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La sfida dell'educazione alla fede

Relazione di Mons. Mariano Crociata ai sacerdoti e diaconi dell’Arcidiocesi di Bari–Bitonto, in occasione della Giornata di Santificazione Sacerdotale. Cassano delle Murge (BA), Oasi Santa Maria, venerdì 15 giugno 2012.

Dobbiamo essere grati al Santo Padre Benedetto XVI per avere indetto un Anno della fede, non solo a motivo della grazia che esso comunque rappresenta per ogni credente, comunità o Chiesa particolare, ma anche per il contributo specifico che apporta al cammino della Chiesa in Italia. I Vescovi italiani, infatti, hanno messo al centro dell’impegno pastorale del decennio l’educazione, con una attenzione specifica – in conformità alla loro propria missione pastorale – alla educazione alla fede. L’Anno della fede, con il richiamo alle due ricorrenze che lo hanno suggerito, offre al compito educativo due riferimenti fondamentali nel Concilio Vaticano II e nel Catechismo della Chiesa Cattolica (cf. Benedetto XVI, Lettera Apostolica Porta fidei, n. 4).

Su questo sfondo vorrei rileggere con voi gli Orientamenti pastorali. Una rilettura che intende puntare su alcune questioni nodali più che su una pedissequa esposizione di un documento che ben conoscete. Il motivo di questa scelta è presto detto. Penso che uno dei modi migliori di celebrare un Anno della fede sia proprio quello di far crescere la vita di fede di noi presbiteri e delle nostre comunità dentro il cammino ordinario di vita. Senza trascurare le iniziative straordinarie che dovranno essere intraprese o accolte, la ricchezza di questa indizione sta tutta nella sua capacità di far riflettere e risvegliare l’interesse per la fede nei nostri fedeli e attorno a noi. Il Papa definisce la finalità di questo Anno come un «riscoprire il cammino della fede per mettere in luce con sempre maggiore evidenza la gioia ed il rinnovato entusiasmo dell’incontro con Cristo» (Porta fidei, n. 2). E, a partire da tale esperienza, indica il duplice indivisibile compito di «riscoprire la gioia nel credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede» (cf. Porta fidei, n.7), e quello che cerca di unire «riflessione» sulla fede e «confessione di fede», per «conoscere meglio» e «trasmettere» la fede stessa (cf. Porta fidei, n. 8).

 

1.

Ci troveremmo in errore e sprecheremmo una opportunità se pensassimo che, alla fin fine, quella del Papa sia una iniziativa dettata da circostanze estrinseche e fortuite; essa invece risponde ad una esigenza che scaturisce da un discernimento della situazione culturale e religiosa in cui ci troviamo. Scrive il Papa al n. 2 di Porta fidei: «Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato. Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone».

La preoccupazione per la profonda crisi di fede in atto non cancella quella fiducia più volte manifestata nel potere che ha l’esperienza della gioia dell’incontro con Cristo e l’entusiasmo per la sua trasmissione; ma se solo la forza di questa gioia e di questo entusiasmo può vincere ogni difficoltà, nondimeno i motivi di preoccupazione sono ben fondati e gravi. Lo fa rilevare ancora il Papa in due interventi relativamente recenti. Nel Discorso alla Curia Romana del 22 dicembre scorso, diceva: «Con preoccupazione, non soltanto fedeli credenti, ma anche estranei osservano come le persone che vanno regolarmente in chiesa diventino sempre più anziane e il loro numero diminuisca continuamente; come ci sia una stagnazione nelle vocazioni al sacerdozio; come crescano scetticismo e incredulità». E proseguiva: «Il nocciolo della crisi della Chiesa in Europa è la crisi della fede. Se ad essa non troviamo una risposta, se la fede non riprende vitalità, diventando una profonda convinzione ed una forza reale grazie all’incontro con Gesù Cristo, tutte le altre riforme rimarranno inefficaci» . E pochi giorni dopo, alla Omelia dei Vespri del 31 dicembre 2011, aggiungeva: «La quaestio fidei è la sfida pastorale prioritaria […]. I discepoli di Cristo sono chiamati a far rinascere in se stessi e negli altri la nostalgia di Dio e la gioia di viverlo e di testimoniarlo, a partire dalla domanda sempre molto personale: perché credo? Occorre dare il primato alla verità, accreditare l’alleanza tra fede e ragione […]; rendere fecondo il dialogo tra cristianesimo e cultura moderna; far riscoprire la bellezza e l’attualità della fede […] come orientamento costante, anche delle scelte più semplici, che conduce all’unità profonda della persona rendendola giusta, operosa, benefica, buona. Si tratta di ravvivare una fede che fondi un nuovo umanesimo capace di generare cultura e impegno sociale».

