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L’arca di pietra che salva dal vuoto

Tra la Palestina e Finisterre. La dimensione più ampia del Cammino di Santiago apre il suo arco fra questi due estremi, all’interno dei quali si è scritta la storia cristiana dell’Europa. È l’apostolo Giacomo, qui, la cruna dell’ago. Fece la spola fra i due estremi in vita e in morte. Da secoli, un filo ininterrotto passa attraverso la cruna dell’ago, in mille modi e per mille ragioni, con un essenziale obiettivo: riconciliare la vita con la propria destinazione. Per essere all’altezza della propria origine, la vita non ha che un’ultima possibile destinazione.

Dio. Mettetela come volete, ma quando abbiamo trovato il nostro finisterre, nessuno di noi cade nel vuoto. Perché, anche se non te lo ricordi, e ti prende l’estro di darGli dei nomi di fantasia, agli estremi del cammino è nel grembo di Dio che muovi il primo e l’ultimo passo. Non spunti dal vuoto, in questo mondo. E per quanto ti spingano allo smarrimento, i lavacervelli di qui, quando poi ti mollano (perché poi, quando il gioco si fa duro, ti mollano) non rimbalzi nel vuoto.

È il Cammino, figlio bello. È per gente che sfida il vuoto della chiacchiera, e vuole vedere le carte. Anzi, percorre la strada fisicamente: perché, a volte, capita che ti passino carte truccate. Noi, in Europa, siamo i figli dei figli dei figli di quelli che hanno fatto il cammino fra Betlemme e Finisterre. È fra questi due estremi che abbiamo imparato il Cammino. E ognuno, poi, ne cerca i segni sulla strada di casa. Ciascuno la sua.

Le cose essenziali del cammino fra Betlemme e Finisterre sono scritte nella pietra di due cattedrali della memoria, attraverso le quali il Papa Benedetto traccia da oggi il suo filo, anche per noi. La basilica di Santiago de Compostela e quella della Sagrada Familia di Barcellona, che domani sarà consacrata basilica proprio dal passaggio del Papa. Una scintilla del lampo che viaggia da Oriente a Occidente, annunciando ogni volta il passaggio del Figlio dell’Uomo, si accenderà di nuovo. Le pietre focaie sono quelle del tempo delle cattedrali: quando la memoria del passaggio del Figlio consacrava il giunto del cielo e della terra, che impediva alla città di cadere nel vuoto. Lo sapevano tutti, questo: anche quelli che in chiesa non ci andavano. È una di quelle verità cosmiche, di cui tutti sono certi, dentro la quale il Cammino del Signore del Vangelo si è scavato il suo solco.
 
Le cattedrali hanno questo di singolare: le loro fondamenta sono assicurate al cielo (è per questo che le loro guglie si spingono fin lì). Le fondamenta che stanno sottoterra sono di complemento: necessarie, ma non sufficienti. Il filo che unisce le cattedrali impedisce alla terra di diventare piatta.
Un santo antico (l’apostolo Giacomo) ha indicato – dall’alto – il luogo giusto della prima: la tomba del testimone, come è accaduto all’inizio di tutto, quando le chiese proprio lì nascevano. Un "santo" moderno (Antoni Gaudì) ha fatto germogliare dalla terra il seme della nuova creazione: ci sono anche paperi e gufi nell’arca della Sacra Famiglia, con gli Apostoli e i Santi. È dall’intenerimento di Dio per la sorte del pulcino e del pesciolino che capisci la fantasia d’amore della quale parla la religione dell’incarnazione.

L’uomo moderno, malinconico com’è, fa lo spiritoso. Dice, con tono leggero e saputo, che staremo tutti meglio senza i segni del Cammino che custodisce i cammini dal vuoto. Il Papa proprio lì va, a infilare la fune nella cruna dell’ago. E benedice l’Arca dell’alleanza tra cielo e terra. Quella che, quando la terra finisce, salva anche i pulcini spiritosi.

Pierangelo Sequeri
© Avvenire, 6 novembre 2010
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