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Inedito. Don Primo Mazzolari: vi presento i «lontani»

Il suo vescovo gli chiede consiglio per accostare le masse dei lavoratori. Il prete-giornalista spiega: ma la ricetta è personale

Don Primo Mazzolari è morto il 12 aprile 1959, ma quest’anno – data la concomitanza con Settimana Santa – la commemorazione liturgica del servo di Dio è stata posticipata a domenica. Per l’occasione arriverà a Bozzolo il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, che alle 17 presiederà la Messa e poserà sulla tomba del sacerdote – custodita nella chiesa parrocchiale – una rosa d’argento donata da papa Francesco. Dalle 15.20 di martedì 25 aprile, poi, nell’ambito della trasmissione «Siamo noi quel giorno» dedicata alla Resistenza cattolica, Tv2000 presenterà anche la figura di don Mazzolari. Venerdì 5 maggio invece Agnese Moro – figlia dello statista Aldo – dialogherà con il giornalista Rai Luciano Ghelfi sul carteggio del padre con don Primo (Bozzolo, sala civica, ore 21). Domenica 21 maggio, infine, sarà presentata a Hong Kong la prima traduzione in cinese del mazzolariano «Tu non uccidere».

Sarà presto pubblicato Un’obbedienza in piedi (Edb), un’antologia di circa 300 scritti che ricostruirà per la prima volta in modo completo l’epistolario tra don Primo Mazzolari e i suoi vescovi Geremia Bonomelli, Giovanni Cazzani e Danio Bolognini.

Pubblichiamo qui sotto integralmente l'inedito sui «lontani» nel quale don Primo Mazzolari risponde a monsignor Giovanni Cazzani, che – dopo aver letto il suo I lontani – aveva invitato il sacerdote a «discendere un po’ più al pratico e al concreto per dire come si possano praticamente attuare certi suoi bellissimi suggerimenti».


Candalino, 29 luglio 1938

Caro Arciprete, ricevo dal sig. Gatti di Brescia i suoi I lontani e Tra l’argine e il bosco, penso me li abbia mandati o fatti mandare lei, e ne la ringrazio. Ho letto subito, con piacere, I lontani. Ma lei che è il parroco dei lontani, dovrebbe qualche volta discendere un po’ più al pratico e al concreto per dire come si possano praticamente attuare certi suoi bellissimi suggerimenti. Pure noi a Cremona non sappiamo come accostare o chiamare per parlarci ed acquistarci la grande massa dei lavoratori e delle lavoratrici. Che cosa suggerirebbe lei per potere 'lasciarli parlare e parlare ad essi' – come lei suggerisce – cioè prima di tutto averli o accoglierli? La saluto e benedico di cuore con l’augurio sincero che i suoi scritti raccolgano il frutto da lei inteso, di richiamare i lontani e meglio orientare i vicini, senza invertire la parabola delle pecorelle smarrite. Aff.mo in Cristo

+ Giovanni Vescovo

Bozzolo, 5 agosto 1938

 

Eccellenza, La ringrazio d’aver letto benevolmente I lontani. Ella invita il parroco dei lontani 'a discendere un po’ al pratico e al concreto per dire come di possano praticamente attuare certi bellissimi suggerimenti'. L’invito mi viene da parecchie parti, specialmente da sacerdoti. Da tempo mi domando: cosa potrei fare per concretizzare il metodo d’accostamento appena designato nei miei scritti? Ho l’impressione – V. E. mi perdoni la franchezza – che tra noi si esageri il concetto di pratico fino a confonderlo col 'menar la mano' a chi deve fare, sollevandolo dallo sforzo di disporre animo e facoltà personali di fronte al mutevole materiale da elaborare spiritualmente. I suggerimenti, che mi son permesso di stampare, non sono costruzioni della mia fantasia, ma frutto d’esperienza sui lontani. Un’esperienza è sempre qualchecosa d’incomunicabile, cioè non si può copiare materialmente. Se, per esempio (perdoni se debbo ancora parlare di me) dovessi pubblicare gli appunti di certe mie conversazioni di quest’anno con gli intellettuali e gli operai di Bologna, Verona, Legnago ecc., molti – ne sono sicuro – li troverebbero stonati. Eppure, i 'lontani' capivano e seguivano. Dio mi guardi dal pensare che bisogna fare così: dico solo che bisogna mettersi sovra una strada che forse non è quella usata dai più: che anch’io sto cercando questa strada e che vorrei essere aiutato. La 'strada dei lontani' nessuno la può tracciare toponomasticamente, poiché, dopo aver visto o meglio intuito, il camminare è questione d’anima, di temperamento, di calore, di comprensione, d’audacia. Quello che va bene sulla bocca di uno, non può andar bene sulla bocca di un altro; quello che va bene oggi non va bene forse domani… C’è una tale varietà di bisogni nell’unico bisogno: di pregiudizi, di opinioni, di esigenze… Per me la 'pratica' è fare l’animo dell’apostolo: e l’animo può essere suggerito e guidato da indirizzi e suggerimenti altrui e da proprie esperienze, ma non imprestato. Purtroppo, oggi, ha preso piede un concetto di 'pratica' non spirituale, con danno immenso dell’iniziativa e spontaneità personale. Lo schema, la traccia, lo svolgimento, la strada già tracciata: ecco dove arriva la scuola, la rivista, il manuale. non va bene forse domani…». Tutte cose belle, perfette e scritte da grossi calibri della nostra coltura: ma sono appunto i grossi calibri che raramente raggiungono il bersaglio. Anche per la ragione che spesso non si mira alla vera conquista ma a un effetto esteriore, e quasi sempre precario anche se accompagnata da un episodio sacramentale. Chi sa di preciso dov’è 'religiosamente' il nostro popolo? Da quali lontananze bisogna farlo ritornare? Chi ha misurato la devastazione di certi pregiudizi politici derivanti da una confusione che non torna a bene e a onore di nessuno? La fatica del vivere quotidiano? Le ingiustizie spudorate e acclamate? I 'lontani' vogliono essere capiti: non importa se noi non siamo in grado di aiutarli. Non lo pretendono neanche: pretendono soltanto di vedere in chiarezza il volto di una religione, che in fondo stimano ancora e dalla quale si sono staccati per delusione d’innamorati. La prova è nell’esempio del Papa e di alcuni cardinali. Certe parole dette ultimamente a Roma e altrove hanno avvicinato più anime che non mille corsi di missioni e di settimane. M’avvedo che il discorso, appassionandomi, mi prende la mano. V(ostra) Eccellenza mi perdoni. Non cerco una mia giustificazione. Confesso una mia pena, non per quello che ha di personale, ma per quello che spesso ci impedisce di essere verso i 'lontani', invitanti e accoglienti. Con affettuosa venerazione.

Suo sac. Primo Mazzolari

© Avvenire, sabato 22 aprile 2017

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