Non vorrei sembrare troppo concordista se affermo che la scelta dei Vescovi italiani è caduta sul tema educativo sulla base di un discernimento analogo a quello che abbiamo ascoltato dalle parole citate del Papa, il quale peraltro con il suo magistero è pure all’origine di una specifica attenzione nei confronti dell’educazione. Proprio tale accostamento, tra quaestio fidei ed educazione, permette di affermare che umano e cristiano non si possono dissociare. Se dobbiamo rilevare una crisi di fede, non possiamo fare a meno di constatare una contestuale crisi dell’umano. Se è diventato un problema educare alla fede, non è meno problematico semplicemente educare; e un recupero della fede non può che portare con sé uno sviluppo dell’umano [1].

 

2.

Questa connessione appare con singolare evidenza in un ambito che trova spunto già nel primo capitolo degli Orientamenti, dove si dice che i «giovani si trovano spesso a confronto con figure adulte demotivate e poco autorevoli, incapaci di testimoniare ragioni di vita che suscitino amore e dedizione» (Educare alla vita buona del Vangelo, n. 12).

Riflettendo quest’anno nell’assemblea dei Vescovi sulla formazione degli adulti, abbiamo potuto verificare la complessità e la fatica della maturità umana. Dobbiamo distinguere accuratamente, senza separarle, tra condizione dell’adulto o dell’età adulta e maturità umana e credente (c’è infatti una maturità proporzionata ad ogni età). Il problema è innanzitutto quello della maturità degli adulti, anche se non è meno difficile incontrare altre età della vita assunte in maniera adeguata alle rispettive caratteristiche.

Senza dubbio, però, la condizione dell’adulto svolge una funzione decisiva, perché rappresenta il paradigma, una sorta di parametro di riferimento per tutte le altre età della vita. Senza pretendere di fissare una stagione della vita in uno stato inalterabile e raggiunto una volta per tutte, dobbiamo riconoscere che un carattere distintivo e decisivo dell’adulto maturo è la capacità di decentrarsi e di dedicarsi ad altri e ad altro. L’adulto maturo è l’opposto dell’adolescente, il quale si percepisce e si manifesta come totalmente auto-centrato, così da pensare solo a se stesso, alla sua immagine, ai suoi desideri e alle sue passioni. Il problema di oggi è che l’adolescente ha preso il posto dell’adulto maturo, e – in un certo senso – lo ha sostituito come paradigma antropologico [2]. Si è persa così l’evidenza fondamentale secondo cui a dare gusto e pienezza alla vita è generare nuove creature, dedicarsi a farle crescere, creare qualcosa per loro e per il loro futuro, dare corpo a progetti per il bene degli altri e della società intera realizzando qualcosa di buono anche a costo di sacrifici. Il mito dell’autorealizzazione a tutti i costi (individualistica, privata e direi quasi solipsistica) è un principio di consunzione che si è incistato nella mente collettiva. Così finisce, infatti, la cura dell’altro. E senza la cura dell’altro non c’è generazione, non c’è educazione, non c’è progetto condiviso, non c’è futuro comune.

Siamo tornati a parlare di educazione perché è venuto meno il presupposto su cui si basava la vita sociale, prima che la stessa vita cristiana, ovvero una sana antropologia della dedizione e della cura dell’altro e della comunità nel suo insieme. L’educazione è diventata un problema perché non è più ovvio che stare al mondo come umani abbraccia come compito fondamentale la trasmissione della vita (in senso completo, dalla procreazione alla maturazione della persona).

In questo modo vediamo, infatti, il legame intimo che sussiste tra il tema della formazione degli adulti e quello che riguarda gli educatori (per richiamare i due temi all’attenzione della Conferenza episcopale tra quest’anno e l’anno prossimo). Perché se non ci sono adulti maturi, non c’è nemmeno più educazione. E se si vuole aiutare qualcuno a crescere, ci vuole bene chi lo sappia fare proponendosi come modello e dedicandovisi. «Ogni adulto – leggiamo negli Orientamenti pastorali – è chiamato a prendersi cura delle nuove generazioni, e diventa educatore quando ne assume i compiti relativi con la dovuta preparazione e con senso di responsabilità» (Educare alla vita buona del Vangelo, n. 29).

