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La tratta di esseri umani si sta "normalizzando"

L'indagine, è stata presentata oggi a Roma in occasione della Giornata europea contro la tratta di persone ed è realizzata dalla Caritas Italiana e dal Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza. Un fenomeno "che da "eccezionale" è diventato "normale".

La tratta di esseri umani e lo sfruttamento si "normalizzano". La denuncia arriva dal Rapporto di ricerca sul fenomeno realizzato da Caritas Italiana e Cnca. L'indagine, è stata presentata oggi a Roma in occasione della Giornata europea contro la tratta di persone ed è realizzata dalla Caritas Italiana e dal Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza (Cnca), in collaborazione con il Gruppo Abele e l'Associazione On the Road. Ne viene fuori un fenomeno "che da "eccezionale" è diventato "normale", sia per quanto riguarda la compenetrazione dello sfruttamento nella vita quotidiana (mentre si fa la spesa, si va al lavoro, si naviga in rete) che per la tipologia di sfruttamento che si incontra e non si riconosce come tale (operai edili nei cantieri, badanti in case private, ambulanti per strada)".

"Si esorta il Governo italiano a impegnarsi in maniera diretta, efficace, coerente e continuativa contro la tratta di persone, in tutte le sue forme - ha dichiarato don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana - adottando un approccio fondato sui diritti umani e garantendo l'assegnazione di risorse umane e finanziarie adeguate. È
necessario riconsiderare il ruolo assegnato al Dipartimento per le Pari Opportunità, coinvolgendo maggiormente i ministeri che hanno un interesse e un obbligo istituzionale nel prevenire e contrastare il
fenomeno della tratta e del grave sfruttamento".

"L'Italia dispone di una legislazione e di un sistema di intervento che ne fanno il modello più avanzato a livello
internazionale", ha affermato Tiziana Bianchini, responsabile Prostituzione e Tratta del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (Cnca). "Tuttavia - prosegue Bianchini - a causa di un'impostazione politica che riduce sempre più le risorse per il welfare, anche il sistema dei servizi anti-tratta è a grave rischio
di stallo, se non di collasso. Per questo con il Rapporto abbiamo voluto fare il punto sul fenomeno, ma anche 'andare a capò, ripensare un nuovo orizzonte per combattere la tratta e aiutare le vittime."

La ricerca ricostruisce l'evoluzione del fenomeno della tratta di persone così come si è sviluppato in Italia dalla fine degli anni '90 a oggi e analizza il funzionamento del sistema di protezione sociale rivolto alle vittime. Sono stati coinvolti nell'indagine 156 enti, di cui 148 privati e 8 pubblici, per la ricerca quantitativa e 133 per i dati qualitativi, tra cui molti enti pubblici. Inoltre, sono stati sentiti 199 operatori a vario titolo impegnati nel settore anti-tratta. Nel complesso, quindi, un campione rappresentativo degli enti attualmente attivi sul territorio nazionale.

Secondo quanto rileva il rapporto, la tratta di persone in Italia è oggi "una realtà consolidata e strutturale dei sistemi di sfruttamento. Pur rimanendo la prostituzione forzata in strada la tipologia di tratta più visibile e conosciuta, nel corso dell'ultimo decennio è progressivamente aumentato il numero di persone trafficate e sfruttate in altri ambiti, tra cui quelli economico-produttivi e, in particolare, in agricoltura, pastorizia, edilizia, industria manifatturiera, lavoro di cura, ma anche nella logistica e i trasporti, artigianato e commercio, servizi alberghieri e di ristorazione".

La crisi economica e, soprattutto, un mercato del lavoro precario, irregolare e "flessibile" hanno certamente favorito lo sviluppo del fenomeno. Inoltre, nel corso degli ultimi anni sono state registrate non solo nuove forme di tratta finalizzate all'accattonaggio forzato e ad attività illegali coercitive, ma anche casi di vittime soggette a sfruttamento multiplo (es. donne costrette a prostituirsi e a spacciare; uomini obbligati a vendere merce al dettaglio, ad elemosinare e a spacciare o prostituirsi).

© Avvenire, 18 ottobre 2013

 

Sempre più famiglie in fila per chiedere cibo

 

 

 

Sono per un terzo italiani (31,1%), in larga parte donne (53,6%), in maggioranza disoccupati (62,4%) e per tre quarti con figli (74,7%) i poveri che si rivolgono ai Centri di Ascolto della Caritas. Quello che chiedono, in tre casi su quattro, sono beni materiali (75,6%), molto più dell'ascolto (7,6%), di un alloggio (5%) o di un sussidio economico (4,8%). Sono i dati relativi al primo semestre del 2013 e pubblicati nel rapporto "Dati e politiche sulla povertà in Italia" diffuso oggi dalla Caritas. Si riferiscono a un campione di 336 Centri d'Ascolto in 45 diocesi su un totale di 2.832 centri in 220 diocesi.

Impressiona il dato sull'età: il 27,7% di chi si rivolge ai Centri d'Ascolto ha meno di 35 anni. Rispetto agli anni precedenti, l'ultima rilevazione registra una diminuzione, tra gli utenti, delle persone senza fissa dimora (-14,7%) di contro a un aumento delle casalinghe (+12%). Aumentano sensibilmente gli italiani (+16,7%).

