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La fede? Un dono senza copyright

Non arrivo a dire «benedetta secolarizzazione», ma credo che il Papa ad Assisi ci abbia invitato a chiamare «fratello» l'ateo che cerca con cuore sincero.

«Come cristiano, vorrei dire (che): sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna». È una delle frasi più citate dai media tra quelle pronunciate da Benedetto XVI ad Assisi settimana scorsa. E certamente è una di quelle che più lasciano il segno.

Ma qui vorrei tornare su un'altra parte del discorso del Papa non meno provocatoria che, però, mi pare sia rimasta un po' in ombra. A differenza di Giovanni Paolo II, Papa Ratzinger (quello che, secondo molti, non crederebbe allo "Spirito di Assisi") ha voluto che partecipassero al "pellegrinaggio della verità e della pace" anche alcuni non credenti. Una pattuglia che rappresentasse le tante persone che «non affermano semplicemente: "Non esiste alcun Dio"» ma che «soffrono a motivo della sua assenza e, cercando il vero e il buono, sono interiormente in cammino verso di Lui».

Di costoro il Papa ha dato una definizione "provvidenziale", in quanto - ha detto - «pongono domande sia all'una che all'altra parte», dal momento che «tolgono agli atei combattivi la loro falsa certezza, con la quale pretendono di sapere che non c'è un Dio, e li invitano a diventare, invece che polemici, persone in ricerca, che non perdono la speranza che la verità esista». Ma - ha aggiunto Benedetto XVI - i non credenti «chiamano in causa anche gli aderenti alle religioni, perché non considerino Dio come una proprietà che appartiene a loro così da sentirsi autorizzati alla violenza nei confronti degli altri. Queste persone cercano la verità, cercano il vero Dio, la cui immagine nelle religioni, a causa del modo nel quale non di rado sono praticate, è non raramente nascosta. Che essi non riescano a trovare Dio dipende anche dai credenti con la loro immagine ridotta o anche travisata di Dio. Così la loro lotta interiore e il loro interrogarsi è anche un richiamo a noi credenti, a tutti i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio - il vero Dio - diventi accessibile».

Queste parole del Papa mi hanno fatto venire in mente la stagione della Cattedra dei non credenti, lanciata alcuni anni fa dal cardinale Carlo Maria Martini a Milano e, non di rado, irrisa come un tentativo "snob" o persino di un'esperienza a forte tasso di relativismo. Così non è. Quell'iniziativa muoveva esattamente dagli stessi presupposti, ovvero che il credente porta la responsabilità della fede che ha ricevuto in quanto dono. Il che significa che non ne possiede il copyrigth, non è sua "proprietà", né può brevettarne un modello (e invece quante volte passiamo, anche involontariamente, l'idea che una certa forma di cristianesimo sia "la fede" tout court). Ancora: se la fede è innanzitutto un dono che Dio gratuitamente ci fa, si può (si deve) testimoniarla, annunciarla. Mai brandirla. Perché non è "cosa nostra". Se lo facessimo, compiremmo anche noi un atto di violenza: certo meno sanguinaria del kamikaze islamista che semina terrore al grido di "Allah Akhbar", ma comunque violenza, prevaricazione sull'altro.

Di più: se la fede è un dono, tutti abbiamo la responsabilità di condividerla con gli altri in modo che sia "leggibile" da chi credente non è, al netto delle nostre fragilità e debolezze che ovviamente esistono ed esisteranno sempre. Il Papa ci ricorda che «il Dio in cui noi cristiani crediamo è il Creatore e Padre di tutti gli uomini, a partire dal quale tutte le persone sono tra loro fratelli e sorelle e costituiscono un'unica famiglia. La Croce di Cristo è per noi il segno del Dio che, al posto della violenza, pone il soffrire con l'altro e l'amare con l'altro. Il suo nome è "Dio dell'amore e della pace"».

Ciò significa che tutte le volte in cui i non credenti intravedono nelle nostre parole, azioni e omissioni un volto di Dio diverso da questo noi stiamo dando contro-testimonianza al Dio vero, stiamo diventando scandalo per loro: un inciampo. E il Vangelo ci ricorda quale destino terribile sarebbe preferibile per chi semina scandalo...

Dico tutto questo perché mi pare che il discorso di Assisi introduca un nuovo paradigma col quale leggere anche il rapporto tra i cristiani e il mondo che ci circonda. Non arrivo a dire "benedetta secolarizzazione", ma credo che il Papa, con quello che ci ha detto, ci invita a chiamare "fratello" l'ateo che cerca con cuore sincero.

Di più: il Papa, rilanciando il dialogo come dimensione irrinunciabile, fa capire che esso, quando autentico (ossia ancora alla propria radice ma aperto con sincerità al'altro) ci cambia tutti in meglio.

È l'esperienza che ho sentito raccontare da tanti missionari in giro per il mondo e che sulle pagine di "Mondo e Missione spesso raccontiamo. Vorrei qui concludere citando poche righe di un'intervista della collega Chiara Zappa con padre Jean-Marie Ploux, 74 anni, teologo, già vicario generale della Mission de France. Padre Ploux, che ha compiuto studi approfonditi di arabo e islamistica, è impegnato in prima persona in esperienze di dialogo interreligioso ed ecumenismo, ha da poco pubblicato da Qiqajon il volume "Il dialogo cambia la fede?". Scrive: «Che il dialogo cambi le persone è un fatto sperimentato da quelli che lo praticano. Penso ai monaci cristiani e buddhisti che si incontrano ormai da anni, o alle comunità interconfessionali, o a tutti coloro che hanno fatto il primo passo per andare verso l'altro. Il dialogo ci rende prima di tutto molto più coscienti della complessità delle situazioni umane e degli stessi uomini: è una bella scuola d'umiltà e rispetto! Esso ci aiuta inoltre a riscoprire la dimensione mistica della nostra fede: Dio è sempre al di là di ciò che possiamo afferrare o esprimere di lui».

Gerolamo Fazzini

© www.vinonuovo.it, 1 novembre 2011

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