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La predicazione al tempo dei nuovi media. Comunicatori di Dio

Ogni sacerdote ormai deve tener conto di una realtà nella quale il potere del "virtuale" irrompe in modo decisivo fino a determinare i concetti di bene e male. Perciò egli non può escludere a priori di usare come sacerdote quei media da altri usati solo come presenzialismo soggettivo.

In una stagione come quella attuale, in cui sono tramontate, ma solo teoricamente, le grandi ideologie del XX secolo, convertitesi, di fatto, in radicalismo, pragmatismo e relativismo, le esigenze di riferimenti sicuri si appuntano non di rado sulla figura del sacerdote come mediatore e modello. Ma, a ben guardare, questo suo ruolo si è venuto progressivamente consolidando nell’epoca in cui dominante è stata la cultura del libro. Quando, invece, si è passati alla cultura dell’immagine e, a causa delle nuove tecnologie, è esploso tutto il potenziale della comunicazione di massa, nel mondo cattolico si è manifestata una sorta di effetto traumatico.

Comunicazione e mutamento dei tempi

Mentre il concilio Vaticano II nel decreto Inter mirifica ha trattato solennemente degli strumenti di comunicazione sociale, con un taglio squisitamente spirituale, la condizione comunicativa del sacerdote è rimasta legata ai modi e alla mentalità dell’epoca precedente.

Tale condizione, soprattutto, non ha aiutato a capire che il diretto antagonista del sacerdote non è solo l’ideologo ateo, ma è soprattutto il personaggio umano che emerge da cinema, televisione, stampa e pubblicità di massa che, con la forza espressiva del linguaggio massmediale, modifica mente, costume e sistema dei valori.

Anche lo psichiatra Vittorino Andreoli, un’autorità indiscussa nel campo della scienza del comportamento, a questo proposito esprime una preoccupazione sul ruolo dei sacerdoti nella società di oggi, che è tutt’altro che rigettabile (cf "I preti e noi" in Avvenire, 30.4.08, p. 23): «Se nel passato era la gente che andava al tempio, ora bisogna che il sacerdote esca e richiami chi è sordo o disattento ad entrare. Bisogna che egli si proponga. [...] E per potenziare questa facoltà, egli deve prepararsi a comunicare in maniera efficace per essere in grado di interessare, incuriosire, attrarre. Si parla a questo proposito di carisma. [...] Carisma che è sì una dotazione naturale, ma che in parte si può anche acquisire. [...] Siccome il sacerdote ha per obiettivo non di piacere agli altri, ma di portarli là dove l’attenzione si centra su Cristo, egli deve dedicarsi alla causa del Signore in modo che sia attraente».

Forse si può non riconoscere a uno psichiatra il compito di occuparsi di aspetti di comunicazione religiosa, ma, se si ritorna addirittura ai primi anni Sessanta, si trovano ammissioni dello stesso Osservatore Romano circa «il deserto materiale e spirituale che si è andato formando sotto i pulpiti» che possono valere anche per oggi (cf L’Osservatore Romano, 1.1.1961). Non è un caso, quindi, che si parli sempre più di convertire o ri-evangelizzare quel nuovo pubblico, sensibile ormai solo più alla pervasiva civiltà dell’immagine e alle ideologie che di essa si servono.

Siamo, infatti, di fronte a un fenomeno tale per cui la superficiale e frammentata informazione distribuita dai massmedia pare ai più, spesso non per calcolata superbia, un bagaglio sufficiente di scienza e di cultura che basta ad affrancarli da quella figura del sacerdote che, solo non tanti decenni addietro, era termine di paragone quanto a sapienza e spiritualità.

