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Il teologo dell'equo e solidale

Parla padre Frans Van der Hoff del commercio e solidale: "Coniugare etica ed economia producendo benessere per tutti oggi è finalmente possibile".

C’è un prete, laggiù in Messico, che più di vent’anni fa ha realizzato il sogno di fare migliore il mondo creando un’alleanza tra contadini poveri del Sud e consumatori consapevoli del Nord: il commercio equo e solidale. Scampato alla repressione della dittatura di  Pinochet, Frans Van der Hoff, teologo ed economista di origine olandese, nel 1981 riunisce i produttori di caffè del Paese latinoamericano nell’Unione delle cooperative indigene dell’istmo (Uciri). L’obbiettivo è garantire loro un prezzo equo della materia prima. Pochi anni dopo, crea Max Haavelar, marchio storico del commercio equo, e così dà vita a un fenomeno economico tra i più originali degli ultimi ann,i in cui l’etica si coniuga con il commercio.
Van der Hoff è stato a Bolzano per presentare il suo ultimo libro, “Manifesto dei poveri” - pubblicato in Italia dalla casa editrice Il Margine - che ripropone la sfida di un’economia dal volto umano che riparta dai bisogni degli ultimi.

Come sono nate le riflessioni che propone nel “Manifesto dei poveri”?

"Tutto ciò che ho scritto nel libro nasce dall’impegno sul campo con i piccoli produttori agricoli indigeni del Messico. Per diversi anni abbiamo cercato assieme le ragioni della loro esclusione e dello sfruttamento cui sono sottoposti. La conclusione è che  il sistema economico neoliberista non funziona. Il progresso illusorio creato è basato sull'esclusione dei più. La crisi che è iniziata nel 2008 ha reso più evidente la necessità e l'urgenza di un'altra economia. Ecco perché mi è stato chiesto di chiarire con un manifesto che le soluzioni provengono proprio dai settori più poveri della società. Abbiamo ritenuto necessario estendere il raggio della discussione ed è ciò cui serve questo libretto: favorire la critica e la presa di coscienza circa la situazione reale e, al tempo stesso, fornire risposte costruttive".
E’ quindi la proposta di un’economia e di un sistema sociale alternativo?

"Noi non pretendiamo di avere risposte definitive. Sperimentiamo e proponiamo però un’alternativa percorribile che, poco alla volta, si cristallizza in un movimento sociale che garantisce un'equa distribuzione dei redditi. Al contrario,  l’economia di mercato, ovvero l'economia attuale, non riconosce i legami sociali che per noi sono la cosa più importante. L'organizzazione in cooperative e i sindacati nei villaggi consentono questa lotta per un’economia più giusta. Abbiamo superato la protesta fine a sé stessa e la nostra protesta è ora intessuta di proposte specifiche. Socializzare i mezzi di produzione e socializzare il mercato è un’urgenza, ma non disponiamo di un nome per definirla. Io la chiamo per ora comunitarismo liberale, dove il concetto di 'liberale' fa riferimento a una libertà che vive di norme concordate con tutti quanti. La libertà senza regole del mercato produce l'anarchia e la crisi attuale".

Come è possibile ripensare l’idea di democrazia passando da quella delegativa a una più partecipativa?

"La democrazia attuale non esiste è piuttosto una plutocrazia dove i cittadini sono manipolati per occultare gli interessi nascosti dei partiti che escludono l'effettiva partecipazione dei cittadini nella cura del bene comune. Una democrazia dal basso, attraverso le organizzazioni sociali, i movimenti dei cittadini, in forme diverse, ma che parta soprattutto dalle vittime della plutocrazia può, alla lunga, costruire una democrazia partecipativa, interessata alla cura del bene di tutti quanti, non solo dei più fortunati. L'attuale crisi finanziaria ed ecologica ha chiarito l'urgenza di una democrazia diversa, in cui ognuno possa assumersi una responsabilità reale per quanto riguarda la ripartizione di beni e servizi come istruzione, sanità, casa, cibo, cultura".

A questo proposito cosa ci possono insegnare le popolazioni indigene con cui lei vive e lavora da tanto tempo?

"Dobbiamo prendere sul serio la lotta per la sopravvivenza dei popoli indigeni, la saggezza accumulata grazie a questa lotta per la sopravvivenza, la loro capacità di risolvere le difficoltà della vita, le loro forme di governo che non sono basate sul voto del più forte, ma per consenso e il loro rifiuto di una democrazia della maggioranza sulle minoranze: questi sono tutti elementi che ci insegnano che un altro mondo è possibile. In Europa buona parte degli lettori ora sembrano rifiutare la politica e i partiti tradizionali. Sono diffusi timori di un ritorno dei peggiori fantasmi del passato, che si affermino esperimenti autoritari. Come giudica la crisi attuale europea e quale potrebbe essere una via d'uscita? Nostalgia, nichilismo, xenofobia, protezionismo, disincanto politico sono tentazioni ricorrenti in tempi di crisi. A livello politico, in Europa, da parte i Governi e i parlamenti mettono in pratica la politica dello struzzo che non vuole né vedere, né sapere. Non vedo una volontà politica di apportare modifiche radicali alle regole in vista di una riassunzione complessiva di responsabilità. I movimenti sociali emergenti (Indignados, Occupy Wall Street e il movimento ambientalista, il commercio equo, i Social Forum) sono segnali importanti ma finora sono riusciti diventare massa critica. La Chiesa in questo scenario ha un compito molto importante: deve svolgere un lavoro educativo e profetico.

Arturo Zilli
 
© Famiglia Cristiana, 18 maggio 2012
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