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La Quaresima, un tempo per liberarsi dalle maschere.

La Quaresima è un invito non solo a sfilarsi le maschere e por fine allo scatenarsi del Carnevale, ma a far cadere le maschere della finzione, le identità false che assumiamo per piacere e avere successo, a riconoscerci e ad accettarci per que llo che in verità siamo e per quel che per grazia siamo resi in grado di essere: nel nostro limite e debolezza, ma anche nella nostra grande dignità e potenzialità; è un invito a “rientrare in noi stessi” (Luca 15,17) per andare oltre noi stessi verso l’altro e verso Dio.

L’antica tradizione del Carnevale continua a essere nel mondo diffusamente viva, in forme molto diverse. Si va dai tradizionali carri allegorici – da sempre occasioni di “castigare ridendo” costumi e personaggi, di irridere impunemente al potere – alle versioni più in chiave teatrale e artistica, a quelle di un più diretto e scoperto invito al semplice sfrenarsi in trasgressioni di vario genere. Quasi ovunque si fa qualcosa almeno per i più piccoli, sempre affascinati dal gioco del “vestirsi da”.

Ma il mascherarsi, il celarsi, l’assumere un’altra provvisoria identità o, comunque, poter agire nascondendo la propria, è innanzitutto un comportamento fine a se stesso, attraente già di per sé e non solo come e spediente per compiere azioni altrimenti “proibite”.

In gioco è qui la questione della nostra identità e del suo riconoscimento sociale.

Se il riconoscimento è un bisogno essenziale per ognuno, esso però è anche – come rileva la riflessione filosofica al r iguardo – sotto il segno della ambiguità.

Da un lato, individui e gruppi lottano giustamente per essere riconosciuti nei loro diritti e dignità; ma, d’altro lato, non rara, anzi diffusa nella interazione sociale, è la pretesa di essere “riconosciuti” per q uel che non si è, ma si vuole apparire; è il “darsi a credere” diversi e migliori e giocare nella società sotto tale fittizia identità.

Speculare e collegata a questo c’è la paura di essere riconosciuti per quel che si è, l’attitudine a dissimulare, che non va - beninteso – confusa con la tutela della intimità e privatezza né con la volontà di non esporsi a giudizi e sguardi distruttivi. Il che significa che la maschera non è solo un espediente giocoso del Carnevale, ma è qualcosa che inerisce al nostro comportamento sociale, e che non è privo di gravi insidie e ambiguità.

Oggi la maschera tende a non essere sovrapposta al viso e al corpo, ma a far tutt’uno con essi. E’ l’imperativo non tanto di essere attenti alla sacrosanta cura della propria immagine globale, quanto di apparire sani e prestanti, di nascondere i segni dell’età, a ogni costo, con ogni mezzo: tra l’altro, un immenso business di trattamenti cosmetici, ma anche medici e chirurgici, non esenti da gravi rischi. E che spesso presentano il conto, a distanza di anni, trasformando in maschere grottesche i volti ritoccati.

Alla differenza che intercorre tra, da un lato, la giusta cura di mantenersi nella migliore condizione psicofisica e di offrire una decorosa immaginedi sé e, dall’altro, le pratiche volte a "truccare" il corpo, a far “sembrare” giovani e bell i e forti nel corpo e nello spirito, ne corrisponde una analoga, e più insidiosa, sul piano culturale e politico.

Anche in questo più decisivo ambito, si cerca di conquistare consenso e successo non tanto cercando di mantenere sani il corpo e la vita sociali con interventi di conservazione e di innovazione; con proposte nuove, rispondenti a esigenza nuove, e con la cura di tutelare quanto va salvaguardato.

L’imperativo è, invece, creare “immagini” vincenti e brillanti; presentare “volti” seducenti, magari incompetenti e manovrabili; assumere le maschere più convenienti: affettando una compunta serietà o esibendo sfrontata trasgressività. Ciò che spesso si cela dietro a questo è meschinità, mediocr ità, arrivismi, avidità ed egoismi individuali e di gruppo, noncuranza del bene comune e sprezzo degli altri.

La Quaresima è un invito non solo a sfilarsi le maschere e por fine allo scatenarsi del Carnevale, ma a far cadere le maschere della finzione, le identità false che assumiamo per piacere e avere successo, a riconoscerci e ad accettarci per que llo che in verità siamo e per quel che per grazia siamo resi in grado di essere: nel nostro limite e debolezza, ma anche nella nostra grande dignità e potenzialità; è un invito a “rientrare in noi stessi” (Luca 15,17) per andare oltre noi stessi verso l’altro e verso Dio; a curarci autenticamente di noi, e non delle maschere, profumandoci la testa e lavandoci il volto (Matteo 6,16), chiedendo a Dio il collirio che guarisce la nostra cecità (Apocalisse 3,18), “digiunando” dalla nostra tronfia falsa immagine (Apocalisse 3,17); a “scatenarci”, cioè a liberarci dalla costrizione di apparire, nella società dell’immagine, liberandoci da ciò che ci impedisce di riflettere sul nostro volto il volto di Dio, di riconoscerlo in quello di ogni fratello in umanità e in tutte le manifestazioni del creato, che chiedono attenzione e cura.
 

Maria Cristina Bartolomei

(Jesus, n. 2 del 2010)

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