Per comprendere meglio questo stato di cose, allora, bisogna partire dalla distinzione fondamentale tra predicazione in senso stretto (quella che fa sì che la Parola divina venga ascoltata e messa in pratica) e predicazione in senso largo (quella che riesce a muovere la volontà attraverso le emozioni). Mentre cinema e televisione, Internet, grazie al loro linguaggio di predicazione in senso largo, acquistano sempre più credibilità e si trasformano in un tipo di predicazione in senso stretto, facendosi ascoltare come "divine" autorità, «la predicazione dall’altare, non riuscendo a coinvolgere l’assemblea dei fedeli né emotivamente né conoscitivamente, perde la funzione specifica, isterilisce l’aspirazione dei fedeli e frustra la missione del sacerdote» (cf Taddei N., Predicazione nell’epoca dell’immagine).

Come affrontare il problema

Ai sacerdoti si può, pertanto, suggerire che essere "comunicatori di Dio" in seno alla mentalità e alla cultura odierne, vuol dire orientarsi verso un metodo per una predicazione coinvolgente, che si basi su tre indiscutibili qualità di presupposto: competenza, convinzione e coraggio.

1 La competenza esige studio, esperienza, serietà. Il sacerdote intellettualmente onesto, oggi, non può permettersi l’arbitrio di dirimere questioni come sono quelle sollevate di sovente dal mondo dei media, se non le conosce abbastanza. In certe questioni che toccano vitali punti dell’etica e della fede, quali il tema della vita, della bioetica, della famiglia, della giustizia, il sacerdote deve pronunciarsi, ma non può pronunciarsi se non con profonda competenza. Allo stesso modo circa il condizionamento esercitato dai media sulle coscienze non può ridurre la sua funzione a un intervento di stampo moralistico.

2 Quanto alla convinzione, essa diviene la molla decisiva della predicazione, perché deve proporre la verità "allo stato caldo". La predicazione, quindi, nel suo valore di comunicazione autentica, non può essere la ripetizione di una lezioncina mandata a memoria per forza. Il predicatore deve parlare con la ricchezza del cuore; egli non dovrebbe mai parlare di ciò che non sente, pena il suonare stonato, falso e quindi inutile se non controproducente.

3 Infine un disinteressato e cristiano coraggio deve essere la terza qualità di una predicazione che voglia incidere. Una tale predicazione, coraggiosa e sincera, rischia sempre di provocare risentimenti ed essere ostacolata da chi vede minacciato il suo potere, ma si rende indispensabile in un contesto di scarso senso della testimonianza quale quello che oggi viviamo.

Solo così si può sperare di collocare in modo corretto il messaggio evangelico all’interno della modernità. E proprio alla Chiesa, depositaria di questo messaggio, viene chiesto di compiere il grande sforzo di innovare i suoi interventi predicatori. Non è, pertanto, arbitrario sostenere che educare attraverso la comunicazione e, oggi, educare tenendo conto della comunicazione sociale, diviene parte integrante della missione salvifica della Chiesa.

Per questo si può dire che un’educazione della persona, nel contesto della modernità, è ben fatta quando si serve della buona predicazione in grado di liberare dalla massificazione. Chi, dunque, vuole predicare al passo con i tempi non può non tenere conto del fatto che i massmedia sono ormai uno strumento di potere; e la "salvezza" non è un obiettivo che i poteri terreni, di qualsiasi natura essi siano, si propongano. L’unica via per contrastare questa pseudo-predicazione è l’educazione al discernere in seno ad essa ciò che è buono e ciò che non lo è.

Il linguaggio che la gente coglie

Se ci chiedessimo: «Qual è il linguaggio che veramente la gente oggi è in grado di cogliere?», dovremmo inevitabilmente ammettere che spesso noi crediamo di farci capire perché usiamo una lingua più o meno nota ai nostri ascoltatori, ma la cui comprensione invece non è così scontata. Non basta avere in comune la conoscenza dei singoli segni verbali. Occorre anche quella prodotta dalla loro struttura, cioè la conoscenza del linguaggio, non tanto a livello grammaticale e sintattico, quanto a livello di composizione semantica.

