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L’inclusione secondo don Milani

Sul Priore di Barbiana ne abbiamo ascoltate tante in questi anni e altre di sicuro ne verranno dette in futuro perché quelli come lui non scompaiono facilmente andandosene via per sempre.

Uomini di tale potenza esistenziale s’incidono come stelle fisse negli occhi di chi li conosce e li tiene vivi a nostro vantaggio, nei più innumerevoli modi: non quali biglie preziose da stringere in un pugno chiuso, neppure fossero segreti, bensì alla maniera di programmi da svolgere, proclami da sillabare, doni da condividere, per consentirci di uscire dall’indifferenza, superare l’isolamento e diventare persone responsabili. Includere, cioè conquistare una coralità. Chi resta fuori dal consorzio sociale, confinato in un angusto nucleo umano ma anche negli studioli delle accademie specializzate, rischia di atrofizzarsi come una pianta senza acqua. Inutilmente molti scrittori del Novecento hanno voluto convincerci del contrario mitizzando l’artista che vive da solo contro tutti allo scopo di comunicare chissà quale rivelazione.

Don Milani compie una rivoluzione in questo piccolo mondo. Invece di stilare progetti, si rimbocca le maniche e cerca di tamponare la ferita interiore che ha visto. È la sua prima vera scoperta, quasi l’essenza del cristianesimo. Una voce sembra bisbigliare nel nostro orecchio: non perdere altro tempo, muoviti con le risorse di cui disponi, lascia a terra il bagaglio, fatti avanti come sei, non come potresti essere. Due tuniche sono troppe: ne basta una. Quando finalmente il maestro si toglie il basco, la sciarpa e la mantella, pronuncia poche parole. Entra piuttosto in azione consegnando agli alunni la carta geografica della Palestina da colorare con gli acquerelli. I ragazzi gli vanno subito dietro perché avvertono la sua autenticità. Si rendono conto che il maestro fa sul serio. È la forza della vera vocazione: non importano i metodi, non contano le valutazioni. Docimologie, tecniche didattiche, livelli di apprendimento, obiettivi da raggiungere: queste cose sono importanti, certo, ma non avrebbero nessun valore se prima di tutto non si realizzasse l’incontro umano fra me e te. Qui e ora. Con le nostre semplici carte sporche e consunte.

L’alleanza istintiva fra l’insegnante e le famiglie dei bambini – «Se torni a casa e dici che ti ha dato un nocchino, io te ne do due. Capito?» – è il segno incontrovertibile di un lavoro che si sta facendo insieme per il «bene comune». Si tratta di un’esperienza intensa, senza cattedra, senza registro e senza voti, nella quale alcune figure, apparentemente marginali, come il professor Agostino Ammannati, che la domenica sale in canonica a leggere i Promessi sposi, o l’Eda, pronta a spalmare la marmellata sulle fette di pane, diventano decisive per definire lo scenario

Oggi i ragazzi di Barbiana vengono dall’Afghanistan, dalla Nigeria, dal mondo slavo. Hanno alle spalle detriti, macerie e relitti, eppure quando ridono sembrano aver dimenticato tutto. L’esempio di Barbiana torna a imporsi in chiave multiculturale per favorire una vera integrazione, che dovrebbe combattere anche la fragilità degli adolescenti italiani, spesso inebriati dai miti del successo, della bellezza e della sanità. Del resto, la presenza dei giovani migranti rende ancora più incandescente la grande questione sollevata dal Priore con radicalità ben superiore alla semplice promessa politica: l’uguaglianza delle posizioni di partenza. Soltanto se non smetteremo di sentire come una spina dolorosa questo problema irrisolto potremo dire a noi stessi di non aver tradito lo spirito di don Milani.

Eraldo Affinati
© Avvenire, 17 luglio 2011
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