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L’attesa finalmente compiuta dell’«amico perfetto»

Il Papa, la filosofia antica e la novità radicale del cristianesimo

Nella sua bellissima omelia di mercoledì il Papa ha trattato il tema dell’amicizia tra Dio e l’uomo: infatti, nel Vangelo Gesù dice: «Non vi chiamo più servi, ma amici». Ora, ha aggiunto Benedetto XVI, l’amicizia consiste nel «volere le stesse cose e non volere le stesse cose [...] è una comunione del pensare e del volere». Con questa definizione il Papa si è esplicitamente rifatto agli antichi ma, nello stesso tempo, è ben consapevole della novità radicale della dottrina cristiana dell’amicizia con Dio. Mentre noi, forse, dopo venti secoli di cristianesimo, non ci rendiamo conto della rivoluzione introdotta da questo annuncio evangelico. Pertanto può forse essere utile confrontarlo con il pensiero dei due più grandi filosofi dell’antichità, Platone e Aristotele.

Platone ha chiamato Dio il "Primo Amico", ma senza immaginare che Dio potesse offrire la sua amicizia all’uomo: impiegava piuttosto questa espressione per designare l’oggetto dell’anelito di coloro che cercano di ascendere al congiungimento con il divino. È vero che ha talvolta parlato di una qualche premura divina verso l’uomo, ma non ha mai pensato che Dio si rapportasse da amico verso l’essere umano, men che meno che per l’uomo potesse dare la vita.

Forse glielo ha impedito la concezione greca dell’amore (che egli recepisce salvo pochi spunti in contrario), secondo cui l’amore è desiderio, è tentativo di eliminare un’imperfezione, una mancanza. Dunque Platone non riusciva ad attribuire a Dio quella forma di amore che si chiama amicizia, pena introdurre in Dio l’imperfezione. Per questo stesso motivo, anche Aristotele nega che Dio possa amare l’uomo e, salvo qualche cenno non approfondito, afferma che Dio non ama l’uomo e che nemmeno lo pensa. E quando questi due grandissimi pensatori accennano a una qualche premura di Dio per l’uomo, essa riguarda solo gli uomini giusti e non i malvagi.

Il cristianesimo, invece, introduce l’idea di un Dio che compie una discesa per amore verso l’uomo, fino alla morte di Cristo in croce, e pensa nitidamente, senza il minimo tentennamento, l’amore come dono gratuito. Di più, una delle Persone divine, lo Spirito Santo, è l’Amore del Padre e del Figlio. Per il cristianesimo «Dio è amore» (1 Gv 4,8), amore perfetto ed esclusivamente generoso che ama ogni uomo, anche quello malvagio.

Resta però un problema. Come può esserci amicizia tra Dio e l’uomo, vista la loro enorme differenza, quando l’amicizia richiede proprio la somiglianza tra gli amici? Aristotele aveva ben chiaro questo problema e perciò ha escluso con sicurezza la possibilità di una relazione amicale tra Dio e l’uomo. Sul piano delle possibilità di comprensione della ragione era nel giusto. Infatti, la ragione umana non poteva da sola sapere che l’amicizia tra uomo e Dio è invece possibile: sia in quanto Dio si è fatto simile all’uomo, incarnandosi e assumendo tutto della condizione umana fuorché il peccato, sia perché la grazia divina eleva l’uomo a partecipare (in qualche misura) alla vita di Dio, rendendolo simile a sé.

Così, il cristianesimo esaudisce l’umano desiderio naturale di avere un amico perfetto, come può esserlo soltanto Dio. Il Dio cristiano è davvero il Migliore Amico, sia perché non ha nulla da guadagnare dal rapporto con l’uomo (in quanto è già perfetto), dunque può essere totalmente generoso, sia perché Dio (essendo Onnipotente) conosce, vuole e fa il nostro bene meglio di chiunque: a volte – come nota san Paolo – «noi non sappiamo nemmeno cosa domandare, ma lo Spirito intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili».

Giacomo Samek Lodovici
© Avvenire, 3 luglio 2011
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