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Il Papa: "No ai cristiani inamidati"

Durante l'incontro con 150 movimenti e associazioni ecclesiali, di fronte a 200 mila persone, il Papa ha ricordato l'esigenza di un cristianesimo vissuto e non solo teorizzato

Ricorda la nonna dalla quale ha avuto il primo annuncio cristiano. Papa Francesco, nell’incontro con i movimenti e le associazioni, racconta la sua prima esperienza di fede e la chiamata al sacerdozio. «La nonna ci portava, noi bambini, alla processione delle candele», ha detto il Papa, «e poi arrivava Cristo deposto. E la nonna ci diceva: “È morto, ma domani resuscita”. 21 settembre 1953 giorno dello studente, giorno della primavera, per voi dell’autunno. Prima di andare alla festa sono passato dalla parrocchia e ho trovato un prete che non conoscevo. Ho sentito la necessità di confessarmi. Per me è stata una esperienza di incontro. Ho trovato qualcuno che mi aspettava. Non so cosa è successo. So che qualcuno mi aspettava da tempo e dopo la confessione ho sentito che qualcosa era cambiato. Non ero lo stesso e ho sentito una voce, una chiamata ed ero convinto che dovevo diventare sacerdote. Questa esperienza nella fede è importante. Noi diciamo che dobbiamo cercare Dio, andare da lui a chiedere perdono, ma quando noi andiamo lui ci aspetta, è primo. In spagnolo abbiamo una parola, primerea, lui ci aspetta per primo».

Via della Conciliazione transennata già dalle prime ore della mattina. Gruppi, associazioni, movimenti hanno affollato piazza San Pietro e le vie circostanti cantando e pregando dal primo pomeriggio. Sul sagrato, prima dell’arrivo di papa Francesca, sotto la guida di Lorena Bianchetti, si sono alternate testimonianze, danze e canzoni dei rappresentanti dei diversi movimenti. Oltre 200mila persone hanno partecipato alla giornata organizzata dal Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione nell’ambito delle celebrazioni per l’Anno della fede. Tema dell’appuntamento, cui seguirà, domattina, la messa di Pentecoste, “Io credo, aumenta in noi la fede”.

«Dobbiamo essere capaci di camminare insieme: non si può camminare da soli, perché questo è il momento di un impegno comune », ha spiegato monsignor Rino Fisichella, presidente del dicastero. E insieme, da tutto il mondo, soci dell’Azione cattolica, membri dei Neocatecumenali, Comunione e liberazione, comunità di Sant'Egidio, Focolarini, Rinnovamento nello Spirito, Agisci, Regnum Christi, Sermig (per citare solo alcune delle oltre 150 sigle presenti in piazza), con la colonna sonora del Gen verde, hanno atteso il Papa che è arrivato in jeep bianca. Un lungo giro quasi fino alla fine di via della Conciliazione per salutare anche chi non è riuscito a entrare nella piazza e poi l’ascolto delle testimonianze e delle domande cui Francesco ha risposto a braccio, pur confessando di conoscere da prima le domande.

John Waters, scrittore ed editorialista irlandese, ha raccontato il suo «desiderio della grandezza di Dio», la sua esperienza di fede e di allontanamento, dei sui giorni con l’alcol, del suo riscoprire il rapporto con Dio. Subito dopo Paul Bhatti, medico chirurgo pachistano, ha ricordato le difficoltà del suo Paese, l’importanza del dialogo con i musulmani e con le altre religioni e, soprattutto, l’impegno per la promozione dell’armonia tra le religioni di suo fratello Shahbaz assassinato nel 2011.

Poi le quattro domande che toccano i temi della fragilità della fede, dell'evangelizzazione, dell'etica, della politica, della povertà e della mancanza di lavoro, della persecuzione dei cristiani. Nelle sue risposte il Papa ricorda che la fede è frutto di un incontro. «La fede ce la dà Gesù. È importante studiare, ma la fede ce la dà l’incontro con Lui». E poi parla anche della forza della preghiera, «mi sento forte quando vado da lei con il Rosario», sottolinea parlando della Madonna, «della mamma che ci sostiene nelle fragilità».

Poi il lungo tornare sulla testimonianza, «la trasmissione della fede si può fare solo con la testimonianza», ha spiegato il Papa. «Non con le nostre idee, ma con il Vangelo che si vive nella nostra vita. La Chiesa la portano avanti i santi che danno questa testimonianza».
E poi mette in guardia: «La Chiesa deve uscire da se stessa verso le periferie esistenziali. Quando la Chiesa diventa chiusa si ammala», non deve essere «efficientista. Non siamo una Ong, non dobbiamo parlare di Cristo, ma viverlo». Siamo chiusi in strutture caduche che servono per farci schiavi e non liberi figli di Dio. Dobbiamo far uscire Cristo. C’è il rischio di incidenti, ma meglio una Chiesa incidentata che chiusa».

Papa Francesco si sofferma sulla «cultura dello scarto. Quello che non mi serve lo butto. Noi invece dobbiamo fare una cultura dell’incontro, dell’amicizia, nella quale possiamo parlare anche con chi non la pensa come noi, con chi è di un’altra religione». E sulla povertà si rammarica che non sia più notizia «che un barbone nuore di freddo che bambini muoiono di fame. È grave. Noi non possiamo stare tranquilli. Non possiamo essere cristiani inamidati che parlano di cose teologiche mentre prendono il te. Dobbiamo andare a trovare quelli che sono la carne di Cristo». La povertà è una categoria teologale, la prima categoria perché il Figlio di Dio si è fatto povero per camminare con noi sulla strada. Una Chiesa povera per i poveri incomincia andando verso la carne di Cristo, a capire cos’è la povertà».

Rispondendo alla terza domanda Francesco richiama alla mancanza di etica nella vita pubblica «che fa male a tutta l’umanità». E cita il racconto di un rabbino che parla della costruzione della torre di Babele, quando era un dramma la caduta di un mattone – merce preziosissima – e no la caduta di un uomo. «Oggi siamo così: se le borse salgono, scendono è un dramma, ma non ci importa se le persone non hanno cibo, non hanno lavoro, se non hanno salute, se muoiono. Questa è la nostra crisi di oggi e una Chiesa povera per i poveri va contro questa mentalità».

Infine il Papa ha sottolineato che, «per annunciare la fede sono necessarie due virtù: il coraggio e la pazienza. Loro sono nel tempo della pazienza. Ci sono più martiri oggi che nei primi secoli della Chiesa. Loro portano la fede fino al martirio, ma il martirio non è mai una sconfitta. Il martirio è il grado più alto della testimonianza che dobbiamo dare. Un cristiano deve sempre avere questo atteggiamento di mitezza, come hanno loro, affidandosi a Gesù».

Annachiara Valle

© Famiglia Cristiana, 18 maggio 2013

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