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L'analisi. Il Papa, gli 80 anni e la paternità di un figlio

Sabato 17 dicembre il Papa compie 80 anni. Di lui viene spontaneo dire che è come un padre, ma questa sua paternità spirituale nasce dalla consapevolezza di essere, anzitutto, figlio

«Potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il Vangelo» (1 Cor4,15). È parlando di questa paternità di ordine soprannaturale che san Paolo poteva dire ai corinti di essere loro padre. E se i sacerdoti sono veri padri generativi nellordine della grazia, a fortiori lo è colui che chiamiamo “Papa”, che significa “padre”. Non è un titolo onorifico. E certamente questa paternità generativa nell’ordine della grazia è la cifra essenziale e costituiva del sacerdote e papa Francesco.

Ed è proprio l’esercizio di questa paternità, giunta la soglia degli ottant’anni, che non si può dimenticare. «La coscienza dessere fondati sulla paterna misericordia del Signore, che ci rende figli, ci fonda anche come padri – ha più volte confessato –, è la memoria della grazia, la memoria di cui si parla nel Deuteronomio, la memoria delle opere di Dio che sono alla base dellalleanza tra Dio e il suo popolo. È questa memoria che mi fa figlio che mi fa essere anche padre». E in questi anni da successore di Pietro abbiamo visto il dispiegarsi di come una “paternità filiale” coincida con il proprium del suo ministero.

Come padre, infatti, egli è testimone e custode della memoria dei tesori della grazia della fede, come padre presiede «alla carità universale». Paternità, generatività e memoria vanno sempre insieme. «La memoria c’invita a recuperare una storia di grazia che, data la nostra condizione di peccatori, è sempre fatta di grazie di misericordia» nella disposizione radicalmente generativa del padre che è quella di chi pensa al bene dei figli e alla sopravvivenza della famiglia. Non bastano pertanto discorsi ma è necessario l’esempio della vita e anche presentarsi come modello. Così come egli, senza artificio, si è posto e continua a porsi. Personalmente, perciò, è anche questo il motivo per il quale continuo a chiamarlo semplicemente “padre”, non certo per continuare con l’appellativo dovuto al religioso di un tempo passato. Del resto la prima volta che feci la sua conoscenza egli si presentò con un semplice «sono padre Bergoglio». Era al telefono, dissi a mio marito che aveva chiamato “un certo padre Bergoglio” e gli feci notare che aveva lo stesso nome del cardinale di Buenos Aires… Mi rispose: «È il cardinale di Buenos Aires». La sera stessa della sua elezione alla Cattedra di Pietro, quando ci chiamò a casa, gli chiesi come avrei dovuto chiamarlo adesso. Mi rispose sereno: «Come sempre».

Da cardinale diceva che nelle parabole evangeliche i padri di famiglia sono caratterizzati in questo modo: sono coloro che sanno sintetizzare il nuovo con il vecchio e sono portatori di un’eredità inalienabile, senza impadronirsene, perché sia feconda. Un padre è quello che non smette mai di vedere nel germoglio di grano, pur indebolito da tanta zizzania, la speranza della crescita, e per questo scende in strada ad aspettare il figlio che l’ha abbandonato, come riferisce Luca nella sua parabola sulla misericordia. «Perché Dio è Padre anche di coloro che arrivano all’undicesima ora». L’essere padre coincide così anche con l’essere autentico vir ecclesiasticus di cui parla Origine in una pagina di De Lubac, che papa Francesco conosce molto bene.

De Lubac ne descrive la fisionomia «come uomo di Chiesa e nella Chiesa», che tiene a «pensare sempre e non solamente con la Chiesa, ma nella Chiesa». Ciò implica insieme una fedeltà più profonda e una partecipazione più intima e, di conseguenza, un atteggiamento più spontaneo: l’attitudine d’un vero figlio. Dove l’intransigenza della fede, l’attaccamento alla tradizione nel vero uomo di Chiesa e nella Chiesa non si mutano mai in durezza,in disprezzo, in aridità di cuore. Non sopprimono in lui il dono della simpatia accogliente e aperta e non lo imprigionano in un fortilizio di atteggiamenti negativi. Si guarda ugualmente dal confondere l’ortodossia o la fermezza dottrinale con la grettezza e la pigrizia mentale. E ricordandosi che il suo compito è quello di «illustrare agli uomini del suo tempo le cose necessarie alla salvezza» ha grande cura di non lasciare che un’idea prenda il posto della Persona di Gesù Cristo. Preoccupandosi della purezza della dottrina è attento a non lasciar degradare al rango di ideologia il mistero della fede. Ed è sua cura lasciare le porte aperte, e non diversamente non vuole imporre oneri troppo gravosi ai neo-convertiti, e questa moderazione, che fu quella dell’apostolo Giacomo al Concilio di Gerusalemme, gli sembra non soltanto più umana e più sapiente, ma anche più rispettosa del disegno di Dio di quanto non lo siano le esigenze di qualche zelota. Sul suo esempio egli rifiuta di farsi ipnotizzare da una sola idea come un volgare fanatico, perché egli crede con essa– e tutta la dogmatica lo dimostra, e la storia delle eresie lo conferma – «che non c’è salvezza fuorché nell’equilibrio», come afferma san Gregorio Nazianzeno. È consapevole che lo spirito cattolico, rigoroso insieme e comprensivo, è uno spirito più caritatevole che litigioso, opposto per principio a ogni spirito di fazione o semplicemente di chi esuola, sia che si cerchi di sottrarsi all’autorità della Chiesa sia, al contrario, che si miri ad accaparrarsela. Nemico dello zelo amaro e delle polemiche verbali, sa che lo spirito maligno, dotato di un’arte raffinata per seminare disordine e divisione, è abilissimo nel turbare il corpo della Chiesa sotto il pretesto di discussioni con falsi rigoriche velano l’unità profonda anche là dove essa esiste.

A padre Bergoglio non sembrano pesare gli anni che avanzano, anzi, sembra ringiovanito rispetto a prima di essere eletto. Ed è allergico ai bilanci. Solo insiste sulla preghiera: «La preghiera per me è sempre una preghiera “memoriosa”, piena di memoria, di ricordi, anche memoria della mia storia o di quello che il Signore ha fatto nella sua Chiesa… è la memoria della grazia, il richiamare alla memoria i benefici ricevuti… Ma soprattutto io so anche che il Signore ha memoria di me».

Una volta mi indicò di leggere una poesia di Luis Borges della raccolta El oltro, el mismo, dal titolo Everness. Penso che questi versi, sulla soglia dei suoi ottant’anni, valgano anche per lui: «Sólo una cosa no hay. Es el olvido./ Dios, que salva el metal, salva la escoria/ y cifra en Su profética memoria /las lunas que serán y las que han sido./ Ya todo esta…(Solo una cosa non c’è. È la dimenticanza. Dio che salva il metallo e anche la scoria, cifra nella Sua profetica memoria le lune che sono state e quelle che saranno. Tutto è già)». Un padre a ottant’anni non può che continuare a chiedere per se stesso preghiere per il presente, «per le lune che saranno e quelle che sono state», ed esprimere riconoscenza a «Deum que laetificat juventutem meam». È la preghiera d’ogni istante, nella familiarità con Dio, che rende perenne anche la giovinezza. E come figli, nel vincolo d’amore che ci unisce, le preghiere sono l’unico regalo che gli dobbiamo.

Stefania Falasca

© Avvenire, giovedì 15 dicembre 2016

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