Non siamo lontani, così dicendo, dal compito dell’educazione cristiana, anzi vi siamo nel bel centro; poiché se un buon cristiano non percepisce questa sua prima responsabilità nei confronti degli altri e della vita come collaborazione con il Creatore, nella chiamata a farsi strumento della nascita di nuovi figli di Dio, non ci sono teorie pedagogiche e programmi pastorali che tengano [3]. Il cristiano porta a compimento l’umano non nel senso che lo scopo dell’annuncio della fede sia semplicemente un buona riuscita umana, ma nel senso che nella fede si scopre come la persona umana ritrova la verità di se stessa nell’atto in cui incontra Cristo nella Chiesa e a lui si vota con tutto se stesso insieme alla comunità dei fratelli.

 

3.

Le considerazioni problematiche sull’adulto oggi e sulla sua precaria maturità non devono portarci ad uno sguardo pessimistico sull’uomo di oggi, per poi concludere un po’ semplicisticamente che viene il Cristo a risolvere ogni problema e a dare ogni risposta. Non siamo chiamati a condannare né assolvere un’epoca, una cultura, una condizione sociale. Si tratta piuttosto di capire come possa avvenire l’incontro con Cristo nelle condizioni di questo tempo. Anche in questo ambito vale ciò che la teologia sempre ci ricorda, e cioè che creazione e redenzione sono momenti e dimensioni imprescindibili dell’unico disegno di Dio. Il Dio che vuole farsi incontrare in Cristo è lo stesso che ci ha fatti per sé in questo mondo verso un destino eterno. Ciò che è inscritto nella nostra natura ha già il presentimento di Cristo, senza per questo potere mai immaginare o adeguare l’assoluta novità e divina gratuità di Cristo stesso. In questo senso, l’educazione ha una dinamica umana fondamentale già inscritta nella struttura dell’essere umano, nella quale il dono della fede si inserisce con la sua irriducibile originalità e gratuità.

Per questo dobbiamo innanzitutto prendere in considerazione la generazione come esperienza originaria dell’umano e paradigma dell’educazione. Lo ricorda il nostro documento nel capitolo terzo, quando scrive: «Esiste un nesso stretto tra educare e generare: la relazione educativa s’innesta nell’atto generativo e nell’esperienza di essere figli. L’uomo non si dà la vita, ma la riceve» (Educare alla vita buona del Vangelo, n. 27). Il paradigma generativo fa capire quali sono gli elementi decisivi che ruotano attorno all’educazione: il superamento della falsa idea di autonomia e dell’educazione come autosviluppo (cf. Educare alla vita buona del Vangelo, n. 9), il senso della interrelazione e del profondo legame con gli altri, il bisogno dell’autorità, il significato della testimonianza, il processo di crescita nell’articolazione di educazione e formazione (usati non solo nel documento come equivalenti ma etimologicamente riferibili a due dimensioni simultanee e distinte del processo di maturazione umana e credente, l’una espressiva dell’originalità della persona, l’altra produttiva di indirizzo e orientamento della persona stessa).

Se volessimo riprendere questi elementi, dovremmo evidenziare che l’esperienza fondamentale della persona rivela, insieme alla sua originalità, la sua non autosufficienza. Nessuno basta a se stesso, perché nessuno viene da se stesso, è origine a se stesso. La relazione con gli altri è costitutiva; la singolarità e l’originalità inconfondibile di ciascuno non possono cancellare il bisogno degli altri e l’irriducibile socialità [4]. Questo dato radicale della condizione umana è capace da solo di rivelare la verità essenziale sull’essere umano e la sua costitutiva apertura oltre se stesso. Umano e credente, a questo livello radicale, si congiungono almeno come potenzialità reali per il percorso esistenziale di ogni persona.

Questo congiungimento di umano e credente può essere schematizzato in alcuni binomi in cui condensare la correlazione tra il dato oggettivo e l’esperienza soggettiva. Il primo binomio è quello di figliolanza e dipendenza: l’essere figlio dice con assoluta immediatezza la mia dipendenza originaria. Originariamente io dipendo da qualcuno e posso elaborare la verità della mia esperienza solo a partire dalla coscienza di tale dipendenza. In un certo senso il primo atto educativo si connette con la capacità di ascoltare, per così dire, questa esperienza originaria. In essa si vede subito come l’origine ultima – che noi chiamiamo Dio – si colloca intuitivamente sul prolungamento di tale dipendenza e la sua percezione sull’approfondimento della coscienza di essa.

