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L'«uomo nuovo» nasce in seminario

Ha aperto il suo cuore ai seminaristi romani, Papa Benedetto, mercoledì sera. Ma nella lectio che ha rivolto ai futuri sacerdoti vi scorgiamo, nella sua profondità, una provocazione che viene consegnata all’esistenza di ogni credente: quanto permettiamo alla fede di annodarsi alla vita?

Domanda, questa, che emerge tra le righe di ogni passaggio della riflessione del Pontefice, facendo proprio quel «vi esorto» paolino dal sapore paterno e materno nell’invitare a far luce nel personale vissuto.
«C’è un non conformismo del cristiano, che non si fa conformare», dice il Papa commentando il ben noto passaggio di san Paolo. E aggiunge: «Questo non vuol dire che noi vogliamo fuggire dal mondo, che a noi non interessa il mondo. Al contrario, vogliamo trasformare noi stessi e lasciarci trasformare, trasformando così il mondo».
Iniziare un cammino di trasformazione di sé può partire solo se accettiamo con coraggio di fare la verità su noi stessi, anche a costo di metterci in crisi: è davvero Gesù il centro dell’esistenza, mia e nostra di seminaristi e futuri sacerdoti? O la fede in Lui e la nostra vita continuano inesorabilmente a procedere su binari paralleli?
La sfida di formare l’uomo "nuovo" chiede a ciascuno una profonda verifica su quanto il "nuovo" – che è Gesù – entri a far parte della propria esistenza e su quanto permettiamo al "nuovo" di incidere nella nostra storia. La crisi, se arriva, può poi essere colta come una grande opportunità.
Certamente dare spazio al cambiamento può destabilizzare: la novità è spesso percepita come incerta, difficile, e iniziare una vita nuova talvolta può richiedere sacrificio, perdita della propria autosufficienza, o di alcuni vantaggi sicuri. Eppure il cammino verso un’autentica libertà e maturità chiede di saper attraversare con consapevolezza questo itinerario di "non conformismo" che «non è contro il mondo, ma è il vero amore del mondo».
Sì, il cristiano sa bene che il mondo non è un campo nemico, ma è quel terreno che va arato e coltivato con amore, cura e pazienza senza per questo accogliere – e farle diventare talvolta "abitudine" – quelle logiche del mondo che ci imprigionano in schemi non aderenti al Vangelo. È per questo che il Papa rilancia un’ulteriore richiamo: quello alla vigilanza. E fa alcuni esempi molto concreti, come la finanza, l’avere, l’apparire. Quando queste realtà iniziano a prendere troppo spazio nella nostra esistenza è il segno che il posto per il "nuovo" si è ridotto, o praticamente annullato. E che, ancora una volta, abbiamo reciso il legame tra la fede e la vita. Benedetto XVI lo ricorda a noi seminaristi – e non solo – facendo percepire nell’intensità del suo messaggio quanto una simile questione sia cruciale, decisiva.
Lasciarsi trasformare da Dio è, allora, aprirsi alla Grazia che rinnova: «Lasciamoci formare, plasmare, perché appaia realmente nell’uomo l’immagine di Dio». Tanto più il "nuovo" entra a far parte della nostra vita, tanto più saremo capaci di guardare e servire il mondo con lo stesso sguardo e stile di Dio. «Essere realmente penetrati dalla realtà di Dio così che tutta la nostra vita – e non solo alcuni pensieri – siano liturgia, siano adorazione»: fede e vita pienamente intrecciate permetteranno a ogni uomo di amare e camminare sulla terra con lo sguardo rivolto al cielo.
A ogni credente, e in particolar modo ai futuri sacerdoti, spetta il compito di "dare forma" al sogno di Dio. Offrendo con semplicità e affetto una testimonianza credibile che la novità del Vangelo può trasformare la nostra vita e il mondo nella misura in cui permettiamo al "nuovo" di entrare.

Luca Sardella
 
© Avvenire, 17 febbraio 2012
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