Infatti, anche quando si ricorre al linguaggio verbale, ci sono nuove potenzialità semantiche e comunicative proprie del linguaggio dell’immagine che permettono oggi di far comprendere con maggiore facilità concetti, perfino teologicamente difficili, anche a coloro che sono sprovvisti di specifica competenza in questa materia. Questo, tuttavia, non significa che si debba predicare necessariamente con immagini, ma che, certamente, si deve predicare con il linguaggio dell’immagine.

In questo senso diventa indispensabile abituarsi a "tradurre" in termini correnti, legati appunto al linguaggio indotto dall’epoca dell’immagine, i concetti che il sacerdote ha acquisito nella sua formazione.

Infatti, oggi non si riesce più a fare capire a ragazzi o giovani certi concetti religiosi, e se non si tiene conto di questo fattore comunicativo, rischiano di rimanere lettera morta o esercizio temporaneo, senza esito duraturo, anche gli sforzi di rinnovamento catechetico e liturgico. Così, facilmente, finiscono per scaricarsi sull’oggetto della predicazione (cioè sulla fede) la noia e l’antipatia che dipendono, invece, da fattori comunicativi.

S’impone, quindi, all’attenzione dell’educatore-predicatore cristiano, l’adozione di una solida e scientifica strategia dell’apostolato in epoca massmediale. Come raggiungere la chiarezza? Come scegliere tra i contenuti? Come convincere senza condizionare? Come attrarre, neutralizzando la concorrenza dei modelli cinematografici e televisivi? Come integrare il messaggio cristiano in questa cultura di massa secolarizzata? Nella predicazione, dunque, il contatto col recettore deve avvenire sull’interesse. Cioè, l’argomento della predicazione deve essere proposto come qualcosa che interessi direttamente la persona.

Le domande importanti

Vale la pena, allora, per adeguarsi a questa dimensione, di chiedersi: "Quali sono i problemi connessi col cristianesimo, che interessano in questo momento?". Oppure: "Quali sono i problemi da cui oggi la gente è presa e che certamente non vede connessi col cristianesimo, mentre lo sono?". E ancora: "Qual è il mezzo, termine di interesse che si può trovare tra il messaggio evangelico e la vita concreta di questo periodo o di sempre?". E ancora: "Questo problema religioso, che nel calendario liturgico odierno le scritture indicano, ha qualche aggancio di interesse con la persona concreta d’oggi?". E ancora: "L’interesse che oggi attira l’attenzione della gente ha un effettivo valore di fronte al problema della salvezza?". "Se non lo ha, come si può fare per mostrarne la inconsistenza a fronte del tema della salvezza?".

Se non si sanno dare risposte convincenti a questo tipo di domande e se prosegue la tendenza a ideologizzare in chiave socio-politica il Vangelo, allora non ci si deve meravigliare se il cristianesimo non riesce a far presa e, al posto dei valori, nella nostra società ingrossa sempre più una "fede" in un’ideologia sociale, che viene anteposta alla fede nella ricerca della salvezza cristiana.

Se la predicazione, infatti, deve essere un messaggio di spiritualità, sia pure «incarnata», la sua funzione non può essere quella, come purtroppo succede sempre più frequentemente oggi, di secolarizzare, cioè materializzare, il messaggio cristiano, bensì quello di ri-spiritualizzare la mentalità corrente.

Sempre memore delle parole di Paolo VI, che vedeva «nella frattura tra la cultura e il Vangelo il dramma della modernità», il mondo ecclesiale dovrebbe sentirsi rincuorato e spronato dal capitolo 37 dell’enciclica Redemptoris missio, che coglie con estrema sapienza l’esigenza di inculturare l’insegnamento del Vangelo all’interno del fenomeno dei nuovi "areopaghi" tecnologici (cf anche Cei, Comunicazione e missione, Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa).