Il secondo binomio compone autorità e obbedienza. Ci vuole infatti qualcuno che mi indichi con sicurezza il senso del mondo e il mio posto in esso. L’autorità ha questa funzione di collocazione nell’orizzonte sociale e mondano. Senza l’autorità l’essere al mondo non si dispiega, ma rimane involuto e racchiuso in se stesso. Questa dimensione si coglie ancora più chiaramente nella distinzione tra materno e paterno, tra accoglienza e connotazione affettiva, e senso dell’ordine che regola le relazioni e il mondo tutto. All’autorità si risponde con l’obbedienza che si lascia guidare e condurre verso la vita, in un atteggiamento di adesione che abilita ad acquistare senso di sé, sicurezza e autonomia personale nel quadro delle relazioni con gli altri e con il mondo. Non si cresce se non c’è qualcuno che ti introduce e ti conduce, e se non ti rendi in qualche modo docile verso chi è in grado di indicarti la strada della vita.

Il terzo binomio lo indicherei con i termini di testimonianza e affidamento. Qui si coglie lo stretto legame con quello precedente, poiché proprio il cammino di crescita porta ad una personalizzazione che attende sempre più chiaramente il manifestarsi del significato personale credibile dell’autorità come autorevolezza e, soprattutto, come testimonianza, cioè consegna di sé a quella causa più grande che tutti supera, e cioè la vita. Testimoni della vita, i genitori per primi (ma non solo loro: cf. Educare alla vita buona del Vangelo, n. 29) ne attestano il significato, i valori, l’orientamento [5]. Se questa presenza accade, l’obbedienza si trasforma, anzi – meglio – si sostanzia di affidamento.

L’ultimo binomio è quello di tradizione e temporalità. Il ragazzo, il giovane che cresce si percepisce sempre più inserito in un contesto sociale e culturale di cui coglie il valore complessivo perché ne vede tramandato un patrimonio di valori e di senso di cui si nutre l’esistenza personale nell’intreccio delle relazioni e del tessuto sociale. Qui si inserisce l’assunzione del senso del tempo e la necessità della durata (cf. Educare alla vita buona del Vangelo, nn. 31-32). La vita si presenta come una costruzione che richiede dedizione, pazienza, tempo, elaborazione di coscienza, di conoscenza, di competenza, di capacità di decisione e di scelta.

Il contesto della nostra epoca, così debole sul piano ideale ed etico, può suscitare sentimenti di incertezza e sollevare qualche dubbio sulla capacità di incidenza di queste indicazioni; e tuttavia nessuna difficoltà ci legittima a diffidare dell’umano che ci è stato consegnato. La nostra stessa fede ci attesta che la bontà radicale dell’opera creatrice di Dio non è stata cancellata; e in ogni caso la certezza della sua redimibilità è parte integrante della sostanza del nostro credere. Tale visione dell’umano educativo è affidabile e costituisce l’ambiente – se non proprio il supporto – antropologico in cui la fede si inserisce per fecondare con il suo dono il terreno della vita.

 

4.

L’incontro con Cristo, Figlio di Dio e figlio dell’uomo, è la sostanza personale della fede. Il capitolo secondo degli Orientamenti pastorali dispiega il senso di tale incontro integrandolo in una visione trinitaria in cui si evidenzia il protagonismo dello Spirito, e collocandolo nell’orizzonte vasto della storia della salvezza confluente a sua volta sul tempo della Chiesa. La Chiesa è ora il luogo comunitario nel quale Cristo Gesù può essere riconosciuto attraverso una testimonianza molteplice di credenti e di segni di una presenza personale viva e inconfondibile.

Due semplici elementi devo sottolineare, nel quadro di una comprensione trinitaria della fede. L’incontro con Cristo dà risposta e consistenza al bisogno di ancorare la vita in Dio per darle fondamento. La sostanza della fede è infatti relazione personale con Dio in un gesto di affidamento e di adesione incondizionata. E in tale relazione, umano e cristiano si integrano a somiglianza di quanto è avvenuto in Cristo, vero Dio e vero uomo. Come per lui, anche per il credente la relazione con Dio non diminuisce ma potenzia e porta a compimento la sua umanità. Diventare figli di Dio per il dono della fede rende pienamente umani; e nulla di veramente umano viene perduto nella relazione filiale con Dio in Cristo (cf. Ef 4,8).

