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Laici e supplenti

I vescovi si sono sostituiti a laici incapaci di cogliere i tempi nuovi nella società oppure hanno esercitato su di loro una tutela dannosa? Una contrapposizione che forse andrebbe superata

"I laici non sono della Chiesa o nella Chiesa, ma sono la Chiesa". Questa citazione, attribuita a Pio XII, esprime bene sia l'auspicio del Concilio, apertosi cinquant'anni fa, sia lo stato confusionale che tuttora caratterizza la definizione di laico. Com'è noto il termine è utilizzato sia per indicare coloro che pur facendo parte della Chiesa non sono sacerdoti, né religiose o religiosi, sia per indicare la cultura extra-ecclesiale, detta appunto 'laica'. E se, come diceva un regista appunto 'laico', le 'parole sono importanti', questa confusione semantica forse dimostra una difficoltà culturale, post-conciliare, che impedisce di rendere effettivamente operante il motto di Papa Pacelli. In qualche modo i laici-cattolici stentano, in molti casi, ad affermarsi come protagonisti della vita ecclesiale e, soprattutto, faticano a conquistare il potere di rappresentanza che gli spetterebbe.

Il problema, per venire alle vicende nostrane della Chiesa italiana, è ben esemplificato dall'annoso tema della presenza dei cattolici in politica all'indomani della dissoluzione della Democrazia Cristiana. Com'è noto, la chiusura del lungo ciclo storico del partito unico dei cattolici ha dato il via a una cosiddetta diaspora che ha reso, inevitabilmente, meno facile, o meno controllabile, l'affermazione dei valori cristiani in Parlamento. Per porvi rimedio, soprattutto nel primo decennio del secolo corrente, la Conferenza episcopale italiana, sotto la presidenza del cardinale Camillo Ruini, ha interpretato in modo nuovo e più incisivo il proprio ruolo nel pubblico agone, giungendo persino a dare indicazioni precise di 'non voto' in occasione dei referendum sulla Legge 40 del 2005. Secondo alcuni, questo protagonismo delle gerarchie avrebbe esautorato i politici cattolici presenti in Parlamento e, allo stesso tempo, umiliato l'associazionismo laico-cattolico. Quest'ultimo si sarebbe sentito privato del suo ruolo naturale di mediatore dei principi evangelici per consentire la loro incarnazione nella storia e ridotto a semplice esecutore di ordini provenienti dall'alto.

Questa tesi è sostenuta con vigore dal volume «Le due Chiese», scritto dal giornalista Fabrizio Mastrofini e pubblicato alla fine dello scorso anno dalle Edizioni La Meridiana. Nel testo, attraverso una ricognizione attenta delle dinamiche delle diverse realtà ecclesiali italiane, dalle parrocchie alle congregazioni religiose, dalle realtà laicali al mondo dei teologi laici, fino a quello della comunicazione cattolica, l'autore tratteggia un quadro sociale, culturale e politico, in cui l'autonomia dei laici, "una delle acquisizioni del Concilio Vaticano II", è molto limitata "quando non è in linea con l'autorità dei vescovi". Ciò di cui Mastrofini, tra l'altro, rimpiange l'assenza è un'ipotetico "spazio ecclesiale" di confronto reale tra pastori e laici, profondamente radicato nel territorio, auspicato da Enzo Bianchi in un articolo apparso su La Stampa nel 2008 citato nel volume.

Ora, è interessante segnalare come, sempre nel 2011, il sociologo Luca Diotallevi, vice presidente del Comitato Scientifico-Organizzatore delle Settimane Sociali dei cattolici italiani, sia giunto alla stesura di un volumetto - 'L'ultima chance, per una generazione nuova di cattolici in politica' - pubblicato dalla Rubbettino editore, che, in alcune pagine, rappresenta una risposta indiretta alla denuncia di Mastrofini. Il sociologo segnala l'attuale incapacità dei cattolici di elaborare un'offerta politica e una cultura politica adeguate al cambiamento, pur evidenziando come le condizioni storiche renderebbero appunto particolarmente opportuna oggi questa proposta, così auspicata dal Papa e dai vescovi italiani. Spiega bene la differenza tra 'domanda politica', e cioè l'indicazione di urgenze sociali che arriva puntualmente dal laicato cattolico, e una 'offerta politica' globale e coerente, e cioè una proposta riformista cattolica (che lui vorrebbe di matrice popolare e vocazione bipolare) di cui si avverte invece la drammatica assenza. Ma ciò che qui soprattutto rileva, Diotallevi respinge in toto l'idea di un episcopato che abbia esercitato una supplenza autoritaria, sostituendosi senza motivo all'apostolato dei laici, e dunque limitandone lo sviluppo. A suo parere "nessuna denuncia di una supplenza e dei suoi effetti negativi è credibile sinché non si fa chiarezza sulle ragioni che le hanno aperto la strada". E dunque la "supplenza" esercitata dai vescovi sarebbe stata originata dalla capacità della CEI di comprendere, meglio del laicato, il senso della transizione, e cioè delle trasformazioni socio-politiche in atto e della "crisi delle culture politiche stataliste".

Lasciando ai lettori il confronto tra le due impostazioni critiche di Mastrofini e Diotallevi, interessante - anche se gli autori partono necessariamente da premesse assai diverse - è notare come intorno a questa, secondo i casi, ingiustificabile o giustificabile, supplenza, si fondi il dibattito sul futuro protagonismo sociale e politico del laicato cattolico in Italia. E in definitiva sul futuro della Chiesa italiana.

I vescovi si sono sostituiti a laici incapaci di cogliere i tempi nuovi o hanno esercitato su di loro una tutela dannosa, impedendogli di diventare autonomi? L'impressione è che fino a quando in Italia prevarrà questa lettura delle dinamiche ecclesiali in chiave di contrapposizione vescovi-laici si farà poca strada. E che anche lo schema di un abusato antagonismo tra cattolici di destra, difensori dei valori non-negoziabili, e cattolici di sinistra, promotori della pace e della giustizia sociale, sia ormai un vicolo cieco. Contrapposizioni, antagonismi, che costituiscono una sorta di blocco dialettico e rischiano di monopolizzare il dibattito esaurendo al contempo le nostre energie migliori. L'obiettivo di noi laici dovrebbe essere quello di superare i contrasti intra-ecclesiali per proporci come interlocutori imprescindibili per ricostruire il futuro del Paese e come protagonisti della Nuova Evangelizzazione dell'occidente scristianizzato a cui punta Benedetto XVI. È possibile una riconciliazione? Credo che la vocazione della fede a sperare contro ogni speranza non ci dia alternative, è possibile.

Fabio Colagrande

© www.vinonuovo.it, 23 febbraio 2012

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