare lauti banchetti, il ricco della parabola non vede le sofferenze di Lazzaro. E anche noi, troppo presi dal preservare il nostro benessere, rischiamo di non accorgerci del fratello e della sorella in difficoltà. Ma come cristiani non possiamo essere indifferenti di fronte al dramma delle vecchie e nuove povertà, delle solitudini più buie, del disprezzo e della discriminazione di chi non appartiene al “nostro” gruppo. Non possiamo rimanere insensibili, con il cuore anestetizzato, di fronte alla miseria di tanti innocenti. Non possiamo non piangere. Non possiamo non reagire. Chiediamo al Signore la grazia di piangere, quel pianto che converte il cuore davanti a questi peccati. Per essere davvero cristiani, uomini e donne di Dio, allora, bisogna osservare e custodire il comandamento che è amare Dio e amare il prossimo. Non si possono separare! E amare il prossimo come sé stessi vuol dire anche impegnarsi seriamente per costruire un mondo più giusto, dove tutti abbiano accesso ai beni della terra, dove tutti abbiano la possibilità di realizzarsi come persone e come famiglie, dove a tutti siano garantiti i diritti fondamentali e la dignità».

Il Papa sottolinea che «amare il prossimo significa sentire compassione per la sofferenza dei fratelli e delle sorelle, avvicinarsi, toccare le loro piaghe, condividere le loro storie, per manifestare concretamente la tenerezza di Dio nei loro confronti. Significa farsi prossimi di tutti i viandanti malmenati e abbandonati sulle strade del mondo, per lenire le loro ferite e portarli al più vicino luogo di accoglienza, dove si possa provvedere ai loro bisogni».

Il comandamento dell’amore, sigillato con il sangue di Cristo è stato affidato al popolo di Dio «perché sia fonte di benedizione per tutta l’umanità. Perché insieme possiamo impegnarci nella costruzione della famiglia umana secondo il progetto originario, rivelato in Gesù Cristo: tutti fratelli, figli dell’unico Padre». E per fra questo «abbiamo bisogno anche di una Madre», conclude il Papa, la «Madonna della Strada, Madonna delle tante strade dolorose» cui oggi affida «i migranti e i rifugiati, assieme agli abitanti delle periferie del mondo e a coloro che si fanno loro compagni di viaggio».

Al termine della messa e dopo le parole del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei che ha ricordato come la «Chiesa italiana si senta interpellata dal mondo delle migrazioni»,  il Papa ha voluto inaugurare una scultura in bronzo. «Abbiamo celebrato la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, per riaffermare la necessità che nessuno rimanga escluso dalla società, che sia un cittadino residente da molto tempo o un nuovo arrivato», ha detto Francesco. «Per sottolineare tale impegno tra poco inaugurerò la scultura che ha come tema queste parole della Lettera agli Ebrei: “Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli”.  Tale scultura, in bronzo e argilla, raffigura un gruppo di migranti di varie culture e diversi periodi storici. Ho voluto questa opera artistica qui, in Piazza San Pietro, affinché ricordi a tutti la sfida evangelica dell’accoglienza».

Annachiara Valle

© www.famigliacristiana.it, domenica 29 settembre 2019

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