Il secondo elemento che deve essere colto riguarda l’opera dello Spirito, che è il vero protagonista di ogni storia di fede. La sua azione predispone e sollecita ad una accoglienza attiva della grazia divina, che rende il dono della fede veramente personale, perché fa il credente capace di una risposta che coinvolge la coscienza e la libertà in adesione a Dio. La grazia dello Spirito Santo risveglia e mobilita la dimensione più profondamente personale del credente, e cioè appunto la sua libertà. In contrasto con ogni apparenza ingannevole, è proprio l’iniziativa di Dio tramite il suo Spirito ad attivare tutto il potenziale di libertà che è nel cuore dell’uomo. Al suo cospetto, la possibilità – anzi la pretesa – di fare ciò che si vuole si palesa come arbitrio insensato, cioè privo di orientamento, che è il contrario della libertà e alla fine negazione della persona. Il credente è il soggetto ideale di una libertà che dà modo alla persona umana di mettere tutta se stessa nell’orientare le sue decisioni e le sue scelte con integra volontà e matura consapevolezza.

Ma tutto questo non è un risultato raggiunto una volta per tutte, bensì un cammino mai terminato di maturazione personale nella comunità ecclesiale, in cui si alimenta la relazione con Dio come comunione trinitaria.

 

5.

Ed è proprio in questo punto che bisogna toccare la questione conclusiva, almeno in questa sede. Il quarto capitolo degli Orientamenti pastorali ha un chiaro intendimento teologico-pastorale, con le sue attenzioni al ruolo educativo della famiglia, della parrocchia, della scuola, della società intera con il suo ambiente comunicativo digitale. Una nota specifica che lo caratterizza è la proposta di alleanze educative, le quali, prima di essere formule di organizzazione pastorale, ispirano un clima di attiva collaborazione e di impegno comunitario nella missione educativa. Come a dire che l’educazione non può essere opera di un singolo, di un individuo isolato, al limite nemmeno solo della famiglia, ma di un tessuto interpersonale, comunitario, sociale, perché educare è introdurre nella vita, accompagnare a entrare nel mondo per imparare a starci umanamente. Ciò risalta con tutta evidenza nell’orizzonte della fede quando consideriamo che la fede personale è sempre anche ecclesiale. Di qui può dispiegarsi tutta l’azione pastorale della Chiesa.

Prima di dire una parola su questo punto, però, bisogna quanto meno porre la questione forse più difficile di ogni azione pastorale: è possibile educare alla fede? La fede è una realtà educabile? La risposta la cercherei sulla linea di una analogia con l’educazione in generale e che formulerei come accompagnamento autorevole, che unisce secondo un equilibrio evolutivo direttività e attesa, indicazione-orientamento-motivazione e accoglienza della spontaneità e della espressività della persona. La circolarità tra educazione e formazione, intese nel loro significato etimologico, aiuta a cercare l’equilibrio tra la proposta di una forma (di pensiero, di atteggiamenti, di stile di vita) e la sollecitazione di una espansione autonoma dell’interiorità della persona, come accompagnamento adeguato alla maturazione della persona.

Nell’ambito della fede la teologia ci aiuta a tradurre tale circolarità ed equilibrio nella esplicitazione di quella triangolazione sempre necessaria nel rapporto tra educatore ed educando, là dove il terzo invisibile è il termine di riferimento di una pienezza umana che si profila sullo sfondo dell’umanità e del mondo. Il credente che tende alla maturità della fede e alla pienezza che essa conferisce alla sua personalità sa fin dall’inizio di stare in relazione con Dio Trinità. E tuttavia, come dice san Paolo, non potrebbe prendere coscienza e avviare alcun percorso di crescita nella fede senza la parola dell’annunciatore, la testimonianza degli altri credenti, la vita della comunità (Ef 10,10).

Questa considerazione conduce spontaneamente il nostro discorso sulla responsabilità pastorale della comunità ecclesiale, che proprio l’Anno della fede invita a rinnovare sulla scia del Concilio e con il sostegno del Catechismo della Chiesa Cattolica. In termini forse troppo essenziali, si potrebbe suggerire che la rivisitazione delle costituzioni conciliari consentirebbe, insieme alla approfondita conoscenza dei contenuti, il riallineamento dell’impianto pastorale attorno al soggetto primo che è la Chiesa nelle sue comunità, la quale si alimenta alle fonti della liturgia e della Parola di Dio e si pone in relazione con il mondo della vita delle persone incontrate nella loro concreta situazione (per condurle alla piena comunione tra loro e con Dio). Senza dimenticare come punto di riferimento il quadro sicuro di intelligenza dei contenuti della fede rappresentato dal Catechismo della Chiesa Cattolica che ha nel nostro Catechismo degli Adulti, La Verità vi farà liberi, una delle prime e autorevoli mediazioni nazionali.