Già solo a considerare l’universo comunicativo che si è aperto con YouTube e con i social network come Facebook, dove "l’esserci" e "dire qualcosa comunque" è, per la psicologia delle nuove generazioni, importante a prescindere dai contenuti, dovrebbe far riflettere sul percorso comunicativo del sacerdote dell’oggi e del domani. Il senso della virtualità va padroneggiato apprendendo la logica della sintesi al posto della retorica e della dialettica della comunicazione verbale. Anche il flusso di assistenza spirituale che promana dalla capacità colloquiale del sacerdote nei vari momenti del suo ministero, compreso quello dell’amministrazione del sacramento della penitenza, deve ormai tener conto di una realtà nella quale il potere del "virtuale" irrompe fino a determinare una distorta percezione dei basilari concetti di bene e di male.

Di fronte a tutto ciò si richiede non un generico atteggiamento "perdonista" o un succedaneo della psicologia, bensì una rigorosa logica e un’organizzazione del pensiero, illuminata sì dai principi cristiani, ma capace di argomentare in termini rapidamente sintetici, tali da competere in efficacia con l’icastica pregnanza del linguaggio dell’immagine. È dunque un addestramento che è necessario fare a partire dalla capacità di individuare bene l’obiettivo che la predicazione o l’azione pastorale intendono raggiungere.

Ne consegue che il sacerdote deve verificare le sue precise conoscenze e deve saperle organizzare logicamente scegliendo quelle soluzioni comunicative che sono più opportune per la psicologia e la preparazione del pubblico di fedeli che ha davanti. E, ora che le platee si sono fatte potenzialmente ampie a causa della dilatazione di spazio offerta dalle tecnologie elettroniche e digitali, il prete non può escludere a priori di dovere usare "come sacerdote" quei media che altri usano solo in termini di presenzialismo soggettivo.

La prospettiva finale

È indispensabile, quindi, imboccare una strada che metta al servizio della Parola tutte le conquiste di un’alta professionalità comunicativa. Il sacerdote, predicatore, educatore non può non sentire l’obbligo morale di individuare e di non subire l’inganno delle comunicazioni inavvertite diffuse dai media, nelle quali si nasconde tutto il potere manipolativo della coscienza. E, una volta maturata una mentalità libera, l’ufficio del ministero sacerdotale, che lo rende oggi pienamente "comunicatore di Dio" è quello di far trionfare, nel contesto di una società massificata dai media, quella caritas in veritate di cui Benedetto XVI ha tracciato la sublimità. Solo così egli può dare un contributo, oltre che alla salvezza individuale, anche per una società migliore e responsabile.

E, nel segno delle proprie radici culturali, mai dimenticate, ma sempre riscoperte, rinnovate e proposte attraverso quel meraviglioso strumento che le nuove tecnologie della comunicazione offrono, il sacerdote può, oggi, combattere una decisiva battaglia per salvare la dignità dell’uomo come persona mentalmente libera.

«La verità vi farà liberi» ha affermato il Vangelo nella sua indiscutibile semplicità. In fondo la "comunicazione di Dio", realizzata in sintonia con l’epoca dei media, è una strada obbligata, che sarebbe stoltezza e superbia ignorare o rifiutare e che bisogna, oggi, percorrere con spirito caritatevole per l’intelletto, per far riemergere la verità nell’odierno problematico panorama culturale.

Mons. Francesco Cacucci
Arcivescovo di Bari-Bitonto, Gran Cancelliere della Facoltà teologica pugliese

 

Bibliografia

Taddei N., Predicazione nell’epoca dell’immagine, LDC 1964, Torino-Leumann; Taddei N., Papa Wojtyla e la "nuova cultura" massmediale, EDAV 2005, Roma; Cacucci F., Teologia dell’immagine: prospettive attuali, i7, Roma2 1971; Cacucci F., Il prete nel cinema italiano, Ecumenica 1980, Bari.

© Vita Pastorale, n°5 - maggio 2010

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