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La cattedra del credente Martini

Lectio divina e dialogo con tutti: non erano due cose diverse, ma l'unica strada possibile per una vita che accetta di rimettersi in discussione ogni giorno alla luce del Vangelo

E' passata la lunga giornata di ieri in cui in tanti abbiamo riletto, riascoltato, riscritto chi era il cardinale Carlo Maria Martini. E credo che un'emozione del tutto particolare l'abbiamo provata noi quarantenni cresciuti alla sua "scuola della Parola" nella Milano degli anni Ottanta e Novanta. Sono della generazione per la quale Martini è stato semplicemente il vescovo: la generazione di quelli che da adolescenti l'hanno conosciuto ricevendo da lui una biro con inciso un consiglio molto prezioso: "Sottolinea il Vangelo!". E lui poi spiegava come usarla per la lectio, la meditatio, la contemplatio, l'oratio e l'actio, i momenti della lectio divina. Siamo stati quelli che nei momenti importanti ci ritrovavamo in duomo intorno alla sua cattedra e lui - da chissà dove - tirava fuori un'icona biblica fino ad allora a noi del tutto sconosciuta: diventava un raggio di luce che riusciva a illuminare un nuovo passo del nostro crescere nella fede. A Milano noi non abbiamo fatto il Sinodo dei giovani: lui ci invitò all'Assemblea di Sichem; quella di Giosuè con il popolo di Israele prima di entrare nella Terra promessa, per decidere se davvero volevamo "servire il Signore".

Per tanti poi c'è stato anche il Gruppo Samuele, il cammino di un anno in cui aprirsi a 360 gradi per un percorso di discernimento vocazionale: ragazzi e ragazze, andavamo al seminario di Porta Venezia per una domenica al mese, con l'impegno di dedicare anche nelle altre giornate più tempo al silenzio e alla preghiera. E alla fine di quel percorso dovevi scrivere una lettera personalmente a lui, prendendo il coraggio a due mani e provando a indicare qualche scelta concreta su ciò che avevi intenzione di fare della tua vita.

Di mio ho avuto anche una serie di fortune aggiuntive. Mi sono accostato al giornalismo proprio negli anni in cui lui scriveva "Il lembo del mantello", la sua lettera pastorale sul rapporto tra i cristiani e i mezzi di comunicazione. E occupandomi di informazione religiosa ho anche avuto l'occasione di seguirlo in presa diretta a lungo, a Milano come anche a Gerusalemme. Insomma e per farla breve: gli devo proprio tanto.

Proprio per questo - però - c'è una cosa che mi preme particolarmente dire in questo momento. Non c'è ricostruzione o profilo a lui dedicato in cui non si associ il suo nome alla Cattedra dei non credenti, il confronto pubblico con il mondo laico che lui volle promuovere attraverso una serie di iniziative. Fu certamente una delle intuizioni centrali del suo episcopato a Milano e uno dei motivi per cui in tanti lo hanno amato. Però - come per il volto di qualsiasi persona - stiamo attenti a non farci ingabbiare da questo profilo. A trasformarlo in uno stereotipo. Perché ho come l'impressione che - anche nelle rievocazioni di queste ore - si rischi di non capire davvero che cos'era per lui il dialogo. Di perdere di vista la Cattedra del credente Carlo Maria Martini, quella forse meno mediatica ma non per questo meno vera. Quella sulla quale un uomo timidissimo, sempre un po' impacciato, si trasformava in un maestro che saresti rimasto ad ascoltare per ore.

La Cattedra dei non credenti l'ha voluta un uomo che era profondamente credente. Al punto da mettere la Parola di Dio al centro di ogni minuto della propria vita. Il suo citare in continuazione brani o personaggi della Scrittura non era il vezzo di un erudito, ma una professione di fede in un Dio che si è rivelato agli uomini attraverso la Scrittura. E quando doveva riassumere che cosa erano state per lui quelle "tre settimane di anni" sulla cattedra di Ambrogio, lui non citava mai gli anni di piombo, tangentopoli o i grandi dibattiti sull'etica. L'unica cosa che Martini diceva era: ho provato a insegnare alla gente a prendere in mano la Parola di Dio.

Il dialogo di Martini non era una concessione al non credente, ma un atto di fede. Un modo per testimoniare che il Vangelo parla all'uomo, al di là di ogni sua singola condizione. E parla di una verità che - paradossalmente - proprio il confronto con chi non crede a volte può insegnarci a cercare meglio, andando oltre qualche idolo un po' troppo comodo.

La Cattedra dei non credenti non nacque per la smania di apparire una Chiesa aperta, ma per aiutarci a credere meglio. Perché solo accettando la sfida di un confronto in campo aperto e rispettoso dell'altro si cresce davvero nella fede. Altrimenti tutto si riduce solo alla ripetizione di qualche formula consolatoria. Lectio divina e dialogo con tutti: non sono due cose diverse, ma l'unica strada possibile per una vita che accetta di rimettersi in discussione ogni giorno alla luce del Vangelo. Grazie per avercelo insegnato padre Carlo Maria.

Giorgio Bernardelli

© www.vinonuovo.it, 1 settembre 2012

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