 

In chiusura vorrei accennare alla domanda che serpeggia dietro il mio discorso, ovvero che cosa si debba fare per confrontarsi efficacemente con la situazione di crisi richiamata all’inizio. Tendenzialmente sono portato a diffidare di facili ricette. Trovo in tal senso un motivo di incoraggiamento nella Lettera del Papa Porta fidei, là dove afferma che i «credenti, attesta sant’Agostino, “si fortificano credendo” […]. Solo credendo, quindi, la fede cresce e si rafforza; non c’è altra possibilità per possedere certezza sulla propria vita se non abbandonarsi, in un crescendo continuo, nelle mani di un amore che si sperimenta sempre più grande perché ha la sua origine in Dio» (n. 7).

Il segreto della vita di fede, come di ogni impegno pastorale, è star dentro, rimanere fedeli, lasciarsi plasmare. Qualcosa di simile può essere detto dell’educazione alla fede e della formazione di adulti educatori. L’importante è accendere il cammino e perseguirlo con perseveranza. L’esperienza pastorale della vostra Chiesa incentrata sulla mistagogia è una proposta esemplare in tal senso. Bisogna avere fiducia che la serietà della proposta e la fedeltà al cammino porteranno i loro frutti.

Mons. Mariano Crociata

Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana

 

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[1] Gli Orientamenti CEI lo ricordano così: «La fede, infatti, è radice di pienezza umana, amica della libertà, dell’intelligenza e dell’amore. Caratterizzata dalla fiducia nella ragione, l’educazione cristiana contribuisce alla crescita del corpo sociale e si offre come patrimonio per tutti, finalizzato al perseguimento del bene comune» (Educare alla vita buona del Vangelo, n. 15).

[2] Già Romano Guardini, nel 1957, scriveva di nutrire «la strana impressione, oggi così frequente, che l’esistenza umana, pur con tutto il suo sapere sterminato, con tutta l’enorme potenza ed esattezza della tecnica, sia in definitiva governata da persone immature. E da questa percezione nasce la profonda preoccupazione che porta a chiedersi se simili uomini, che con tanta difficoltà arrivano a mettere radici in se stessi, riusciranno a padroneggiare la propria potenza, o se soccomberanno ad essa» (R. Guardini, Le età della vita, Vita e Pensiero, Milano 1986, 66).

[3] Ancora un riferimento a Romano Guardini, che soleva affermare: «L’uomo è per l’uomo la via verso Dio» (R. Guardini, Persona e libertà, Editrice La Scuola, Brescia 1987, 223).

[4] Lo affermava autorevolmente Benedetto XVI il 27 maggio 2010 incontrando i Vescovi italiani: «è essenziale per la persona umana il fatto che diventa se stessa solo dall’altro, l’ ‘io’ diventa se stesso solo dal ‘tu’ e dal ‘noi’, è creato per il dialogo, per la comunione sincronica e diacronica. E solo l’incontro con il ‘tu’ e con il ‘noi’ apre l’ ‘io’ a se stesso. Perciò la cosiddetta educazione antiautoritaria non è educazione, ma rinuncia all’educazione: così non viene dato quanto noi siamo debitori di dare agli altri, cioè questo ‘tu’ e ‘noi’ nel quale si apre l’ ‘io’ a se stesso».

[5] Proprio pochi giorni fa, l’11 giugno 2012, intervenendo al Convegno pastorale della Diocesi di Roma, Benedetto XVI evidenziava così come il dono della vita da parte dei genitori affermi un orientamento essenziale di fronte alla vita stessa: «Si può realmente anticipare la vita, dare la vita senza che il soggetto abbia avuto la possibilità di decidere? Io direi: è possibile ed è giusto soltanto se, con la vita, possiamo dare anche la garanzia che la vita, con tutti i problemi del mondo, sia buona, che sia bene vivere, che ci sia una garanzia che questa vita sia buona, sia protetta da Dio e che sia un vero dono».