La foto di gruppo che ne risulta denuncia l'allarmante impoverimento di numerose famiglie italiane: padre disoccupato, madre casalinga, in giovane età e con figli piccoli; alloggio a disposizione, di proprietà o forse concessa in uso da parte di familiari; gravi difficoltà economiche che si ripercuotono sulla vita di tutti i giorni (il 34,8% è indigente). Più che un sussidio, chiedono beni materiali: generi alimentari, vestiario, strumenti per la casa e per l'igiene personale. Tra gli italiani, quasi un quarto sono separati o divorziati (22,7% rispetto al 14,6% degli stranieri).

Negli ultimi anni è inoltre aumentato, in termini assoluti, il numero di persone che si sono rivolte ai Centri di Ascolto: +24,8% dal 2011 al 2012 (+ 54,1% dal 2008 al 2011). Così come è aumentata la richiesta di beni e servizi materiali (+8,5%), passata dal 67,1% al 75,6% delle richieste totali.

"La crisi economica e le politiche di contenimento della spesa - analizza Caritas Italiana - non stanno solamente rafforzando i circuiti tradizionali di marginalità sociale, ma stanno anche portando all'emersione di nuove forme di povertà e vulnerabilità economica". "Il 2014 - conclude il rapporto - sarà un anno importante per le prospettive delle politiche di contrasto alla povertà nel nostro Paese".

Anna Maria Brogi

© Avvenire, 17 ottobre 2013

 

«La tratta di uomini va combattuta come il narcotraffico»

 

 

 

 

«La tratta degli esseri umani è come il narcotraffico, gli uomini sono trattati come la cocaina. Ma le norme internazionali non ci consentono di colpire nello stesso modo i criminali che si arricchiscono su questi traffici, che sono di una gravità inaudita. Bambini che rischiano la vita per trovare una terra di speranza e criminali che mettono a rischio la loro vita». Le denuncia è del procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho: tre giorni fa ha condotto l’operazione "Never more" permettendo nello stesso tempo di salvare 226 migranti su un barcone che stava affondando e di bloccare in acque internazionali la "nave madre" con 17 trafficanti. «Per intervenire – spiega – abbiamo dovuto interpretare la Convenzione Onu di Palermo. Ma ci vuole certezza. Dopo la nostra operazione, infatti, molti mi domandano: fino a dove si può intervenire?».

E lei procuratore come risponde?
Occorre un chiarimento da parte della comunità internazionale, per avere una disciplina condivisa da tutti che ci permetta di contrastare questi criminali. Ci vuole certezza in modo che in qualunque luogo ci siano soggetti che mettono a rischio la vita dei migranti e che lo fanno a scopo di lucro, non siano posti limiti a chi vuole bloccarli.

E invece?
La lotta al narcotraffico è per tutti gli Stati una priorità condivisa, mentre quella ai trafficanti di uomini non lo è, anche perché la tratta non è un reato riconosciuto da tutti.

Mentre ci sono analogie...
Proprio così. In primo luogo per quanto riguarda i profitti: la tratta di esseri umani viene subito dopo la droga. Poi ci sono molte analogie per quanto riguarda le strutture organizzative.

In che senso?
Sia per la droga che per gli essere umani siamo di fronte a strutture di tipo militare. Come i narcos colombiani, ci sono uomini armati che accompagnano i migranti, poi quelli che riscuotono le somme di denaro per il viaggio. E come per la cocaina si viaggia sulle navi: uomini nei barconi ammucchiati come la droga nei container.

Voi lo avete toccato con mano nel barcone che avete soccorso.
Era sfondato e imbarcava acqua a dimostrazione che una volta presi i soldi i trafficanti li abbandonano a morte certa. È come la droga che una volta tagliata dà la morte.

Queste organizzazioni criminali hanno appoggi in Italia?
Abbiamo verificato che alcune delle persone fermate erano già stata controllate in Italia. E questo sarà oggetto di approfondimenti per vedere se nel nostro Paese esistono basi stabili delle organizzazioni dei trafficanti.

Torniamo alla vostra interpretazione della norma.
Noi siamo potuti intervenire in acque internazionali perché la nave non batteva alcuna bandiera, altrimenti avremmo dovuto chiedere l’autorizzazione dello Stato di appartenenza, dimostrando che era stata usata per il traffico dei persone. E questo è difficile quando chi gestisce il traffico lo fa in modo "professionale". Conoscono bene le norme e così registrano le navi in Stati dove è arduo avere l’autorizzazione, un po’ come per i "paradisi fiscali".

Voi avete fatto un po’ una forzatura...
Non è stata una forzatura ma un’interpretazione letterale della Convenzione. L’alternativa era non fare niente. Per questo chiediamo maggiore certezza delle norme.

Intanto continuerete a interpretarle?
Noi ci crediamo. Crediamo che la legge debba restituire e garantire la libertà delle persone. Noi siamo solo gli strumenti. Speriamo che quello che abbiamo fatto sia un esempio per tutti.

Applicando anche il reato di clandestinità?
A noi non tocca criticare le leggi. Come pm abbiamo l’obbligo di applicarle e in modo uguale per tutti. Sono principi costituzionali. Certo possiamo interpretarle, ma tocca alla politica eventualmente cambiarle. Altrimenti ci sarebbe una commistione tra poteri diversi, sarebbe una dittatura.

Antonio Maria Mira

© Avvenire, 17 ottobre 2013

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