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La Libia e gli imbarazzi dell'Italia

È passato appena un anno da quando «30Giorni» pubblicava in allegato la sbobinatura dei discorsi pronunciati da Gheddafi durante il viaggio del 2009

A tutto c'è un perché. Anche all'ondivaga politica italiana sull'intervento militare in Libia e a certe curiose affermazioni che sono andate dal "Non voglio disturbare Gheddafi" fino al recente "Mi dispiace per lui". Le italiche incertezze non sono però frutto del caso, ma - stile a parte - derivano dal complesso intreccio di relazioni che legano a corda doppia Libia e Italia, soggetti libici e soggetti italiani.

Quando la situazione in Nordafrica e in Libia in particolare era (o sembrava) tranquilla, in Italia si sono chiusi occhi e orecchi e si è arrivati persino a pubblicare un libro, che, visto oggi, suscita un riso amaro. Perché mostra un'imbarazzante subalternità dell'Italia che non riesce a distinguere le bizzarrie di un capo di stato (libico) dallo stato che egli rappresenta.

Si tratta del supplemento al numero del maggio 2010 di 30Giorni. Nella Chiesa e nel mondo, periodico di area ciellina diretto da Giulio Andreotti. Curato da Giovanni Cubeddu, s'intitola Il viaggio del Leader. Muammar Gheddafi in Italia. Discorsi. Fedele e curata deregistrazione delle parole pronunciate dal capo di stato libico durante il suo primo viaggio ufficiale in Italia nel 2009: un utile presidio per memorie corte.

Innanzitutto per il cinismo (real)politico di cui fa il consueto elegante sfoggio il senatore Andreotti: "Questa raccolta (...) ha il pregio d'immergere chi legge, fuori dalle considerazioni contingenti o volutamente politiche [per carità!], nella colorata e talvolta sorprendete retorica di un uomo che ha guidato il suo paese da una psicologia postcoloniale, talvolta verbalmente risorgente, alla consapevolezza di dover assumere una responsabilità regionale e cominciare a lavorare per le generazioni future, in un quadro di sviluppo e pace" (7-8; sic!).

Poi, perché si ricordano alcuni dei buoni motivi che devono spingere a una diplomatica accettazione delle intemperanze di un leader dalla retorica "colorata e sorprendente". Innanzitutto per la sua ferma lotta contro il fondamentalismo islamico; poi per il fatto che "secondo la raccomandazione di De Gasperi" con "i vicini un accordo va sempre ricercato", smentendo "i profeti di sventura" che dipingevano Gheddafi "a tinte unicamente fosche" (8). A voler essere pignoli mancherebbe il dettaglio sull'approvvigionamento petrolifero...

Comunque, dobbiamo dare atto, c'è stata una certa coerenza. Come rileva l'ex ambasciatore libico in Italia, Abdulhafed Gaddur (uno dei primi a schierarsi a fine febbraio con l'ala anti-Gheddafi), tutti i governi italiani hanno trattato con la Libia, da Andreotti (1991), D'Alema (1999), Prodi (2006) fino a Berlusconi (2004) firmando a livello ufficiale prima il 4 luglio 1998 il Comunicato congiunto libico-italiano e poi il 30 agosto 2008 il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione.

Diciamo che le colpe del colonialismo italiano in terra libica, da un lato hanno portato al giusto "indennizzo del popolo libico per quanto ebbe a soffrire" (11), ma poi hanno esagerato sino a voler chiudere gli occhi su un Gheddafi autoproclamatosi "pioniere nel sostegno agli oppressi e ai perseguitati ovunque" nel mondo (14).

E fors'anche le orecchie visto che, tra le altre pacchianerie, si è dovuto assistere anche alla scenetta - "colorata e sorprendente" - di un Gheddafi che all'Università La Sapienza di Roma dà un'indimenticabile lezione di democrazia: "democrazia deriva da una terminologia araba che unisce il termine popolo e sedia. L'origine etimologica indica perciò che il popolo si deve sedere sulle sedie" (78).

Certo solo con un colpo da maestro à l'italienne si poteva superare il leader - a destra o a sinistra, non saprei - anche nel campo del machismo. Rispondendo a una domanda sulla condizione della donna nella società libica, dice un serafico Gheddafi: "Potete vedere che ci sono con noi alcune donne ufficiale libiche", a dire di una parità ormai quasi di tipo occidentale. Tuttavia riesce a portargli via la scena il rettore dell'almo istituto, Luigi Frati, che chiosa (pagine 77 e 78): "Le abbiamo apprezzate molto. Sono molto belle. Meglio loro dei suoi collaboratori maschi... Purtroppo c'è mia moglie in sala e non posso dire quello che vorrei dire...".

Quasi quasi ci tocca apprezzare le mirabili pagine dedicate alla donna in quel manifesto rivoluzionario che è Il libro verde, firmato da Gheddafi nel 1975 e prontamente ristampato in questi giorni e allegato a Il Giornale...

Così, se la nostra politica estera sulla Libia appare oggi senza direzione, qui si trovano alcuni dei perché.

Maria Elisabetta Gandolfi

© www.vinonuovo.it, 2 aprile 2011

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